BerlinAndOut

La vostra guida per Berlino




Marx ed Engels, la Rivoluzione e una notte (dei musei) al cimitero

Post di AnnA

Posted on | gennaio 26, 2012 | No Comments

Friedhof der Märzgefallenen, stele

Li riconoscete?
Si, è Dio! L’altro non so. La guardia del corpo? E’ Freud! No, quello seduto è Darwin!! Ma l’altro? Ma no!
Io lo so: è Marx. Ma l’altro chi è?
Di solito va più o meno così la conversazione che si apre con la domanda di rito di ogni guida turistica nel Marx-Engels Forum, la piazza di Berlino che ospita le gigantografie dei due giganti del Comunismo, i firmatari del Manifesto, i pestacalli della borghesia protocapitalista, i nostradamus del mercato del lavoro, i profeti della classe operaia, i pensatori più travisati e travolti e sconvolti dalla Storia del Novecento (insieme a Friedrich Nietzsche, ricordiamo per onor del vero).
Karl Marx, Friedrich Engels.
Uno in piedi uno seduto, entrambi grandissimi nel mezzo di una scultura che per composizione e plasticità vuole rappresentare il processo di liberazione dell’essere umano compiuto dai due Profeti e concretizzatosi nella Storia a mezzo dell’Azione dei compagni caduti per la causa. C’è tutto in quella scultura, ci sono i due angeli del pensiero nuovo, c’è la società capitalista e iniqua, c’è il futuro radioso all’insegna della libertà e dell’Umanità dell’umano, e c’è la memoria dei sacrifici e dei sacrificatisi a tale umanità.
Tanta tanta carne al fuoco, specie alla sua inaugurazione nel 1986, quando il collasso del sistema Russia era nell’aria come la neve in questi giorni, nulla lo faceva presagire con certezza ma il vento, semplicemente, ne odorava.
La scultura è oggetto di dibattito molto serrato da quando un parlamentare democristiano ne ha suggerito l’allontanamento dal centro di Berlino – le spoglie del passato tinto di rosso della Germania sembrano non lasciarci dormire nemmeno ventitré anni dopo la sua fine. Online e offline si sprecano articoli, commenti e opinioni su un tema che a Berlino in realtà è sempre attuale, anche se i dibattiti si incentrano, guarda un po’, perennemente su statue e palazzi e raramente su idee e persone. “Che farne di un passato scomodissimo?” è la domanda alla quale fino ad ora si è risposto a colpi di ruspa (r.i.p., splendida rovina del palazzo della Repubblica). Io, per simpatia verso le cause perse e interesse professionale, mi auguro che Marx ed Engels restino dove sono, e vengano anche rigirati a guardare nella direzione giusta (da quando c’è il cantiere della metropolitana U5 li hanno spostati, il complesso scultoreo ora procede da est a ovest, quale orrore).
Trovo però più interessante chiedermi che cosa rimanga dei due pensatori oltre il bronzo, al di là delle statue e dell’ombra del castello che forse si allungherà su di loro.
Marx predicava la rivoluzione permanente, e si rifaceva ai giacobini; i suoi contemporanei scendevano in piazza in Prussia (cioè qui), in Austria e in mezza Europa per ottenere e modificare costituzioni, chiedere libertà di stampa, leggi sul lavoro, previdenza sociale. Ottenendo qualche successo e molti “contentini”, costruendo barricate e resistendo alle repressioni, raccogliendo i morti e seppellendoli come eroi della Rivoluzione. E, ultimativamente e ben dopo la scomparsa dei due pensatori, cadendo nella trappola della dittatura che indossa i panni della rivoluzione.
Ma i tedeschi non erano quelli che la rivoluzione non la fanno? (cit. nientepopodimenoche Napoleone e Bismarck).
Non sono d’accordo in molti con questa definizione del popolo teutonico. A Berlino c’è un cimitero/memoriale che si propone proprio di onorare i tedeschi rivoluzionari, quelli del 1848/49 e quelli del 1918/19. Molto meno dibattuto e centrale delle statue di Marx ed Engels, con dormienti meno illustri del suo fratello di Friedrichsfelde, il cimitero è un posticino adorabile e poco frequentato, che fa venire il sospetto che al centro del dibattito Marx-Engels ci siano più questioni estetiche e formali che riflessioni sul passato presente futuro della società – e della Rivoluzione.
E’ il “Cimitero dei caduti di marzo”, che si trova all’interno del Volkspark Friedrichshain. L’associazione che ne cura il mantenimento e gli allestimenti delle mostre si confronta con le domande relative ai presupposti e alle conseguenze dei movimenti rivoluzionari, sperando di mantenere viva la memoria dei caduti e di non lasciare questi morti scomparire dalla memoria del loro Paese. Fu scelto come luogo di sepoltura per i caduti nelle barricate cittadine del marzo del 1848, probabilmente perché era fuori mano, allora fuori dai confini della città, e le urla di quei morti non avrebbero disturbato i sogni borghesi della Berlino preindustriale.
A quei morti si aggiunsero in seguito alcuni dei caduti della Novemberrevolution, la mutilata rivoluzione socialista del primo dopoguerra. La maggior parte di quei morti tuttavia fu confinata ancora più lontano dai centri del potere, appunto a Friedrichsfelde.
Da qualche anno il piccolo cimitero nel Volkspark è stato riscoperto e rivalutato come luogo di onoranze dal sapore politico e soprattutto come centro di riflessione sulle rivoluzioni in Germania, su ciò che furono queste due fasi storiche, su come furono recepite e strumentalizzate, su come potrebbe oggi Berlino trarne qualche insegnamento.
Di solito chiude i cancelli verso sera, e di notte i morti sono lasciati riposare in pace. Il 28 gennaio tuttavia, in occasione della lunga notte dei musei, anche il cimitero aprirà i suoi cancelli al pubblico e presenterà proiezioni di film e documentari, visite guidate nell’area del memoriale, vino caldo e bretzel. In quell’occasione sarà presentato al pubblico anche il ciclo di conferenze “Revolution rivisited”: da febbraio a giugno 2012 una serie di monografie, conferenze e dibattiti cercherà di fare il punto su quale sia il significato della Rivoluzione oggi, e soprattutto si porrà la domanda: ma i rivoluzionari di cento-centocinquant’anni fa, sarebbero soddisfatti di noi?
A questa domanda potremmo rispondere anche io o voi. Ci darebbero fuoco a tutti, i rivoluzionari d’epoca. Lascerebbero il Tacheles dov’è, riaprirebbero Club der Republik, Schokoladen ecc.., ballerebbero sulle rovine del palazzo e manderebbero ai lavori forzati gli eserciti di speculatori dell’immobiliare.
Questa però è una risposta semplicistica. Se volete saperne di più, ci si vede per una notte al cimitero.

