Lunchkonzerte: a pausa pranzo con le Muse

LunchKonzert

Ogni martedì alle ore 13 la Philharmonie di Berlino offre al passante curioso, al berlinese stressato, al turista “pie’ stracco” un’occasione unica per godere un’ora di musica gratuita all’interno del foyer del teatro. Sono i “Lunchkonzerte”, concertini per la pausa pranzo.

L’idea è geniale: servire un menù delizioso per il palato e uno sopraffino per le orecchie. Il programma viene diffuso pochissimo tempo prima, ma la qualità è sempre eccezionale, perché qui suonano solo gli orchestrali della Berliner Ensemble o gli allievi migliori delle scuole di musica più prestigiose della città. E quindi conviene semplicemente armarsi di curiosità e arrivare puntuali per un assaggio musicale di lusso. Gratis. Per tutti. Sbaglio o qualcuno di voi ha detto “questa sì che è vita”? Io replicherei piuttosto: “questa sì che è civiltà!”.

E non soltanto perché viene garantita a tutti la possibilità di accostarsi alla musica cosiddetta “colta” abbattendo ogni sbarramento d’ingresso (non si paga, l’orario è comodissimo e, per chi non si accontenta, si può anche mangiare), ma perché questi concertini della pausa pranzo sono sempre pienissimi. Non immaginatevi un’élite rinsecchita che spilucca dal piatto al suono di un clavicembalo. Qui si assiepa una umanità coloratissima, sdraiata comodamente sui pavimenti di pietra della Philharmonie, appollaiata sulle balaustre o semplicemente seduta sui gradini delle scalinate che – come in un disegno del Piranesi – si arrampicano apparentemente senza ordine e scopo per lo spazio complesso tutt’intorno.

Certo Hans Scharoun, che questo teatro lo ha disegnato e faticosamente costruito, sarebbe oggi felicissimo di vedere tutta questa gente che usa il suo teatro come fosse un prato per la musica. Lui stesso diceva: “l’architetto ha sempre davanti a sé un paesaggio. La sala è una specie di valle, in fondo alla quale c’è la sorgente musicale contornata dai pendii terrazzati dei posti di ascolto. Il firmamento è rappresentato dal soffitto, teso come una tenda.”

Contro ogni imposizione politica lui volle testardamente costruire questa Philharmonie proprio sul confine tra Berlino Est e Berlino Ovest, perché i cittadini di tutti i settori potessero godere la musica meravigliosa che vi sarebbe stata suonata. Peccato che proprio mentre a Berlino Ovest si stava costruendo questo edificio straordinario a Berlino Est stavano tirando su il Muro. A pochissime centinaia di metri da lì. E così il sogno “democratico” di Hans Scharoun ha dovuto aspettare il 1989 per realizzarsi. E quando dico democrazia, intendo parlare dello studio accuratissimo che l’architetto ha posto nell’acustica del suo edificio in modo che tutti gli ascoltatori potessero godere senza distinzioni di biglietto dello stesso piacere musicale. Nella sala principale, prima nel suo genere al mondo, l’orchestra è posta inaspettatamente nel centro, su un bel podio pentagonale, e gli spettatori si collocano tutti intorno, nessuno a più di trentacinque metri di distanza dalla fonte musicale, nessuno costretto a torcere il collo perché ogni poltroncina – in barba a ogni geometria lineare – è rivolta direttamente verso l’orchestra. Si crea così un gioco visivo multiforme e frammentato, dove il caos del dettaglio si ricompone in una strana organica armonia. Scharoun diceva “in natura niente è simmetrico, quindi perché gli uomini dovrebbero ostinarsi a costruire in modo diverso?”

In verità mentre si ascolta la musica (intorno a noi nessuno mangia) è difficile non farsi rapire dall’architettura complessa che ci circonda. Il foyer è un gioco di terrazze e scale e vetrate colorate, mentre il soffitto sopra di noi si piega come un incomprensibile origami. Gli specchi grandissimi e i lucernari allagano lo spazio con la chiara luce del giorno e appena oltre le finestre si muovono i rami verdi di Tiergarten. Verde danzare. Sembra davvero esserci un segreto musicale dietro la composizione di questo edificio, come se Scharoun avesse cercato di rappresentare col cemento una partitura musicale, con le sue fughe, i suoi contrappunti, i giochi più inaspettati dell’armonia. E invece il segreto musicale (perché effettivamente un segreto musicale c’è) è semplicissimo: la legge dell’acustica. Ogni piega delle pareti è determinata dall’esigenza di rendere la diffusione del suono praticamente perfetta. Tutto il resto viene da sé. Anche le forme strampalate che la Philharmonie presenta all’esterno – una specie di tendone da circo cubista – discendono da questo principio funzionalista assoluto. Forse solo la copertura della facciata, giallo girasole, è un tocco di follia architettonica. Ma, probabilmente, si trattava di un tentativo di portare un po’ di luce là dove la Berlino del dopo guerra si faceva più cupa: vicino al Muro.

Oggi, guardando questa nuova civiltà berlinese che sceglie di passare la sua pausa pranzo sdraiata in un teatro ascoltando Schumann, mentre le mamme allattano i loro bebè quieti e i signori anziani (saranno di Berlino Ovest o di Berlino Est?) socchiudono gli occhi beati, capiamo che sessant’anni fa qualcuno questa civiltà l’aveva già sognata e la sua casa per la musica stava solo aspettando che gli esseri umani evolvessero abbastanza per avvicinarsi a quella visione. Dorata, musicale, democratica.

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