22 Aprile 1945: in ricordo della Liberazione del Campo di Concentramento di Sachsenhausen

Che incredibile primavera quella del 1945: davvero in quei giorni di aprile e maggio l’Europa tornava alla vita, dopo anni di marce, divise, massacri e ceneri. Ceneri umane.

Sinceramente non so se dal mondo si levò allora un respiro di sollievo o un grido di rabbia. Di disgusto totale per quello che gli esseri umani avevano fatto agli altri esseri umani (mancava solo, di lì a poco, la Bomba). La liberazione dei campi di concentramento scoperchiò l’inferno. Non so cosa si possa provare guardando nel baratro. Non ho mai avuto grandi aspettative dalla mia specie. Io sono nato dopo.

Non ho cicatrici sulla carne, ma ho la conoscenza di quello che è successo. Non è nemmeno una ferita dell’anima, perché a me non ha fatto male. Sono solo nato dopo. Ma non immune. Era dentro tutto quello che ho imparato da che ho cominciato a studiare la storia alle elementari. Non posso reclamare l’innocenza. E non ho diritto all’ignoranza.

Nessuna delle persone che accompagno come guida al campo di concentramento di Sachsenhausen ha più l’innocenza. L’innocenza dico di chi è vissuto prima del Terzo Reich e non poteva sospettare che qualcuno avrebbe realizzato in terra tutti gli orrori che comunque da sempre si annidano nel cuore umano. Nessuna delle persone che accompagno al campo di concentramento di Sachsenhausen ha scelto l’ignoranza. Vogliono vedere con i propri occhi. Almeno una volta, perché in fondo un macabro tour dei campi di concentramento nazisti non avrebbe molto senso: erano fabbriche, costruite tutte allo stesso modo, per produrre la stessa cosa. Da una parte entrano le persone, dall’altra escono i morti. Il sistema è spietato, meccanico, efficiente. Il male trasformato in praticità. Un principio economico perversamente applicato alla morale, che manda all’aria la civiltà umana, cancella Socrate, insozza Cristo, sputa sull’umanesimo e l’illuminismo. E costringerà da allora in poi a riconsiderare tutto da capo, sempre, costantemente. Senza dare più nulla per scontato. Senza più grandi aspettative dalla nostra specie. Oggi come oggi è conoscenza comune, basta sbirciare in internet: gli orrori non sono svaniti con la primavera del 1945, i genocidi continuano (e spesso e volentieri con più successo dei nazisti visto che non rimane proprio nessuno per gridare aiuto, pietà o vendetta), la carne umana continua a bruciare in Africa, in Asia, vicino ai resort, ai coralli, ai fiori. Insomma: per creare l’Inferno sulla Terra, ora lo sappiamo tutti, non servono né Dio né Satana. Bastano gli uomini. Ecco la fine dell’innocenza. E l’inizio della conoscenza.

Entrare a Sachsenhausen quasi ogni giorno per accompagnare i visitatori italiani non è un lavoro facile e mai nella vita mi sarei immaginato di farlo. Mi richiede ogni volta di

bilanciare quello che so, quello a cui credo, quello che sento. É duro dirlo, ma con il tempo il fastidio è passato. O la paura travestita da fastidio. All’indagine dell’orrore, che senza dubbio affascina, ora si è sostituita un’attenzione speciale per tutto quello che orrore non è. Per chi non è morto, ma è sopravvissuto. Per tutte le storie che insegnano come lo spirito umano sia più forte di ogni bastardo SS.

Quando attraverso il cancello della Torre A, la porta di ingresso al campo, guardo sempre l’orologio dipinto alla sua sommità. Segna sempre la stessa ora, poco dopo le 11, il momento gioioso in cui l’Armata Rossa entrò nel campo di concentramento e pose fine all’orrore (in realtà le SS erano già scappate il giorno prima con la maggior parte dei prigionieri, e i russi trovarono il campo miseramente vuoto, con “solo” 3.400 internati, i più malati, ad aspettarli). Quell’orologio fermo è un buon segno. Indica il risveglio da un incubo per migliaia di persone. Ricorda la primavera dell’Europa dopo gli anni della guerra.

Dentro il campo ci sono altri buoni segni. Pochi, pochissimi lo ammetto. Ma illuminano il cuore e permettono di affrontare il resto. Ve ne racconto uno. In una teca dell’esposizione dentro le cucine del campo è conservata una scarpetta di mollica di pane colorata con tutti i colori dei fiori. Un prigioniero la ricevette in regalo da un ragazzino russo chiuso nel campo. Ora pensate a quel ragazzino che in mezzo allo schifo in cui era imprigionato (fatto di lavori forzati, morti ammazzati, dissenterie lancinanti e crudeltà reciproche, anche tra gli internati) sacrifica ogni giorno un pezzo del suo pane per farci un giochino. Prende dal lavoro i colori e la sera, invece di crollare stracco nella branda condivisa con altri due o tre stracchi compagni, dipinge. Penso che per tutto il giorno quel ragazzino non pensasse ad altro. A come rendere più bella la sua scarpetta. E quando finalmente la finisce cosa fa? La regala. A uno qualunque. Perché il dono gratuito, la gentilezza orgogliosamente conservata nel degrado erano l’unico modo di non assecondare la perversione nazista, l’unico modo di non diventare bestie. E sopravvivere.

