Lieblingsort 2: Pergamon Museum

Chissá se Federico II (der Alte Fritz) quando progettava di trasformare Berlino in una nuova Atene sulla Sprea avrebbe mai potuto immaginare che gli Olimpi sarebbero venuti ad abitare proprio qui.

Strappati alla terra che li aveva sepolti, nelle loro effigi maestose e crudeli, sono giunti dalla rovente rocca di Pergamon (Turchia) alle umide pianure del Brandeburgo.

Per custodirli si pensò di innalzare un apposito museo, adatto, per le sue dimensioni, a conservare reperti archeologici così monumentali: il Pergamon Museum (1930) che oggi è nascosto dalle impalcature dei tanti cantieri che stanno ristrutturando l´Isola dei Musei, ma che – ricordo – mi lasciò impressionato già mentre salivo le sue scalinate a cavallo del fiume, la prima volta che venni a Berlino… e ci venivo anche per loro: per incontrare gli Dei.

Si svolse tutto in modo scioccante: dopo un ingresso tanto trionfale non mi aspettavo certo che il famoso Altare di Pergamo fosse esposto proprio subito, nella prima sala, e men che meno mi aspettavo che ad accogliermi dietro l´angolo fosse Ecate la tenebrosa. Sull’altare è raffigurata nel suo aspetto misterioso e triplice, tre teste e sei braccia come una dea indù, ma lei è proprio una strega greca tutta spettinata, che sorridendo frigge con la sua torcia l´occhio di Clizio, uno dei giganti che stava tentando di raggiungere la cima del Monte Olimpo per spodestarne gli aurei signori. Il basamento dell’Altare racconta infatti uno degli episodi più antichi e violenti della mitologia greca, la Gigantomachia, che confermò la supremazia delle giovani divinità del cielo contro i più antichi figli della Terra. E nascondeva – nell’intento dello scultore – la celebrazione della vittoria del monarca ellenistico Eumene II contro i barbari Galati.

Racconta Apollodoro (Biblioteca, I, 6)

Questi (Eracle) scagliò un dardo contro Alcioneo, ma il gigante non potendo morire nella terra dove era nato, fu da Atena tratto fuori di Pallade, e solo così potè essere ucciso. Porfirione mosse contro Eracle ed Era, ma Zeus lo fulminò ed Eracle lo uccise colpendolo con una saetta. Apollo colpì Efialte con una freccia all’occhio sinistro; Dionisio uccise col tirso Eurito; Ecate colpì con le fiaccole Clitio, mentre Efesto rovesciò su di lui masse metalliche incandescenti; Atena fece precipitare la Sicilia su Encelado che fuggiva; Poseidone scagliò su Polibote, che era riuscito a sfuggire a Coo, la parte dell’isola detta Nisiro, dopo averla spezzata con il tridente; Ermete, con l’elmo di Ade, uccise Ippolito; Artemide trafisse Grazione; le Moire uccisero Agrio e Toone; Zeus fulminò gli altri, ed Eracle colpì tutti con le frecce.

Si tratta di un vero e proprio scontro di civiltà, che mozza il fiato per la bellezza del plasmato e per la straordinaria forza del racconto: scegliendo una concentrazione temporale innaturale lo scultore ellenistico ci mostra gli dei mentre sono intenti a combattere contro i giganti ma al tempo stesso mentre gioiscono della loro vittoria. I giganti, barbuti, avvolti nelle spire delle loro gambe-serpenti, hanno le chiome disfatte, gli occhi sbarrati, le bocche bavose di rabbia e dolore (e inconsapevolmente inaugurano lo stile barocco). Gli dei del cielo (puramente classici), giovani e belli, sorridono incantevoli, con occhi spietati e sereni, mentre li trafiggono di frecce (Eros), mentre li coprono di serpi velenose o li fanno sbranare dai loro leoni (la Dea Notte con le sue Figlie Fatali). Nike, dea della vittoria, li sta già incoronando – quasi di fretta, da come le si scompigliano le vesti – , mentre sotto i loro calzari bronzei i giganti si dibattono ancora non del tutto sconfitti.