Ultraschall – “il festival della musica nuova” a Berlino 20-29/01/2012

Post di AnnA

Posted on | gennaio 18, 2012 | No Comments

Ultraschall 2012

Non solo settimana della moda a Berlino, ma anche dieci giorni di suoni, silenzi e (apparenti) dissonanze.
Si apre il 20 gennaio 2012 a Berlino Ultraschall, il “festival della musica nuova”.
Dal 20 al 29 gennaio la città delle avanguardie risuonerà di suoni che l’avanguardia la guardano voltandosi indietro, con la presenza di alcuni tra i musicisti più visionari del nostro tempo.
L’omaggio di questa edizione di Ultraschall – che ogni anno apre la stagione dei festival di musica contemporanea in Germania – è rivolto a John Cage, che nasceva cent’anni fa.
Un secolo che per la musica ha presentato una rivoluzione grande come il cosmo – negli anni in cui si smetteva di considerare questo come statico e finito la scienza dei suoni scopriva le sfaccettature delle dissonanze, del suono spinto fino al limite del percepibile – delle combinazioni di suoni improbabili e cervellotiche, del Tempo, ora che oramai era chiaro come esso non esistesse, come medium assimilabile alla melodia e al suono. Dell’Avanguardia.
Che Cage fece virare verso la sperimentazione, verso l’apparente arbitrarietà di ogni attimo della creazione sonora – apparente per l’ascoltatore, coerente per chi voglia smettere di forzare la musica sugli stretti binari che da troppi secoli la imbrigliavano.
L’omaggio a Cage si definisce in questa edizione di Ultraschall intorno all’esecuzione dei suoi “Thirty Pieces for Five Orchestras”. Qui Cage sperimenta proponendo dei suoni da prodursi in degli intervalli di tempo definiti, senza indicare tuttavia quale sia il ritmo in cui suddividere tali suoni. La sperimentazione del musicista impegnato nell’esecuzione incontra la struttura ragionata del compositore, e la vera sperimentazione non casuale può avere inizio. I “Thirty pieces” saranno in scena il 23 gennaio con  la direzione di Arturo Tamayo.
Il Tempo che si fonde con la melodia accompagna Ultraschall anche nell’altro polo sul quale poggia l’intera edizione 2012, il serialismo.
Immaginate di far saltellare una pallina da ping pong sul suo tavolo. Inizialmente sentirete dei Toc ben distinti tra loro, ognuno dei quali finirà prima che ci sia qualche attimo di silenzio e inizi il secondo Toc. Poi però la gravità accorcerà le distanze tra i Toc, e sarà sempre più difficile dire quando termini l’uno e l’altro cominci. Quando finisce il ritmo e inizia la melodia? Dove si trova il Limite? E perchè non andarci ad abitare?
Più o meno (molto più o meno) è così che inizia la riflessione che conduce alla ricerca sulla musica seriale. L’Europa era distrutta (e chi lo sa meglio di Berlino?) e si cercava di dare un nuovo linguaggio a tutto, dalla politica alla fisica all’arte figurativa alla musica. Il romanticismo in fondo aveva condotto ai fascismi – o almeno così piaceva pensare. Allora, visto che “le città sono distrutte” tanto vale, per dirla con Stockhausen, “iniziare completamente da capo senza preoccuparsi per nulla delle rovine e degli insipidi residui”.
Jean Barraqué, francese, fu uno dei più attivi musicisti ad abbracciare questo sogno di un’arte genuinamente nuova e a ricercare e sperimentare nella musica seriale. Ultraschall, insieme al Festival della musica di Strasburgo, dedica a lui  gran parte della sua programmazione, con l’esecuzione di tutte le sue opere giovanili.
Oltre a questi giganti della ricerca sperimentale il festival della musica nuova propone dieci giorni di avanguardia con artisti ultracontemporanei, noti e meno noti, di certo abilissimi a trasportarci verso il Limite. Qui il programma completo. E se siete pigri, Deutschlandradio Kultur e Kultrurradio vom rbb pensano anche a voi trasmettendo i concerti in diretta. Ancora una volta buon viaggio, Berlin!

