Preview Berlin Review

I curatori di Preview Berlin sapevano di dovere competere con fiere d’arte storicamente consolidate e commercialmente fiorenti, come Art Forum o Berlin Liste. Ma, ora è chiaro, volevano segnare la differenza.

Scegliendo per prima cosa uno spazio, la hall centrale dell’ex-aeroporto di Tempelhof, che ha rivoluzionato il modello classico della fiera espositiva. Anziché ricostruire all’interno dell’edificio un susseguirsi di spazi cubici e bianchi, adatti con la loro anestetica ripetitività a valorizzare l’opera d’arte in sé – esattamente come i banconi di un supermercato-, a Preview Berlin lo spazio è presentato tale e quale: nella sua splendida elegantissima architettura anni ’30.

La cornice espositiva è a tal punto valorizzata che le opere esposte hanno dovuto per forza adeguarvisi, e la fiera ha assunto le connotazioni di un evento, piuttosto che di un mercato.

Le volumetrie ampie della hall di Tempelhof hanno invitato i galleristi a esporre opere che occupano, o meglio coinvolgono, lo spazio tridimensionale e hanno permesso ai curatori della mostra di creare un percorso invisibile tra pezzo e pezzo, una delicata interattività tra pubblico e mostra, riassunto però in un magnifico colpo d’occhio: appena entrati in Tempelhof, dall’alto della scala che conduce verso i cancelli d’imbarco, l’intero aeroporto con tutte le opere che vi sono state “collocate” si presentava come una complessa installazione in cui il visitatore poteva aggirarsi senza attraversare barriere o diaframmi, senza che i nomi degli artisti o peggio degli espositori arrivassero prima dell’opera, compromettendone (col loro presupposto prestigio) la fruizione.

Sicuramente questa scelta ha penalizzato certe forme espressive (quelle bidimensionali), ma è stata vincente nella godibilità complessiva dell’esposizione e non ha nascosto l’entusiasmo dei curatori per lo spazio dell’aeroporto, che attualmente è fuori uso e cerca perciò una propria ri-definizione nel vissuto urbano berlinese. La proposta arrivata da Preview Berlin è stata chiara: questo spazio, ricco di storia e connotazioni, è uno spazio parlante e, a tutt’oggi, vivissimo. Non ha senso mistificarlo. La sua bellezza razionalista non consente inganni. Anche se fu l’aeroporto nazista di Berlino.

L'aeroporto di Tempelhof come spazio espositivo
L’aeroporto di Tempelhof come spazio espositivo
Tempelhof durante Preview Berlin - In primo piano l'opera di In primo piano l'opera di Pim Palsgraaf
Tempelhof durante Preview Berlin – In primo piano l’opera di In primo piano l’opera di Pim Palsgraaf

Detto questo spostiamo la nostra attenzione su quello che i curatori di Preview Berlin hanno scelto di presentare all’interno dell’aeroporto. L’arte che diventerà famosa domani, secondo i loro proponimenti. L’arte che da qui si appresta a volare nel prossimo secolo.

Continuando con questa metafora aeroportuale potremmo dire che non si sono presentati al cancello di imbarco:

  • la carne e lo schermo: il corpo è stato materia e argomento dell’arte contemporanea dagli anni ’70 in poi. L’indagine delle emozioni (laceranti o delicate) e del loro corrispettivo fisico o la messinscena delle viscere, del sangue, del seme, la violazione della pelle (divenuta la nuova tela degli artisti contemporanei, pelle da dipingere o pelle da squarciare) sono stati i temi centrali di gran parte dell’arte degli ultimi 40 anni. E di conseguenza anche il video. Non dimentichiamoci infatti che la videoarte è nata storicamente come documentazione delle arti performative e della body-art in particolare. E solo in seguito ha rivendicato una propria emancipazione espressiva, trionfando tra gli anni ’80 e ’90 come inarrestabile forgiatrice di immagini e di racconti. A Preview Berlin il corpo non è esibito. Mai. E scompare così in un lampo anche il suo simulacro elettronico. Senza corpo non si da né ombra né riflesso.

  • il digitale: sembrava che nel mondo dei codici binari, delle reti e del virtuale l’arte contemporanea avesse trovato ben più che una pentola d’oro: sembrava un universo ancora inesplorato da cui attingere quello che finora non si era neppure potuto immaginare. Infinitamente. Finalmente. Dopo la lugubre ammissione della morte dell’arte a inizio novecento, il digitale ha offerto sul finire del secolo la speranza di una vita dopo la morte. Che sia già tutto finito? A Tempelhof il computer lo usano solo i galleristi (o i loro giovanissimi “praktikanten”). Non è dato sapere se stiano lavorando o semplicemente controllando facebook. Sta di fatto che “la macchina delle meraviglie” è stata declassata alla categoria degli elettrodomestici. Di quelli utili, ma che si usano rigorosamente da soli.

  • la pittura: che stesse poco bene lo sapevamo già. Ma morta e sepolta? Perché nessuno ci ha avvertito in tempo prima di farla sparire dalla circolazione? Ma forse la sua assenza è semplicemente una conseguenza delle caratteristiche speciali di questo spazio espositivo: qui si impone lo spazio nella sua tridimensionalità (architettonica e scultorea) e nella sua attraversabilità. Banalmente: non ci sono muri per appendere dei chiodi. Comunque c’è il sospetto che l’abbiano scelto apposta per avere una buona scusa per non invitarla.

