Il cinema, i nazi, i critici: “Jud Süss – Film Ohne Gewissen” alla Berlinale

La locandina per la prima di Jud Süss, 1940. In verde, il protagonista ebreo.

E’ affascinante come il fare un film sul nazismo sia sempre una questione spinosa. Da un lato registi, produttori e interpreti devono camminare sui bicchieri di cristallo per tutta la lavorazione, pesare ogni secondo di girato, indossare metaforici guanti di velluto per non ferire la sensibilità delle (molte) parti lese che si potrebbero sentire chiamate in causa.
Dall’altro il tema è così epico qualunque film lo affronti offre una sicurezza agli addetti ai lavori: che se ne parlerà. Bene o male, ma tanto si sa che anche la cattiva pubblicità è pur sempre pubblicità.

Quest’anno è la volta di “Jud Süss – Film ohne Gewissen” (“Jud Süss, film senza coscienza”) di Oskar Roehler. Il film ripercorre la vicenda di Feridnand Marian, attore tedesco molto popolare – specie tra il pubblico femminile – alla fine degli anni Trenta. La fama di Marian viene riconosciuta e utilizzata dal grande comunicatore del regime, il ministro per la propaganda Joseph Goebbels, che nel 1940 lo vuole per il ruolo principale nel film di propaganda antisemita per eccellenza, “Jud Süss” per l’appunto.
Marian è famoso, talentuoso e molto facilmente ricattabile, vista la sua unione con una donna di discendenza ebraica. Jud Süss, abbreviazione di Joseph Ben Issachar Süßkind Oppenheimer, era un banchiere ebreo tedesco vissuto alla corte del duca di Württenberg all’inizio del XVIII secolo. Il regime nazionalsocialista utilizza la sua figura per lanciare un nemmeno troppo velato messaggio di demonizzazione della popolazione ebraica, e Marian, inizialmente – così pare – restio ad accettare, si ripropone poi di utilizzare l’occasione e riciclarsi come doppiogiochista, che pur collaborando sulla carta con il cinema di regime tenta invece di contraddire con la recitazione i dettami antisemiti e dare al pubblico un personaggio simpatico e umano.
Grande errore.
Goebbels andò in brodo di giuggiole per i risultati ottenuti – per dirla con le sue parole: “Un colpo grande, geniale. Un film antisemita come lo avremmo potuto solo sognare. Sono molto soddisfatto”. Il film fu distribuito ai quattro venti e proiettato innumerevoli volte, fino ad essere visto da un totale di venti milioni di tedeschi – un’enormità per l’epoca. La pellicola era così efficace nel galvanizzare le truppe e le sentinelle dei campi di concentramento che cominciarono ad accumularsi testimonianze di brutali violenze sui prigionieri ebrei conseguenti alla proiezione di Jud Süss.
Sabotaggio non riuscito, dunque, da parte di Marian, che morirà nel 1946 in un incidente d’auto piuttosto misterioso, dietro al quale potrebbero nascondersi il suicidio, l’alcolismo o il complotto.

La vicenda narrata dal film di Roehler, proiettato per la prima volta alla Berlinale il 18 febbraio, è dunque di per sé controversa e ricca di zone d’ombra, alle quali la stampa tedesca pare essersi appesa come una pesciolino all’amo: un coro quasi unanime di insulti si è levato ieri dalle pagine di cultura dei giornali tedeschi. “L’opera di Roehler fa di un collaboratore una vittima” (Tagesspiegel), “Non viene risparmiata nessuna scemenza, non è tralasciato nessun cliché sui campi nazisti” (Frankfurter Rundschau), “Jud Süss fallisce anche come scandalo” (Morgenpost).
Il problema qual è? Che chi non ha ancora visto il film, come me, non ricava da alcuna delle critiche un giudizio cinematografico sulla pellicola, ma soltanto valutazioni moralstoricistiche, le quali a mio avviso dovrebbero rimanere appannaggio dello spettatore, o della seconda parte di una critica. Il massimo di tecnicismo cui si arriva è un po’ un segreto di pulcinella, che vuole Mortz Bleibtreu inadeguato nel ruolo di Joseph Goebbels. Segreto di pulcinella per chi, come me, il Moritz non lo sopporta proprio.
La reazione tedesca alla pellicola non sorprende affatto: questo nervo scoperto del Nazionalsocialismo sembra esplodere di dolore ogniqualvolta venga compiuto il tentativo di vestire degli attori da gerarchi e SS e di girarci un film.
Le polemiche non si limitano a coinvolgere film di effettivo scarso buon gusto come “Operazione Valchiria”, con un’improbabile Tom Cruise/Satauffenberg: persino il geniale Bruno Ganz/Hitler de “La Caduta” (alla pari dell’Ulrich Mühe/Hauptmann Gerd Wiesler agente della Stasi de “Le vite degli altri”) fu considerato “troppo buono”, si disse che il tentativo era quello di farlo apparire come un essere umano. La speranza che i mostri della storia tedesca fossero dei cyborg è dura a morire, la volontà di inserirli in una cornice umana è di là da venire.
L’impressione è quella che qualunque tentativo di raccontare questo capitolo di storia per immagini vada a infrangersi contro una parete di scetticismo e bastiancontrarismo, come se il solo toccare il tema in chiave narrativa fosse di per sé un atto illegittimo, irresponsabile. Ci sono certo eccezioni a questo rifiuto che sembra quasi a priori, così nette che sembra che il non polemizzare equivalga al considerare il film cinematograficamente valido. Penso al recente “Inglorious Basterds” del maestro Tarantino o l’immortale “Schindler’s list”.
Per fortuna c’è la FAZ – Frankfurter Allgemeine, che ci aiuta un po’ a capire i veri punti deboli e forti del film e ridimensiona le critiche, sebbene in maniera inizialmente un po’ sarcastica: “Ci si chiede da cosa (i fischi) siano provocati: davvero la gente aveva alte aspettative che potevano essere deluse”?
Uno stroncamento con riserva quindi, che fa venire ancora più voglia di vedere il film.

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