Pausa: Parliamo del Tempo – Berlino e l’invernochenonc’è

Post di AnnA

Posted on | gennaio 10, 2012 | No Comments

E finalmente ha iniziato a piovere. Finalmente??

Pupazzi di neve, 2010

Mi correggo, infine. Ché ce la si poteva fare ancora per una mese o due anche senza pioggia, a volte non la si sente proprio la necessità del cielo grigio, delle nubi basse, del bianco a perdita d’occhio che arriva lontano quanto lo sguardo.
E ora è arrivato. Un po’ forse era anche mancato all’appello, perché quest’anno il Dio dei venti ha deciso di creare l’Autunno Perfetto, e l’ha mandato su Berlino. Per mesi e mesi non una bava di vento, se non un venticello d’ovest che chiacchierava in sordina di oceani del sud e correnti tropicali – visitati tanto tempo fa, ma pur sempre visitati, e rimasti impigliati in qualche misura nella bavetta d’aria che ci ha accarezzati per i mesi preinvernali, e che svolazzava felice contro un cielo perennemente terso e rilucente – di luce via via più obliqua e pallida, ma ancora, sempre, luce.
E ora è arrivato il mantello bianco tra noi e il sole, che ci è così familiare – a volte torna anche in agosto e sembra non volersene più andare – e che tuttavia quasi quasi questa volta ci scordavamo com’era fatto. E’ arrivato e un po’ rassicura, siamo ancora a Berlino, non ce l’hanno rimpiazzata sotto il naso mentre dormivamo appollaiati sopra i suoi cantieri fangosi. Rassicurazione dunque, sensazione di appartenenza, familiarità di paesaggio e riflessioni su un ordine cosmico. Al quale ancora manca qualcosa, non tutto sta quadrando.
Manca ancora lei, la regina delle Nevi; il mantello bianco che c’è adesso appartiene a qualche burlonissima divinità tropicale che ha deciso di passare per di qui e fare uno scherzo alla sua vocazione, ce la sta mettendo tutta a metterci freddo, ma proprio non ce la fa. Tutti, proprio tutti, anche gli immigrati più irriducibilmente nostalgici del loro sole, si devono quest’anno unire al coro degli autoctoni che si alza costante nel proclamare: “das ist kein richtiger Winter!” [Questo non è un vero inverno!].
Vero è che per i tedeschi quasi nessun inverno è un inverno, è una delle prime cose che si imparano emigrando qui: solo ghiaccio e colonnina a -20 per almeno sei settimane di fila sono classificabili come inverno vero. Il resto è pallida imitazione.
Questa assenza assoluta di ghiaccio (oltre a smentire qualunque statistica meteorologica) lo fa rimpiangere più di quanto si crederebbe o si voglia ammettere, soprattutto per i due attributi indivisibili dal gelo con i quali Berlino regala uno dei suoi  profili migliori.
La neve riflette, l’oscurità di Berlino (che fa onore alla sua fama) negli inverni ghiacciati è imbarazzata dalla resistenza della Luce, che è poca, è debole ed è fredda, ma nel gelo sfodera le sue armi migliori e continua instancabile a rimbalzare da un mucchio di neve all’altro, sfavilla, spolvera di glitter il cielo e la terra e fa brillare Berlino in tutto il suo splendore. Il buio invadente dei dintorni del solstizio si stempera brillando e non arriva mai ad essere totale, insieme all’aria gelata si respira sempre anche un po’ di Luce.
E il Silenzio. Il silenzio che (non) c’è quando il mondo è gelato ha un che di mistico e surreale, una pace che si può scambiare per silenzio di morte – ma che poi lascia sempre il passo a qualche fruscio e cinguettio e ritorna ad essere il fracasso di vita dell’estate. Con la pioggia di questi giorni la città è tutta uno splash di piedi e ruote nelle pozzanghere, un sguish di passi infangati, un pigolio di suole di gomma sui pavimenti, un toctoc di gocce grandi come passerotti che precipitano dai tetti. Un gran casino, insomma. Che fa rimpiangere l’immobilità del ghiaccio, le sue tenaglie tenaci che compattano la città in un grumo bianco e lasciano il vento sfiorarla solo per rinforzare la crosta del suo manto.
Nel silenzio dei ghiacci la città petulante la smette per un attimo di raccontare e rimane ferma a farsi guardare, si gela anche la malinconia che, come dicono i saggi Neubauten, è l’anima di Berlino.
A Berlino il gelo si addice in modo particolare, certo non lo vogliamo sempre, guai a chi tocca l’estate berlinese, ma anche lei deve forse la sua aura di magia al suo negativo, a ciò-che-lei-non-è, cioè l’inverno rigido che sommerge ogni suono, costringe a tacere per non disturbarlo, a rallentare, paralizza (ma non troppo, vista l’efficienza realmente teutonica di pulizia delle strade).
Magari sta ancora per arrivare anche quest’anno, la sospirata sovrana – anche se pare che abbia deciso perfino lei di svernare in zona mediterraneo, e così ci ha rubato il silenzio.

