“Das ist Berlin, die ewig junge Stadt”

E’ una specie di ossessione, questa Berlino che non c’è più.

La città è così piena di buchi, di cantieri, di assenza, che non puoi non vedere la Berlino che non c’è. Si insinua nella visuale per difetto, o per effetto del gioco tra ciò che c’è e ciò che non c’è, che cerchi ma non trovi, e che continuamente parla di presente o di futuro.

E ti trovi a chiederti, senza nemmeno accorgertene: e il passato?

Se presente e futuro rotolano giocosi uno davanti all’altro a una tale velocità, allora vuol dire senz’altro che discendono da un passato che è una montagna molto alta, dalla cima scoscesa e petrosa.

Che dà loro il la, la pendenza, l’aria, l’atmosfera.

E’ un’ossessione perché ancora si muove, ma anche perché la vorresti vedere con i tuoi occhi, questa Atlantide del Ventesimo Secolo. E lei sfugge. La vuoi toccare e respirare, seguirne le tracce come un segugio e abbandonare per brevi istanti quello che essa è diventata, che ti brulica intorno in un incessante e adorabile bombardamento di percezioni.

(Per fortuna c’è il digitale):

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