Questi i grandi assenti. Quelli che i curatori di Preview Berlin hanno lasciato a terra (il – già- passato???). La loro selezione invece ha chiaramente presentato come tendenze dell’arte emergente:

  • il bricolage: da intendersi sia come arte del modellismo sia come semplice fai-da-te. La manualità divertita dell’artista che crea piccoli modellini anziché oggetti o spazi a dimensione reale pare essere il leit-motiv di questa mostra. Modellini come progetti della mente che trovano una manifestazione provvisoria in scala, modellini che assurgono però al rango di vere proprie sculture o installazioni (Pim Palsgraaf, Hesselholdt & Mejilvang, Edmund Piper per dirne alcuni). A questo piacere – modesto – della costruzione in piccolo (chiaro invito a ricordarsi che le dimensioni non contano), si accompagna la scelta dei materiali umilissimi, da riciclo (uno su tutti: il cartone da imballaggio) che fanno pensare ai giochi dei bambini poveri di denari, ma ricchi di fantasia (e colla vinilica). Chiaramente un’arte da crisi economica. Che attende tempi più floridi e intanto si allena a ricreare il mondo. Fragile.

Preview Berlin - Dieter Lutsch, Trockenbau, 2008
Preview Berlin – Dieter Lutsch, Trockenbau, 2008
Preview Berlin
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Preview Berlin
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  • il gioco: quasi una conseguenza di questo prolifico fai-da-tè, il divertimento dell’artista/artigiano che incolla, dipinge, inchioda, scolpisce il polistirolo e sventra scatoloni sostituisce qualsiasi forma di impegno sociale, politico, storico. Se è arte di crisi, allora è arte che si rifugia nel gioco. Che gioca con lo spettatore stesso, chiamato a un contatto interattivo con l’oggetto (Dmitry Kawarga), un apprezzamento tattile ed esperienziale anziché un complesso ragionamento. Forse la scelta esibita e continua del materiale più povero può raccontarci qualcosa della precarietà del mondo in cui viviamo. Forse le borse di nylon (quelle dei cinesi per intenderci) grandi e piccine, abbandonate qui e là nella hall dell’aeroporto o sospese a palloncini binachi (Sophie Schmidt) vogliono parlarci dei problemi migratori, della difficoltà a volare via. Chiarissimo invece Robert Kunec che deposita in un angolo della hall una valigia nera (“this is not a bomb”) e presenta un modellino gigantesco di soldatino da montare, il soldato/terrorista/suicida (e quindi pre-sagomato nei pezzetti che la bomba farà saltare via, ma pronto a essere rimontato, magari in altri colori). Sembra un giocattolo (per bimbi giganti), ma siamo in un aeroporto. Eppure da quando siamo entrati non ci si leva dalla testa il paragone con un grande emporio di giocattoli sotto Natale (sarà anche perché ci ha accolti la scultura di lucine rosa rotanti di Marcel Buehler). Seduttivo.

Preview Berlin - Marcel Bühler, »NOT DONE YET«, 2009
Preview Berlin – Marcel Bühler, »NOT DONE YET«, 2009
Preview Berlin - Sophie Schmidt,  Transporttasche, 2009
Preview Berlin – Sophie Schmidt, Transporttasche, 2009
Preview Berlin, Robert Kunec  1/1 Suicide Bomber, 2008 (particolare)
Preview Berlin, Robert Kunec 1/1 Suicide Bomber, 2008 (particolare)
  • lo spazio consacrato (altari, caverne e camerette): forse spaventati proprio dalle connotazioni di questo spazio molti artisti hanno scelto di proteggere la loro opera costruendoci intorno uno spazio protetto: una casetta o una cameretta di legno o cartone (la “cave”). Uno spazio ritagliato dal reale prosaico in cui lo spettatore deve entrare come in chiesa o come in un luogo assolutamente privato. Lì l’artista può esprimere le proprie idiosincrasie (Andrea Lehmann) o può giocare in modo più suggestivo con l’osservatore trasportandolo in un piccolo mondo alternativo (Evol) – senza costrizioni o irrispettose intrusioni. Questi spazi ritagliati chiedono al visitatore di interagire con loro, di giocare con loro, ma solo per il tempo che il visitatore ritiene necessario. Se non mi vuoi ascoltare…arrangiati, paiono volere dire. Una negoziazione intima. Uno spazio raccolto su se stesso e che in questo ripiegamento trova la sua sacralità. Ma a volte la cameretta dell’ “hikikomori” può diventare la caverna platonica. Un segreto.

Preview Berlin - Evol, Flamingo Beach – Later, 2009
Preview Berlin – Evol, Flamingo Beach – Later, 2009
Preview Berlin, Andrea Lehmann, GREENELAND, 2008/2009
Preview Berlin, Andrea Lehmann, GREENELAND, 2008/2009
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Preview Berlin

La previsione dei curatori di Preview Berlin pare in sintesi questa: l’arte che volerà da Berlin Tempelhof, l’arte del futuro, sarà molto coinvolgente, ma pudica.

Preview Berlin -  Particolare da:  Alexej Koschkarow - "Modell von Checkpoint Charlie Originalzustand von 1907 Beschädigungen nach der Karibischen Krise", 2009
Preview Berlin – Particolare da: Alexej Koschkarow – “Modell von Checkpoint Charlie Originalzustand von 1907 Beschädigungen nach der Karibischen Krise”, 2009
Preview Berlin - Particolare da: Michael Nitsche, O.T. (Shifter), 2007
Preview Berlin – Particolare da: Michael Nitsche, O.T. (Shifter), 2007
Preview Berlin
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