Ja deswegen, sind wir gegen, gegen, was seid ihr – doch nicht dafür? [Buon anno, Berlin]

Post di AnnA

Posted on | dicembre 31, 2011 | No Comments

 

[E perciò siamo contro, contro, e voi - non sarete mica a favore?] Erika Mann, die Pfeffermühle.

Adefa, o come ti ammazzo la moda in Germania, 1933/45.

Post di AnnA

Posted on | dicembre 20, 2011 | No Comments

Il marchio Adefa (da Wiki)

Pensiero berlinese del giorno: che colpa ne hanno gli oggetti del mondo che li circonda?

Ero a Schöneberg l’altro giorno, sotto una pioggia torrenziale che non era riuscita a lavarmi via la voglia di una passeggiata esotica nel Westen, e come sempre quando sono da quelle parti ho fatto una capatina da Mimi, un negozietto delizioso che espone e vende oggetti che hanno visto la luce dal 1850 al 1950. La terra promessa del fin de siecle a braccetto con l’eleganza austera della crisi nera – una tana del coniglio tempografica a due passi da casa di David Bowie (già che si sta viaggiando nel tempo si può sempre fare un saltello negli anni Settanta).

Una vetrina di Mimi era un tavolino con madonnina di ceramica, gigli bianchi e rosa pastello e tanta luce calda, l’altra una casa di bambole usata come portaoggetti un po’ minimale; con la giornata stortissima che stava avendo Berlino era un’oasi di luce nella bufera – esattamente quello che ci voleva, per la luce, per il caldo e per il viaggio nel tempo che inizia già sulla soglia, appena si sale sul tappeto, e continua fino al fondo del negozio, dove c’è l’atelier di sartoria.

Perdendomi tra camicie da notte e pettinini e cilindri e tovaglie e gemelli ho anche provato dei vestiti (e dei cilindri), e indicandone uno il commesso ha detto: “Ach, übrigens, da ist noch der alte Zettel dran”. Che suonava come ‘c’è un’etichetta, e c’è qualcosa che non va con l’etichetta, io te lo accenno ma spero tu non faccia altre domande’. O forse me lo sono solo immaginato.

Comunque ho guardato l’etichetta, che era effettivamente bruttina (nel colore, Arancione) e riportava la sigla ADEFA. Ovviamente ho fatto altre domande, e lui mi ha spiegato che la targhetta in questione era “obbligatoria per tutte i prodotti di provenienza tedesca ai tempi dei nazi”.

ADEFA vuol dire “Arbeitsgemeinschaft der deutsch/arischer Fabrikanten der Bekleidungsindustrie e.V., Berlin”, cioè “associazione dei produttori tedesco/ariani dell’industria tessile”. L’associazione di categoria ai tempi dei nazi, un metadiscorso tessile in mano agli industriali tedeschi del primo dopoguerra, desiderosi di riarricchirsi in fretta e molto, a spese di quel gruppo di cittadini che fino ad allora aveva costituito la forza maggiore dell’industria tessile tedesca e che ora, in quanto non ‘ariani’, erano in procinto di esserne esclusi (indovinate chi?). E naturalmente sotto il controllo diretto dello stato nazista, con i tentacoli dei coniugi Magda e Joseph Goebbels spinti fino agli armadi dei cittadini tedeschi (Magda G., per breve tempo responsabile dei lavori della sezione moda del ministero della cultura, considerava un suo dovere nazicivico quello di sembrare perennemente una bambola. Sosteneva che gli uomini tedeschi sono particolarmente uomini, e quindi le donne tedesche devono essere particolarmente femminili (lei intanto vestiva francese. Lui le sparò qualche anno dopo).

