Buntes Leben 2: i colori della rivolta

Ci sono due cose che a Berlino si possono fare a ogni ora del giorno e della notte: bere birra e protestare. Spesso e volentieri contemporaneamente.

La “Demo” (dimostrazione di protesta popolare) è una delle occupazioni preferite del Berlinese medio. Una tradizione che da Berlino Ovest (città riottosa e paranoica) è dilagata poi in tutto il resto di Berlino dopo il crollo del Muro, insieme alle automobili e ai supermercati LIDL.

Si fanno “Demo” per ogni motivo, preferibilmente il sabato, soprattutto davanti al Rotes Rathaus, alla Porta di Brandeburgo e sulla Strasse des 17 Juni. Spesso c’è un contorno di musica e bancarelle, bambini in passeggino o in groppa al papà (mentre la mamma – più pasionaria – regge la bandiera), cose che a noi italiani ricordano tanto le feste dell’unità di ferragosto. Solo che qui capitano tutte le settimane!

Apparentemente più minacciose invece le dimostrazioni che si tengono a Kreuzberg e a Friedrichshain, per il gran dispiegamento di polizia e i contrasti con i giovani contestatori. Escludendo le sassaiole del Primo Maggio che finiscono sempre in cariche e manganellate, qui si scende in strada a protestare con gran tranquillità il lunedì e il martedì, preferibilmente la sera. Generalmente contro i nazisti e in difesa delle case occupate che alcune autorità vorrebbero sgomberare. In particolare scatenano la rabbia popolare i continui tentativi di sgombero delle case occupate in Rigaer strasse e la presenza di un negozio filo nazista nei pressi di Frankfurter Tor.

Può capitare quindi che un martedì sera come gli altri, uscendo di casa verso le dieci vestiti di nero, calzando gli anfibi e avvolti nella sciarpona d’ordinanza (come il sottoscritto quando fa freddo) si venga placcati da una gang di poliziotti che ti impediscono di prendere il tram o andare a comprare le patatine allo späti perché appari come un pericoloso sovversivo! E allora tu provi a spiegare che hai un appuntamento, mostri il regalino che hai portato dall’Italia per i tuoi amici berlinesi…niente da fare, ti si schierano davanti come la muraglia cinese. Allora che fai? Sfoderi il tuo italienisch, mescolato a un po’ di english, con qualche incrostazione deutsch, ti spacci per turista beota, ritratti tutto, dici che non hai capito niente…e siccome i poliziotti sono poliziotti in tutto il mondo si dimenticano subito che fino a 5 secondi prima hai parlato in tedesco, e ti lasciano passare in cambio di sommaria perquisizione. La scena si ripete tre volte prima di riuscire a saltare sul tram. E dire che camminando per strada e vedendo tutta quella gente ben vestita (ovvero in nero, ovvero con creste colorate, ovvero con tanti bei piercing), tutti con la loro birra fredda in mano, avevo pensato : “Wow ci deve essere un festone da qualche parte!”.

É il bello di vivere in un quartiere alternativo e politicamente, civicamente impegnato (Friedrichshain).

É uno degli svantaggi di vestirsi solo di nero.

Il nero in Germania – specie se accompagnato agli anfibi e a una pettinatura piuttosto mohicana – è il colore della contestazione.

Le destre qui sono brune (come le tristemente famose camice). E si accompagnano ad altri segnali come: i crani rapati, gli anfibi alti coi lacci bianchi, la pallina da biliardo col numero 88 (che assomiglia alle rune delle SS). Se incontrate tipi così, e avete l’ardire di vestire in modo alternativo, o avere anche solo un cappellino peruviano in testa o un amico coi dreadlocks, girate al largo. A meno che non siate nel quartiere di Schoenberg, in tal caso si tratta solo di un gruppetto di feticisti che sta andando a divertirsi in qualche locale a tema.

