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Illustrative 09 Berlin: Forum Internazionale di Illustrazione 16.10-01.11.2009

Post di Ema

Posted on | ottobre 23, 2009 | No Comments

Illustrare è l’antica arte di “dare luce”alla parola, ovvero rendere visibile quello che può essere solo ascoltato o letto (e qui siamo già entrati nel reame illustrativo). La Parola, alito della voce o del pensiero, diviene una Forma, materia per i nostri occhi. Illustrare è quindi come un’alchimia, una dorata transustanziazione dell’invisibile. Un’arte potente, perché seleziona e impone un punto di vista, un’arte democratica, perché – così facendo – semplifica e chiarisce la comunicazione, rendendola accessibile a tutti. Se in passato fu strumento politico e religioso (un’arma terribile della propaganda) oggi è passata dritta dritta nelle schiere della comunicazione pubblicitaria. Inutile negarlo. Ma l’illustrazione è sempre stata un’arte con le mani sporche (a volte anche di sangue), pericolosamente invischiata in altre faccende (non solo meramente artistiche) e – per sua natura – sempre in prima linea (deve fare luce, sennò si inciampa!)

Probabilmente è per questo che non piace alle sue più nobili sorelle… le Belle Arti… immaginatele come irrecuperabili zitelle, che si avvolgono nei veli del mistero per darsi un po’ di importanza, abbondano di calce e fondo tinta per rinverdire il loro fascino, e poi si trovano sole a bere il Martini nelle caffetterie silenziose dei musei e sfogliano inviperite le riviste: dove c’è sempre lei, la loro sorellina minore, sfacciata, impudica, svenduta, svestita, sempre sempre sempre in copertina. Disponibile, usa e getta.

L’illustrazione, che di fare l’eterna zitella evidentemente non aveva proprio voglia, si è sempre concessa un po’ a tutti, e, specie con il suo ultimo marito, il Digitale, ha sfornato veramente una marea di figli: l’oceano di immagini veloci e luccicanti in cui siamo immersi ogni ora del giorno, verso il quale cominciamo piano piano a diventare anestetizzati, indifferenti.

Ecco quindi i problemi dinanzi ai quali si sono trovati i curatori di “Illustrative 2009”, il forum internazionale di illustrazione, che fu fondato proprio a Berlino cinque anni fa e che dopo due esposizioni a Parigi e Zurigo torna finalmente a casa. Come presentare un’arte potente, ma umile, prestigiosa, ma disprezzata, presente nella nostra quotidianità più di ogni altra arte e quindi per questo ignorata? Inoltre come selezionare in questo oceano infinito una scelta di opere rappresentative della cultura visuale contemporanea? Chi sono i designer e gli illustratori degni?

Dopo una visita all’esposizione nella Villa Elisabeth (Invalidenstr. 3, Mitte), mi pare che la risposta sia stata proprio questa: “dignificazione”, ovvero spennellare di “dignità museale” le opere di illustrazione, accorpando al disegno e alla grafica medium espressivi diversi (come l’istallazione o la video-arte) che ammiccano compiacenti alle Biennali e soprattutto estrapolando le illustrazioni dal contesto verbale/narrativo in cui sono nate presentandole come oggetti d’arte, punto. Per fortuna che la Villa Elisabeth, pur nella bellezza della sua architettura di scuola Schinkel, è un po’ polverosa e sgarruppata. Per fortuna che all’ingresso c’è uno stand (uno solo???) di una piccola casa editrice londinese che sforna riviste di NO  BROW ART (la High-Brow Art essendo l’arte d’alto profilo, le zitelle dalle sopracciglia inarcate di cui abbiamo parlato più su, che non si concedono mai per meno di 3000 euro, la Low Brow Art quella che si svende a meno e in cui pasturano molti neo-surrealisti, digital artisti, o appunto illustratori disorientati), questi invece non sono allineati né sopra né sotto, e hanno ancora l’ingenuità di non avere un biglietto da visita, ma ti scrivono tutto ancora a mano mentre ti chiedono diretti :“come mai ti interessa l’illustrazione?”, quasi fosse una colpa o un vizio segreto e inconfessabile.