Adefa vestiva i tedeschi di ideologia (dopo la guerra si dirà vendere sogni), pupazzetti nella casa di bambole di Joseph e Magda, e spogliava tutti gli altri di capitali immensi, umani e non umani. L’industria tessile e il settore moda furono per i nazi tra i più difficili da ‘arianizzare’. Pare che questo settore fosse, oltre o forse in quanto uno di quelli con la minor concentrazione di aziende tedesche (non sono famosi per il sandalo con il calzino per nulla, e se Berlino era un fulcro di interesse mondiale per l’industri della moda non poteva essere solo merito loro), anche quello in cui le relazioni personali tra gli addetti ai lavori, e quindi tra ‘ariani’ e ‘non ariani’, erano più distese e amichevoli, e perciò potenzialmente antinaziste. L’istituzione di Adefa fu uno dei moltissimi tasselli nel puzzle dell’espropriazione, fatto di boicottaggi, propaganda, concorrenza sleale, sabotaggi e roghi.

Che ci sia rimasto attaccato qualcosa a quel vestito delle mani che lo hanno creato? Chissà quante ne deve aver passate quella stoffa verde bottiglia prima di arrivare fino a Mimi – me la immagino a volteggiare sghignazzando addosso a una signora che va a una festa danzante nel palazzo della repubblica. O ritrovato in una cantina di Berlino subito dopo la guerra, salvato chissà come dal rogo tutt’intorno. Sempre con questa sua targhettina razzista a condannarlo senza appello, a datarlo in maniera oscenamente precisa. E come lui tutti gli altri pezzettini di catastrofe prodotti dagli ariani per gli ariani e fieramente etichettati. Gli acquirenti di Adefa si stavano comprando la fine del mondo – viene da chiedersi cosa ci stiamo comprando noi, ogni giorno. Ma prima di deragliare verso riciclaggio e boicottaggio rientro nel tempo presente e mi decido a salutare Mimi. Fuori dall’oasi c’è ancora una tempesta biblica, e un sacco di gente a fare le compere di Natale. Ma senza troppa frenesia, come si confa a una città che non ti fa nemmeno andare a fare shopping senza chiedere un po’ d’attenzione.

Utopie sospese: “Cloud Cities” di Tomàs Saraceno, Hamburger Bahnhof, fino al 15 gennaio 2012.

Post di Ema

Posted on | dicembre 16, 2011 | No Comments

I musei di arte contemporanea sono costruiti su una strana tensione spazio-temporale. Da una parte in quanto “musei” sono infatti disciplinati dal tempo del custodire e il loro spazio è quello protetto dell’archivio, o, nella più incantevole delle messinscene, della wunderkammer. Dall’altra parte invece  se vogliono essere davvero “contemporanei” devono vivere il tempo vago dell’esplorare e il loro spazio è quello indefinito e permeabile della frontiera. Considerando poi che la loro ricerca si muove nelle pastoie di una istituzione possiamo solo immaginare quanto è complicata la loro posizione specialmente se scelgono di diventare uno degli interlocutori culturali principali della città anziché isolarsi in un’Arcadia (fate voi, minimal o pop) riservata agli intenditori. Il museo per la contemporaneità di Berlino, Hamburger Bahnhof, ha scelto senz’altro la prima via, e, non certo primo fra i musei di arte contemporanea del mondo, ha capito che per mantenersi vivace partecipante della vita culturale di Berlino non può confidare unicamente sulla sua bella collezione permanente, ma piuttosto provocare la città con eventi speciali, mostre ed interventi site-specific. Ovvero opere d’arte concepite esclusivamente per l’Hamburger Bahnhof, allestite per breve tempo nei suoi spazi, destinate a creare intorno a sé dibattiti, lezioni, visite (tante, tantissime per essere un museo di arte contemporanea) e di conseguenza un po’ di profitto (ché oggigiorno tutti, anche le istituzioni, sono chiamati a guadagnare). Insomma in questo modo riesce a diventare un museo che non si può “vedere una volta nella vita” e mettere via, spulciato dalla lista delle cose da fare, rapidamente trasformato in fotografie da infilare tra le diecimilacentodiciotto fotografie conservate nel computer. E forse proprio così riesce a sopravvivere nel suo paradosso ed essere costantemente contemporaneo.