Il nero – che è il colore degli invisibili, di chi vuole sparire nel buio della notte – distingue invece sia i nichilisti post punk sia i dimostranti di sinistra (senza giungere agli estremi dei black block). Ovviamente è il colore che chiunque indosserebbe andando a sfidare la polizia in una dimostrazione di notte. Ma ovviamente per andare a una dimostrazione di notte dovete essere a Berlino. Fa parte delle emozioni che può regalare questa città.

La dimostrazione in sé poi si svolge senza grandi traumi: i ragazzi sfilano per le strade, sparano la musica a tutto volume, gridano i loro slogan. La polizia fa cordate e ferma me.

Alla fine li ritrovo tutti – dimostranti e poliziotti- a mangiare il kebab. Scelgono locali diversi, ma adiacenti, mangiano gli stessi panini, bevono la stessa birra, sullo stesso marciapiede. Si vede che hanno smontato. Né gli uni né gli altri sono più in servizio. E anche se si avverte una certa tensione non c’è traccia di quelle provocazioni cafone che contraddistinguono gli incontri/scontri tra polizia e ragazzi in Italia.

Qui c’erano da una parte i poliziotti che garantivano l’ordine pubblico, si preoccupavano che nessuno introducesse armi et similia, che la protesta si svolgesse nell’area preposta e si concludesse all’ora prevista (in modo che chi non è interessato alle cause della protesta conservi il suo sacrosanto diritto al silenzio dopo la mezzanotte).

Dall’altra c’erano ragazzi che stanno difendendo i pochi baluardi della Berlino alternativa rimasti in città, non ancora divorati dall’imprenditoria edilizia, dal restyling urbano (o gentrificazione, come la chiamano qui). Sono case occupate è vero, ma risalgono a quel periodo di interregno dopo la Caduta del Muro in cui gran parte degli edifici erano vuoti, diroccati e tanti giovani, studenti, artisti o semplicemente disoccupati in cerca di una sistemazione ultra economica, hanno preso la briga di ricreare nel deserto urbano una “comunità civile”. Impegnata su tanti fronti: politici per prima cosa, ma anche culturali e sociali. Le case occupate organizzano non solo Demo, ma anche cineforum, mostre, cucina popolare (si chiama Vo Ku, e potete mangiare ottimi piatti vegetariani per massimo 2 euro). Raccolgono i ragazzi dalle strade. In alcune offrono addirittura doccia, spazzolino, connessione internet. E non dimentichiamoci le feste, che hanno reso così famosa Berlino in tutto il mondo.

E poi, con le loro facciate dipinte, con gli striscioni stesi tra i balconi come a Napoli si stendono le lenzuola, bandierine tibetane mescolate a slogan politici, graffiti super cool innestati di tags, gente multicolore appesa ai davanzali a fumare o sentire musica, orti vegani, birra super economica, bar aperti 24 su 24, disco sotterranee, mercatini bio, ecco, queste case occupate hanno trasformato il deserto di cemento e buchi di bombe in piccole strane oasi di libertà.

Da salvaguardare.

L’unico fesso della storia (a parte forse me, che ho scambiato una “demo” per un rave) è il padrone del negozio nazi in Frankfurter Tor. Ma finché resta lì si avrà sempre una scusa per organizzare una bella demo serotina.

Consigliata vivamente a chi cerca la Berlino alternativa, ribelle, filo punk che ha sognato da sempre, ascoltando magari i fragori degli Eisturzende Neubauten o una di quelle cupe, seducenti leggende metropolitane che girano nei centri sociali italiani, tra i Berliner wannabes.

0 thoughts on “Buntes Leben 2: i colori della rivolta

  1. ma che bello Ema leggere i tuoi articoli, leggo e mi sento magicamente trasportata su di un tappeto volante per le vie della città, tra utopie e dissacrazioni, tra sogni realizzati e realtà che scompaiono come il nero che indossiamo.

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