A Sachsenhausen scopro che a volte sapere suonare il violino, ricordarsi i versi di una poesia, sapere disegnare, avere il gusto di costruire cose belle anche se inutili può salvare la vita. Alla faccia di chi deride l’impegno dedicato allo studio, alla bellezza, all’arte. A fortificare il proprio spirito. Perché è chiaro possono sempre arrivare altri uomini a strapparci tutto: l’orologio, il cellulare, i vestiti, la carta d’identità, la carta di credito, i nostri capelli, i denti, le unghie, pezzi della nostra carne. Possono toglierci tutte le cose. Possono toglierci il nome. Ma non possono toglierci lo spirito. Ci possono provare, senz’altro ci proveranno. Potrebbero cercare di cacciarcelo fuori a bastonate, a morsi di cane, o costringendoci a fare del male ai nostri simili. Ma chi ha uno spirito forte si può salvare. I racconti del Campo di Concentramento ce lo dimostrano. E sono i racconti che voglio raccontare. In ricordo di chi non ce la fatta. In ricordo della liberazione in quel giorno di primavera.

Chiudo con un appunto: c’è chi dice sia immorale, disonesto questo mio lavoro. Farmi pagare per accompagnare le persone al campo e raccontare quello che è successo. Quasi un approfittarsi degli orrori del Terzo Reich per riempire il mio conto in banca. Prima di parlare dovrebbe per lo meno guardarlo, il mio conto in banca! Io non credo sia immorale raccontare la storia e che non sia disonesto accompagnare le persone a scoprire la realtà di questi posti. Loro pagano il tempo e l’impegno che ho speso per raccogliere le mie conoscenze, espandere, meditarle. Mi pagano per quello che so e che trasmetto loro con l’attenzione che un nastro preregistrato non può avere. Quello a cui credo – e che spero arrivi loro ugualmente – lo do gratis.

4 thoughts on “22 Aprile 1945: in ricordo della Liberazione del Campo di Concentramento di Sachsenhausen

  1. Caro,già nel sentirti parlare dei passati avvenimenti in questa maniera rende motivato il compenso con cui ti si ripaga di tutto il tuo impegno. Forse è vero,forse c’è dell’immoralità nel chiedere soldi in cambio della fredda spiegazione di avvenimenti passati ma nelle tue parole,in ciò che scrivi,si scorge di più. Trasmetti tutto il dolore e lo sdegno per ciò che vedi ogni giorno pur non avendolo mai vissuto. Quel “non ho cicatrici sulla carne” è il chiaro tentativo di dissociamento dai predecessori che hanno insozzato,insudiciato,infangato la dignità umana travestendola da orgoglio per le proprie pure e ariane origini. Ho apprezzato il dettaglio della scarpetta di mollica di pane. Guardando quella scarpettina hai cercato di immedisimarti in quel ragazzo i cui pensieri tenti di descrivere. Ti lascio con un quesito,una semplice domanda a cui davvero non sò dare risposta:la follia umana arriva fino ad un certo punto e pochi di noi ne sono davvero affetti. Come è stato possibile realizzare tutto quell’orrore? I tedeschi sembrano un popolo così unito,civile,rispettoso,come hanno fatto a realizzare quelle efficentissime fabbriche di morte? Nel tentativo di trovare una risposta a questi interrogativi ti invio un abbraccio sincero.

    1. La risposta non ce l’ho. Ma avverto il monito: “state in guardia” perchè proprio laddove sembra essere stato raggiunto l’apice della tolleranza, della correttezza, della civiltà si può sempre precipitare. L’uomo è bravissimo, in tutte le nazioni, stati, religioni, a fabbricare l’orrore.

  2. Buonasera un paio di settimane fa sono stato a Berlino e ho visitato il campo di concentramento sachsenhausen e ho notato che le rose sulle fosse comuni sono allineate e volevo sapere se è un caso oppure a una logica!!! Grazie

    1. Buongiorno Damiano, si tratta semplicemente della scelta di chi le ha disposte, probabilmente un gruppo ha deposto i fiori e ciascuno ne ha lasciato uno. I sassi che avete visto sempre sulle fosse comuni sono invece una tradizione ebraica.

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