L’istallazione di questo inverno 2011/2012 mi sembra perciò particolarmente suggestiva per come racconta questo status di “archivio spalancato” e per come si fa interprete del rapporto fra arte e città, in particolare una città come Berlino che in questi anni è spettatrice del suo rapidissimo cambiamento (e siccome Berlino è berlinese la sua partecipazione è attenta, attiva, non di rado polemica, a volte ahimè suddita): “Cloud cities”, si chiama così l’opera mozzafiato che Tomàs Saraceno ha realizzato nella grande hall del museo (che fu una stazione), “Città nuvole”.  E chi non ha mai sognato almeno una volta di abitare sulle nuvole? Leggere, sospese, lontane dalla terra e dalle sue brutture, si muovono libere qua e là, a volte si incontrano, si scontrano, si uniscono e poi si separano. Una metafora molto interessante per chi sogna le città e per tutti i costruttori di utopie architettoniche. Ma Saraceno è un architetto vero. E il suo lavoro consiste nel rendere realizzabile  una utopia. “Tecnicamente – si chiede Saraceno – come posso costruire una città nuvola?” e ancora, “Che cosa può insegnare alla tecnica il sogno di una città nuvola?”. Il suo sguardo sul mondo è scientifico e poetico, ha occhi capaci di farsi incantare, ma subito pronti a trasformare l’incanto in un brevetto. Saraceno interroga la natura (le nuvole, ma anche le bolle di sapone, la seta dei ragni, le piante aerofile del genus Tillandsia che non hanno radici  e ottengono tutto quello di cui hanno bisogno dall’aria), e dalla natura trae gli schemi, le forme e le strutture per le sue città.

Nella hall del Hamburger Bahnhof sono esposte una ventina di biosfere, costruite con un materiale trasparente brevettato dallo stesso Saraceno, imbrigliate in una rete di cavi che – grazie a un sapiente gioco di tensioni e trazioni rubato ai ragni – le mantiene tutte sospese. Alcune biosfere ospitano giardini aerei (la Tillandsia è ingannevole, sembra rinsecchita ma è viva, viva) altre, invece, sono vere e proprie stanze-bolla in cui è possibile entrare. Le più belle sono quelle che ti portano in alto e ti permettono di stenderti sulla curva morbida e trasparente, affondare nell’aerogel, guardare dall’alto gli uomini seduti sotto di noi e sentirsi veramente on cloud 9. In quel intreccio di cavi, bolle, foglie, vapori l’attività umana non è mai un elemento trascurabile. Gli uomini e le donne che attraversano l’istallazione prestando attenzione ai cavi, muovendosi fra le reti, avvicinandosi alle bolle ed allontanandosene, tentando la scalata di una e poi , lievi, gettandosi con abbandono giocoso sulle superfici sospese e trasparenti costruiscono un modello di comportamenti che ritroviamo nella città, tesa tra le forze irrigidite delle sue strutture ma capace improvvisamente di mutare, sbrigliarsi e creare bolle, più o meno effimere, di sperimento, gioco, relazione. Proprio come le nuvole di Saraceno la città contemporanea si costruisce e ricostruisce in base a una principio di tensegrità: tensione e integrità fra le parti. Il tutto sta nel non spingere troppo, nel non farsi troppo pesanti, nel fare sempre attenzione. Ecco, Saraceno ci ricorda soprattutto l’attenzione che dobbiamo prestare costantemente mentre ci aggiriamo nel mondo, perché non è ancora esaurita la sapienza custodita in esso. E se davvero vogliamo volare via, prima sarebbe bene averlo capito tutto, questo mondo opaco, a volte pesante, ma che tutto sommato è la nostra unica rete di sicurezza.

“Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti di Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge”

Italo Calvino – Le città Invisibili

Benvenuti nella Terra di K

Post di Ema

Posted on | dicembre 1, 2011 | No Comments

Se in questi giorni rigirate tra le mani una banconota da 5 euro potrebbe risalirvi per la spina dorsale una specie di vampata unghiuta: chiamatela premonizione, chiamatela ansia, chiamatela, oh Cassandre, nostalgia anticipata.  Certo ci sono ancora molte cose che si possono fare – oggi – con quel biglietto in mano. Sicuramente più a Berlino che in Italia. Ad esempio, se siete a Berlino e avete in mano una banconota da 5 euro potete diventare Presidenti della Terra di K. Sì avete capito bene, non ho scritto – come al solito – “comprare 5 birre”, bensì “diventare Presidenti”, suvvia mica è una novità che con i soldi si possono comprare tutte le cariche che si desiderano (non è che di colpo siamo diventati più virtuosi perché uno si è dimesso).

Non dovete fare altro che recarvi al Tacheles, aggirare le inferriate, le reti, le cancellate che spuntano nottetempo qui e là per isolare la Kunsthaus dalla città come fosse il ricettacolo di una infezione fatale e contagiosissima, avventurarvi nella desolazione che un tempo fu il giardino delle sculture e lì, a sorpresa, troverete ancora una capanna reduce dallo sgombero e lo scheletro delicato di un teatrino di legno dove galleggia un pezzo di prato selvatico, sollevato dal suolo e perciò indipendente da ogni rivendicazione territoriale, statale o nazionale, da ogni pretesa di possesso, capestro da ipoteca, tagliola immobiliarista: eccola, Kappaland, ovvero la Terra di K (dal nome del suo fondatore, lo scultore Angelo Loconte K). Un’aioula di erba e trifogli, racchiusa in una cornice di ferro, montabile a piacere su una bicicletta (è una terra a cui piace viaggiare!)

