Cabaret, il domani mi appartiene: ancora propaganda nazista – con occhi americani.

Dopo aver parlato della propaganda nazista con Jud Süss mi sembra lecito postare un estratto dal film “Cabaret”, Classe 1972, che rende secondo me in maniera abbastanza incisiva quella propagazione, prima silenziosa e poi sempre più potente e tronfia, dell’ideologia nazionalsocialista nella Germania anni Trenta.

Con “Cabaret” Bob Fosse mette in scena per il grande schermo il musical omonimo composto da John Kander nel 1966, a sua volta ispirato dai romanzi autobiografici “Mr. Morris se ne va” e “Addio a Berlino” di Christopher Isherwood, che visse a Berlino dal 1929 al 1933.

Vero che noi europei storciamo spesso il naso quando gli “amis” (così vengono chiamati gli americani da queste parti) mettono le mani sulla nostra storia, o sulle nostre storie, e decidono di girarci dei film.

Per Bob Fosse possiamo tuttavia fare un’eccezione, tanto più che ciò di cui la storia di Cabaret ci parla è – tra le altre cose – proprio la progressiva chiusura della società e della cultura berlinese nei confronti dello Straniero, in qualunque forma e sembianza esso si presenti, all’inizio degli anni Trenta.

I pregi della pellicola sono innumerevoli: la colonna sonora senza tempo, i costumi incredibilmente accurati, la bravura di Joel Grey (si, il babbo di Jennifer) che interpreta il “mastro di cerimonie” con la giusta dose di ambiguità e con un adorabile accento tedesco, le coreografie estremamente maliziose del grande Bob, e, naturalmente, la divina Liza Minelli nel ruolo di Sally Bowles, che le valse l’Oscar come migliore attrice protagonista.

Nella scena che vi propongo Brian (Michael York) e Max (Helmut Griem) pranzano in un “biergarten” in mezzo a un gruppo di tedeschi nel 1932, quando ad un certo punto un ragazzino arianissimo e in camicia bruna intona una canzone popolare dell’epoca (unico pezzo non originale della colonna sonora, che nella versione tedesca del film viene doppiato con il testo originale). All’inizio il biondino canta da solo, poi uno a uno tutti i presenti si uniscono al coro che dice “il domani mi appartiene”, e come galvanizzati dalla melodia e dal senso di appartenenza si alzano tutti in piedi seri e ispirati, continuando a cantare, finché il biondino, tutti gli occhi su di lui, non alza il braccio nel famigerato saluto squadrista.

Brian chiede a Max: “Sei ancora così sicuro che riuscirete a controllarli (i nazi)?” e il mastro di cerimonie ci guarda ironico e inquietante.

Un po’ triviale forse, ma secondo me una della più riuscite trasposizioni in tre minuti della metodologia della propaganda di regime. Nazista o d’altro stampo.

Di seguito il testo della canzone in inglese.

The sun on the meadow is summery warm
The stag in the forest runs free
But gathered together to greet the storm
Tomorrow belongs to me

The branch on the linden is leafy and green
The Rhine gives its gold to the sea (Gold to the sea)
But somewhere a glory awaits unseen
Tomorrow belongs to me

Now Fatherland, Fatherland, show us the sign
Your children have waited to see
The morning will come
When the world is mine
Tomorrow belongs to me
Tomorrow belongs to me
Tomorrow belongs to me
Tomorrow belongs to me

The babe in his cradle is closing his eyes
The blossom embraces the bee
But soon says the whisper, arise, arise
Tomorrow belongs to me
Tomorrow belongs to me

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