Al piano terra sono esposti i nuovi talenti, sono esposti gli orologi della Swatch (sponsor della manifestazione), e nella sala del pianoforte una istallazione questa sì veramente interessante perché – raro evento in questa mostra – ha un piede ficcato nell’illustrazione, un piede nella narrazione e ci mostra un software capace di produrre illustrazioni infinite per una narrazione infinita: il computer ricerca nella rete immagini di dominio pubblico associabili alle parole di un testo, ne seleziona una in base a un algoritmo di calcolo, la comunica a un braccio meccanico che la disegna su un lunghissimo foglio di carta che si srotola per metri e metri sotto i nostri occhi associando misteriosamente disegni anatomici, ingranaggi, grafi e fiori. La prova che là fuori c’è veramente tutto. Già tutto. E che un essere umano che si appresta ad aggiungere un’immagine a questo mondo deve innanzitutto confrontarsi con questa macchina. Cosa posso aggiungere io che lei non possa già fare? Che non sia già stato fatto, mangiato, digerito, scartato, riciclato, reintrodotto nella catena, dimenticato e poi di nuovo rilanciato come vintage, come citazione, come stereotipo, polverizzato infine in un’atmosfera post-moderna dove galleggia tutto. Sospeso e onnipresente nel dominio pubblico. Nell’immaginario collettivo. Nell’oceanomare virtuale.

Salendo nei piani decadenti della villa l’esposizione si amplia, arrivano i nomi famosi, arrivano le opere che – siccome non sono illustrazione neanche un po’- dovrebbero forse nobilitare i lavori appesi alle pareti. Di questi va detto almeno che rivendicano un’indipendenza estetica invidiabile: non c’è mai alcun compiaciuto e compiacente riferimento all’immagine trendy, riconoscibile, immediatamente godibile. Rare caramellosità manga. Nessuna Pin-up. Moltissima sperimentazione di materiali. Qui è là qualche concessione all’estetica del fumetto, ma genialmente reinventata, ad esempio da Roman Bittner che incide le sue strisce super-eroistiche anni ’50 su carte spesse e perlate come inviti per un matrimonio vittoriano. Comic strip o merletti? I nostri occhi sfiorano incredibilmente qualcosa di nuovo. Per quanto il nostro cervello continui a restare all’oscuro di cosa queste immagini siano “illustrazione”. Danno luce a che?

Al terzo piano una sezione dedicata al “designed book”, non il libro di design, ma un “libro disegnato”, un libro cioè che già nella sua fattura rivela l’intervento del designer, che studia le pratiche di fruizione dell’oggetto-libro, come viene letto e come viene usato e lo progetta perché sia esso stesso (nelle sue dimensioni, nella composizione e legatura delle pagine) complice dell’illustrazione del testo. Una sorta di interattività della carta che non si limita più a essere supporto inerte della comunicazione, ma contribuisce ad accrescere il senso (anche estetico) del testo. E il nostro cervello comincia a vedere qualcosa in fondo al tunnel.

Ovviamente l’esposizione non finisce qui, quest’anno Illustrative Berlin espone anche all’ÏMA Design Village (Ritterstrasse 12-14, Kreuzberg,) nella hall del Michelberger Hotel (Warschauerstrasse 39-40, Friedrichshain) e open-air in Muenzstrasse 18 (perché anche la street-art è in fondo illustrazione). Berlino insomma, che fra le capitali del mondo è la più NO BROW di tutte, accoglie a braccia aperte questa forma d’arte in crisi d’identità.

Potrete aiutarla anche a voi, a capirsi un po’ di più, a non vergognarsi di quello che è, andando a visitare una (o tutte ) le esposizioni e gli eventi legati a Illustrative Berlin 2009, ancora fino al 1 novembre, oppure visitando l’esposizione permanente nella galleria Illustrative, in Gormannstrasse.

Per ogni informazione vi rimando:

http://www.illustrative.de/

E quando vi aggirerete per la “falsa -farsa-biennale” provate a chiedervi se al giorno d’oggi si debba fare ancora finta di non essere intelligenti, se si è belli. Illustri e illustrati.

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