E una volta che avrete acquistato la vostra carica di Presidenti, dentro la Terra di K potrete fare assolutamente quello che volete. Nei limiti, è ovvio, del territorio sottoposto alla vostra autorità: un millimetro quadrato. Va bene che siamo a Berlino, ma con 5 euro cosa ci volevate comprare? Eggià…con 5 euro quanta terra si può comprare? Ma anche averne a miliardi di banconote da 5 euro, è davvero possibile possedere la terra? Come può la Terra appartenere a noi, quando siamo noi ad appartenere a lei? La Terra ci accoglie quando nasciamo: noi appariamo e lei è già lì piena di storie meravigliose o miserande, panini al latte e caramelle mou, scarpe – di tante misure perché non si resta sempre piccini – e fogli per disegnare, aerei e biblioteche, piano piano ci sostiene mentre cresciamo, sempre accanto, sopra, sotto, tutto intorno fino a che pfuff noi svaniamo e lei resta (o almeno così mi auguro…per tutti voi che resterete dopo che io sarò svanito). Ci si possono investire tutte le banconote da 5 euro del mondo, ma ahimè, comunque vada, la terra ci scapperà sempre di mano. Possiamo possederla, suggerisce sornione Angelo Loconte K, “solo nella misura dei nostri piedi e solo per la durata della nostra vita, in pratica possedere quello che ci sostiene non ha alcun senso, amarlo sì”. Il suo invito è a compiere un atto psicomagico che trasforma improvvisamente i nostri 5 euro (le nostre 5 birre, il nostro pacchetto di sigarette) in un’opera d’arte: comprando un millimetro di Kappaland trasformiamo il valore del nostro denaro e, se la psicomagia funziona, cambieremo di conseguenza noi stessi.  Angelo, che sorveglia davvero come un angelo la sua creatura, poi vi spiegherà che, se tante persone compreranno i millimetri di Kappaland e ne diventeranno presidenti sarà possibile cambiare un poco il mondo: e non parla lui di quel cambiamento al sapore di aria fritta che sfiata dalla gola di tanti parolai, lui, che è un signore stoico e pratico, con i soldi ricavati da Kappaland vuole farci cambiamenti concreti: comprare un pezzo di terra più grande,
affittare un bulldozer e buttare giù quello che già c’è. E poi ricominciare piano piano a venderla, per comprare un appezzamento più vasto e ridare luce e respiro al prato. La terra posseduta torna a essere di tutti e di nessuno. Pars Destruens. Ma c’è anche una Pars Construens. I soldi che i Presidenti di Kappaland consegneranno al progetto serviranno al finanziamento di nuovi progetti artistici: perché questa Terra di K funziona come richiamo per tante intelligenze creative che, chiamatelo caso, chiamatelo network, arrivano al teatrino di legno e si fanno incantare dalla semplice potenza di questa scultura concettuale. Angelo, che intorno ci ha già costruito un teatro, ha le idee chiarissime in proposito: la prossima fase del progetto Kappaland sarà uno spettacolo. Con musicisti, attori, videomaker. Tutti pagati (questa sì che è psicomagia!) Altrimenti a che servono i soldi che Kappaland sta raccogliendo?

Perché, credeteci o no, i Presidenti di Kappaland sono sempre di più: troverete tutti i loro racconti, dediche, appunti, ringraziamenti e commenti sul libro-registro che Angelo custodisce insieme alla sua opera. Una cosa sorprende spulciando qui è là tra gli scritti (inglesi, francesi, spagnoli, italiani, tedeschi, siamo pur sempre al Tacheles, dove, prima o poi, chiunque passi per Berlino arriva): l’improvvisa, entusiasmante felicità che si prova disfandosi di 5 euro e diventando presidenti di un filo d’erba.