E guardateli bene, questi Dei di Berlino: Afrodite civettuola che scende in battaglia tutta agghindata, con calzari raffinati (oggi sarebbero tacchi a spillo) e una tunica trasparentissima che rivela le sue curve generose (una specie di Dita von Teese insomma – magari con un filino di cellulite in più). Ma la divina cocotte è armata fino ai denti e insieme al suo figlioletto alato non si ritira certo dalla mischia, mendando fendenti a destra e a manca. Oppure Zeus, che nel mezzo di una battaglia frenetica, si volta verso lo spettatore rivelando, con mossa da body-builder consumato, il suo immenso torso e (quando c´era) il suo volto barbuto e trionfante. Provate poi a immaginare che questi marmi candidi, lo sappiamo bene, un tempo erano dipinti con colori brillanti: zafferano, porpora cupa, terra rossa, verderame. E questi Dei marmorei e alieni apparivano quindi più umani, più simili e vicini alle genti che li guardavano a bocca aperta. Li adoravano (in senso lato e in senso stretto) come oggi si acclama una truccatissima pop-star. E in fondo sono stati proprio quegli dei a insegnare alle dive come ci si comporta: anche mentre si calpesta un disgraziato con lo stivaletto firmato, non smettere mai di sorridere e di lanciare sguardi fatali da sotto le ciglia finte: non sia mai che qualcuno stia fotografando!

Scherzi a parte, sotto questa bellezza ostentata non si fa fatica a vedere una propaganda sfacciata, che inneggia alla supremazia, senza dubbio per prima cosa estetica, di una civiltà rispetto a un´ altra. Mi sono spesso chiesto se questa visione politica della bellezza, nobilitata dalla sua origine classica e antica, non abbia contribuito a ispirare quei sentimenti di aberrante superiorità che formarono le teorie nazionalsocialiste. Insomma venire a Berlino e vedere la vittoria di questi dei (immaginateli biondi) su quei rozzi giganti (spettinati e sporchi, perché vengono dalla terra), non poteva lasciare immutati gli animi delle persone (soprattutto in epoche in cui la visione della bellezza e l´esibizione della forza possedevano un´aura che oggi cinema hollywoodiano e televisione hanno inesorabilmente sciupato).

Personalmente quando sono uscito la prima volta – commosso e tremante – dal Pergamon Museum non avevo nessunissima voglia di conquistare la Polonia… pensavo semmai a Pollon (.…sulla cima dell’Olimpo c´è una magica città, gli abitanti dell’Olimpo sono le divinità, poi lì c´è una bambina che ancora dea non è…), al mio professore di greco del liceo che non riusciva a farci imparare a memoria i Canti dell’Iliade, e a quegli Dei che oggi, poverini, non li adora più nessuno. E in fondo in fondo sono anche ben gentili, pensate che scenate farebbe Madonna se da un giorno all’altro perdesse tutti i suoi fan. E Madonna, al momento, non può ancora lanciare i fulmini.

Animato forse da questo sentimento, misto di affetto ammirazione e nostalgia, ho fatto del Pergamon Museum uno dei miei luoghi del cuore: il giovedì sera, quando, se non ci sono mostre speciali, é sempre gratis entrare, mi capita di andare a trovare gli dei. Per salutarli, ammirarli, ricordare insieme a loro le loro storie, a volte meravigliose, a volte truci, non sempre del tutto esemplari. Poi posso prendermi una birra e rilassarmi sul fiume, guardando il tramonto dal ponte dietro al Bode Museum, oppure stendermi sul prato del Lustgarten. Anche se sono nel centro di Berlino, vige comunque una serena informalità del vivere.

Bevo anche alla loro salute, a quella degli Dei intendo, perché in fondo erano anche loro una massa di ubriaconi incasinati, a volte annoiati, a volte disperatamente innamorati, invidiosi, tristi, magari non disoccupati, ma malinconici, pensierosi addirittura. Piaceva certo anche loro bere, stare sdraiati sul prato, guardare un bel tramonto.

Sapevano raccontare l´animo dell’uomo, la sua innata tensione verso l´inspiegabile e il meraviglioso, il suo cedere – a volte rovinosamente, a volte trionfalmente – alla passione, molto meglio di un santino infilzato circondato da candele (elettriche). Io Credo.

Zeus combatte contro i giganti
Zeus combatte contro i giganti
l´altare in tutta la sua magnificenza
l´altare in tutta la sua magnificenza

0 thoughts on “Lieblingsort 2: Pergamon Museum

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *