Mein Führer – Psicopatologia del Regime Nazionalsocialista

Un film su Adolf Hitler diretto da un regista ebreo svizzero-tedesco.

Basta questa premessa a rendere “Mein Führer” un film estremamente controverso sin dal momento della sua uscita nelle sale, nel 2007. Ricordo di averne visto il trailer (dal montaggio estremamente infelice, ammetto) al cinema, in compagnia di un tedesco. Che alle immagini di “Mein Führer” si mostrò decisamente stizzito e disse qualcosa come “non guarderò mai una cagata del genere”.

La satira sul tema nazismo non è mai facile, né ben accolta. Specie in Germania, dove questo tema nelle mani sbagliate può scottare ancora parecchio, o al contrario essere banalizzato o reso triviale e grottesco da scherzi volgari.

Ecco perché “Mein Führer” è un film ben riuscito: mantiene a mio avviiso una giusta distanza tra l’impietosa caricatura del regime nazista e la reale tragedia affrontata dalla città di Berlino.

Nel film di Daniel Levy Joseph Goebbels (Sylvester Groth) ingaggia un attore ebreo (Ulrich Mühe), recuperandolo da un campo di concentramento, per aiutare Hitler (Helge Schneider) a comporre e recitare il suo discorso di fine anno nell’inverno del 1945, quindi nel momento più buio della storia del nazismo.

Un Hitler che non riesce più ad essere il “Führer” che tutti temono e ammirano, depresso e debilitato dall’attentato del venti luglio, un Hitler che viene deriso proprio perché fragile, perché bambino disturbato e adulto dissociato. Come dire Adolf, di problemi ne abbiamo tutti, ma farli pagare a mezzo mondo non è etico.

Il ritratto dei vertici del nazionalsocialismo è amaro ma ironico, quello delle loro metodologie ancora di più.

La maggior parte delle critiche alla pellicola si è concentrata sul non-umorismo del film: per molti “Mein Führer” semplicemente non fa ridere.

Io credo che invece sia un film esilarante, ma le risate che ci assicura sono risate di testa, non di stomaco: quello che viene deriso è tutto l’apparato nazionalsocialista (un entourage di Hitler che sembra la folle corte di un folle, e poco più), le sue metodologie (il selezionare dei prigionieri brillanti per servire il regime era una pratica comune), la carenza completa di scrupolo morale (“Signor Grünbaum, dice ad un certo punto Joseph Goebbels all’attore, questa cosa della soluzione finale, ecco, non dovete prenderla come una questione personale”).

Per di più “Mein Fürer” è il primo film che faccia satira sul nazionalsocialismo in lingua tedesca: questo la dice lunga su quanto scetticismo ci sia nei confronti di questo tema. Lo fa a mio parere in modo godibile, ma chi si aspetta grasse risate e un buffone di corte con i baffetti resterà deluso: la cornice scenografica del film, lungo la quale scorre la camera nei minuti d’apertura, e che da il la a tutta la pellicola, è pur sempre la Berlino del dicembre 1944: un cumulo di macerie che arriva fino al cielo.

Il film è disponibile  in italiano.

La Locandina di Mein Führer
La Locandina di Mein Führer

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