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Il Sogno Elettrico: Berlino, Festival of Lights, 12-23 ottobre 2011

Post di Ema

Posted on | ottobre 12, 2011 | 2 Comments

Berliner Dom nel Sogno Elettrico

Tra Berlino e l’elettricità c’è una storia d’amore lunghissima: una scintillante passione erotica esplosa negli anni ’20 che si è oscurata drammaticamente durante la guerra, quella mondiale e quella fredda. Prima, sotto le bombe, bisognava spegnere tutte le luci, poi di luci non ce n’erano più (non c’erano neanche i soffitti dove appendere le lampadine), poi ci si è messo di mezzo Stalin (come il cattivo di ogni romanzo d’amore, e diciamolo, come cattivo Stalin fa la sua figura) che pensò bene di tagliare  i cavi elettrici del settore ovest durante la Blockade. E quindi il Muro, che era decisamente ben illuminato, ma che se deve raccontare una storia d’amore parla senz’altro della fase sadomaso(me lo posso immaginare come una rasoiata di lampioni in mezzo alla città). Oggi però Berlino e la luce elettrica si accompagnano di nuovo a braccetto, un po’ come quelle coppie antiche, che ne hanno passate di tutti i colori, ma che ancora si sostengono l’un l’altra, magari un po’ curvi, senz’altro più bianchi, fragili nel passo ma non nel cuore, capaci di scambiarsi ancora un bacio ardente nelle notti di luna e chiamarsi “amore”. Baci che Berlino e l’elettricità si scambieranno nelle notti tra il 12 e il 23 ottobre durante il Festival of Lights, un evento che trasforma completamente il volto notturno della città: un’ottantina di monumenti e luoghi simbolici verranno illuminati da luci d’artista e ci regaleranno una Berlino elettrizzata e caleidoscopica, a volte onirica, a volte pacchiana, guazzabugli rosa shocking e verde ramarro, delicate videoproiezioni pittoriche, atmosfere subacquee o stellari, esplosioni barocche o balletti di laser: cose che negli anni ’20 potevano solo sognare, ma, è questo il punto, davvero qui,
a Berlino, sognavano. È come se il Festival delle Luci riportasse questi due vecchi amanti, la città e la luce elettrica, ai frizzi pazzi dell’innamoramento giovanile, all’incontenibile passione adolescenziale che tutto rende possibile. Una porta di Brandeburgo fuschsia, un Duomo optical, una Torre della Televisione che starebbe bene in Final Fantasy XIII… lo so non sempre il risultato è gradevole, ma lo sappiamo tutti che l’amore rende ciechi.

La cosa divertente è che per vedere Berlino illuminata non bisogna aspettare fino a mezzanotte, oramai fa buio alle sei e mezza (sigh) e quindi si ha tutta la serata per passeggiare o cavalcare la propria bicicletta inseguendo le sorprese disseminate da questo amore elettrico. Per chi conosce bene la città è un momento ideale per rinsaldare il proprio legame d’affetto, ma anche un’occasione per rivalutare certi paesaggi metropolitani che, nel chiarore bigio, insipido, del giorno, risultano oramai anonimi (quando non proprio antipatici). Per chi invece arriva a Berlino la prima volta è invece un’occasione splendida splendente per lasciarsi affascinare da questa città e soprattutto per entrare nei suoi ritmi. Berlino è una città elettrica sotto molti punti di vista, ma se c’è una cosa che bisogna imparare per poterla apprezzare è che è una città che non si spegne mai. Non possiamo pretendere di avere la Porta di Brandeburgo rosa per tutto l’anno – ci mancherebbe solo questo – ma qui sappiamo che non c’è ora della notte in cui la città si addormenti, si svuoti. Come una lampadina spenta appesa in una stanza dove non c’è nessuno. Berlino all’opposto è sempre accesa. Dal 12 al 23 ottobre avrà certo un tocco di follia in più, ma non c’è notte dell’anno in cui la città e l’elettricità non possano accontarvi la loro storia d’amore con una proiezione, un faro,un vecchio lampione, o una strana insegna al neon (come quel faccione misteriosamente apparso all’inizio della Karl Marx Allee – cos’è?).

In queste sere di ottobre saranno organizzati molti eventi speciali in tutta la città, pensati proprio per attirare cittadini e turisti a vivere la notte berlinese (nonostante il freddo, fatemelo dire), ve ne segnalo uno in particolare: l’istallazione “l’Ambasciata dal Parlamento degli Alberi”, curata da Ben Wagin, l’artista berlinese che piantò accanto al Reichstag un albero per ciascuna delle vittime del Muro di Berlino. Questo luogo, che normalmente è trascurato e un po’sacrificato, sperso come è in mezzo ai cantieri del Regierung Viertel, schiacciato tra il fiume e i palazzi nuovi, avrà così occasione di tornare a parlare con il suo Memento quieto ma forte: alberi che devono ammonire i viventi a non dimenticare mai chi è
stato ucciso dal proprio stato mentre cercava la libertà.

Sono state organizzate anche molte passeggiate notturne, giri in bicicletta, o in autobus per dare a tutti la possibilità di ammirare i giochi del Festival of Lights. Se il tedesco però non è il vostro forte ricordatevi di noi! Vi accompagneremo volentieri nella splendida Berlino notturna,
raccontandovi come è nato questo sogno elettrico e come, non senza difficoltà, si sta facendo, anno dopo anno, realtà. Se ne volete saperne di più, scriveteci.

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