Compleanni dimenticati, compleanni da dimenticare: dove è finita la DDR?

Avevamo avuto il sospetto che il silenzio con cui è stato lasciato passare il quarantesimo compleanno della Torre della Tv, uno dei più simboli principali della città di Berlino, avesse a che fare con il suo passato socialdemocratico. Quando poi il silenzio si è esteso come neve compatta sull’anniversario della fondazione della DDR – che nacque per la precisione il 7 ottobre 1949 – si sono evidenziati l’impaccio e il disagio con cui questa città affronta larghe fette del suo passato. La patata scotta ancora perciò è meglio seppellirla per un po’.

In effetti e per fortuna la DDR non esiste più. Quindi non ha praticamente senso festeggiarne il compleanno. Sarebbe peraltro di pessimo gusto visto che da un anno ci si prepara a festeggiarne la morte (che potremmo simbolicamente fare coincidere con la Caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989). Tuttavia mi è parsa un’occasione sprecata per discutere le cause che hanno portato alla nascita di quello stato. Parlare di come e perché il Muro è caduto è infatti come raccontarsi una favola a lieto fine: è bello, edificante e certo rasserenante discutere di come il popolo, il “Volk” finalmente rinato, è riuscito ad abbattere il regime con una “Rivoluzione Pacifica”. Raccontare invece come è nato quello stato di polizia che per quarant’anni ha rappresentato dinanzi al mondo interno la tirannide partitica e la chiusura arteriosclerotica del blocco comunista fa venire un po’ l’amaro in bocca, perché ci costringe non solo a indagare le meschinità dell’animo umano e della sua (comica) ansia di potere e immortalità, ma ci porta anche a svelare le origini di quella divisione, che affondano nella catastrofe della seconda guerra mondiale e che comunque non fanno fare una bella figura neanche al blocco occidentale. Insomma, all’inizio delle cose, sia l’ex- Unione Sovietica sia gli Alleati filoamericani erano chiaramente intenzionati ad umiliare il popolo tedesco (che se lo meritava probabilmente), annichilirne il sentimento nazionale (incontenibile e aggressivo) e rieducarlo secondo i dettami di due nuove ideologie (che si sostituivano al nazismo approfittandone di quel vuoto che si era creato nelle teste, nei cuori, nelle vite dei tedeschi dopo la “Stunde Null”, l’ora zero alla fine del conflitto). E non dimentichiamoci che inizialmente da ambo le parti non si pensava ad altro se non come spremere economicamente questa terra. Poi la guerra, anche quella fredda, la si combatte sempre in due. E questo ce lo hanno insegnato bene a tutti, fin dall’asilo.

Insomma così come la DDR non è scomparsa per caso, parimenti non per caso è nata. E nella festa per la sua dipartita non si può perdere di vista il modo con cui la dittatura socialdemocratica cominciata come una bella utopia si sia incancrenita in uno stato di sottile, velenosa sopraffazione della libertà individuale.

Questo soprattutto perché è facile oggigiorno “ricordarsi dei bei tempi andati” e dare della DDR solo un ricordo giocoso, di quando si era poveri ma belli insomma. La “Ostalgia”, nostalgia dell’Est, che si può annusare talvolta sulle bancarelle dei rigattieri e nelle foto delle periferie berlinesi, deve essere però condita con una giusta dose di consapevolezza storica e conoscenze.

Quindi non ci fa certo male fare una visitina al museo della DDR, in Karl – Liebknecht – Str. 1 (in pratica si trova sulla riva della Sprea, dall’altro lato del Berliner Dom): lì possiamo rivedere con affetto tutti i “minimalia” che componevano la vita quotidiana in DDR, si può salire su una Trabi, si può ballare il Lipsi, indossare qualche vestito d’epoca in pura fibra sintetica e maneggiare le scatole dei cetriolini, dei surrogati di caffè e cioccolato in una cucina in perfetto stile DDR, immaginandosi magari di essere nel film Sonnenallee (va anche detto che il telefono dell’appartamento ricostruito è tenuto sotto controllo da una finta postazione della Stasi da cui si possono ascoltare le conversazioni private: più realismo di così!).

Dall’altra parte però non ci fa certo male andare alla Stasi Ausstellung (ingresso gratuito) in Mauerstrasse 38 (non è lontana dall’Holocaust Mahnmal) che ci racconta in modo semplice e rigoroso il sistema di controllo invisibile e implacabile che nei 40 anni di esistenza della DDR ha soffocato ogni forma di opposizione politica interna, ha tagliato le corde vocali ai cittadini e li ha privati del sacrosanto diritto di scegliere in quale parte del mondo vivere la propria vita. La mostra è poco pubblicizzata e certo non è divertente come il museo-didattico sulla vita nella DDR, ma è utile per avere una visione – seppure schematica – della DDR reale e non ludica.

Insomma Berlino è una città esigente, che non si concede per poco, visitarla non solo ci richiede di dare una spolveratina alle nostre conoscenze di storia contemporanea, ma ci impone di tenere accesa la nostra coscienza civile e politica. La nostra preziosa attenzione critica.

Perché se oggi è possibile trasformare la DDR in un innocente paradiso del design e del modernariato e gli strateghi del marketing possono sfruttare l’”ostalgia” per piazzare i loro prodotti dal sapore “dei bei tempi andati” è senz’altro perché dei due regimi che si fronteggiavano qui a Berlino uno è crollato, ma l’altro, anche se invisibile, c’è, eccome se c’è. E in quel regime tutti i valori simbolici vengono erosi piano piano dal mercato. Il senso delle cose si riduce al loro potenziale d’acquisto. Se anche voi provate un po’ di tristezza entrando in un supermercato il 29 settembre e trovando in vendita panettoni e Babbi Natale, capirete benissimo qual’è il prezzo che si paga per avere tutta questa libertà.

Perché è vero: da questa parte del mondo c’è la libertà. Di movimento, di espressione, di associazione. Ma mica ce la danno gratis.

 Per informazione sul museo della DDR consultate questo sito:

 http://www.ddr-museum.de/

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