“Fragility”: le bambole di porcellana di Marina Bychkova, Wendy Froud, Virginie Ropars e Sasha Petrova alla Strychnin Gallery fino al 4 Luglio

Fragility

 

“Fragility” è la mostra ospitata fino al 4 luglio dalla Strychnin Gallery di Friedrichshain. Le bambole di porcellana esposte sono opera del lavoro di alcune tra le menti e mani più capaci che ci siano: le “Enchanted Dolls” di Marina Bychkova, le fate e le altre creature fantastiche di Wendy Froud, le bambole allungate e frivole di Sasha Petrova e le principesse dark di Virginie Ropars.

Marina Bychkova è canadese, e nonostante la sua giovanissima età costruisce e decora le sue bambole da più di vent’anni. Fa tutto lei, dagli stampi per i corpi e per i volti delle bambole, ognuno dei quali è un pezzo unico, fino ai decori sui corpi e sui vestiti, sui capelli, sui visi.

Ognuna delle “Enchanted Dolls” di Marina ha una sua storia, è il fermoimmagine di un personaggio all’apice della sua vicenda, è una personalità formata ed antica congelata nella delicatezza della porcellana e nella finezza dei dettagli con la quale è decorata.

Proprio qui sta l’incanto che ci arresta davanti alle bambole di Marina, ci costringe a fermarci e a guardarle fisso – come se aspettassimo che si muovessero: una bambola è oggi solitamente un oggetto senz’anima, la personalità che acquisisce le si trasferisce dalle persone che la usano, che ci giocano, che con lei passano del tempo lasciando segni e modifiche che diventano parte di lei.

Marina invece dà un’anima alle sue bambole tramite il processo opposto, quello della creazione. Ogni bambola ha una sua personalità, ancora prima di avere un volto. Ogni bambola ha alle sue spalle almeno 4 settimane di vita – se non mesi e mesi – prima di venire al mondo. Settimane e mesi in cui l’artista ha formato la sua anima, che noi vediamo nelle linee delicatissime dei volti, nei tatuaggi, che Marina incide con un ago sottilissimo sulla porcellana per poi dipingere il solco con colori delicati, negli abiti, nei loro decori e nelle acconciature.

La creazione per Marina è un processo naturale, la genesi delle sue “Enchanted Dolls” qualcosa di innato per lei. Lascia parlare le sue bambole di se stesse, aiutandoci a collocare il personaggio con una breve storia ma lasciando poi la parola alle forme, ai colori e agli incredibili sguardi di porcellana. Contraddicendo così i suoi docenti universitari, che all’Accademia di belle arti la incoraggiavano a spiegare il processo creativo e a creare dichiarazioni d’intenti sul suo lavoro. “Academic Bullshit” per Marina, che non vuole fare della retorica né spiegare a nessuno il senso della vita con le sue bambole, ma semplicemente incantare. E ci riesce.

Inoltrandoci nella seconda sala della Strychnin Gallery incontriamo poi Wendy Froud, la mitica ideatrice e creatrice dei Goblins di “Labyrinth”, di Yoda per “L’impero colpisce ancora”, dei “Muppets” delle fate e degli gnomi che hanno popolato l’infanzia (e non solo) di così tanti di noi. Wendy Froud ci catapulta subito in un mondo fantastico e ironico con la sua fata anziana, ritratta in un cruciale momento di concentrazione nel quale si sta ricordando come si fa a volare. E con il fauno irrequieto, che cerca di divincolarsi dalla staticità cui Wendy l’ha condannato – vorrebbe muoversi e danzare, ma deve restarsene sul suo piedistallo. Cosa che invece piace molto alla fata seduta sul tronco di fianco a lui, che è ancora distrutta e probabilmente ubriaca dalla festa nel bosco della sera prima e si lascia guardare docilmente, aspettando solo di chiudere gli occhi e andare a dormire.

La guardano tra il comprensivo e lo scandalizzato le bambole oblunghe di Sasha Petrova – anche loro di ritorno da una festa, ma una festa in città e non nel bosco – loro cercano di mantenere un contegno, si sentono le più belle del reame con la certezza assoluta che il reame in questione sia completamente artificiale – simile al mondo in cui viviamo. Sono innaturalmente magre e lunghe, una sorta di Barbie preziose e anoressiche, ma con visi tondi e pieni di salute e sguardi un po’ lontani. Ci ricordano le donne del mondo che conosciamo, da quale Sasha trae la sua ispirazione e i suoi temi, con le loro contraddizioni e ansie d’apparire. Le completano e allo stesso tempo contraddicono le bambole vestite di nero di Virginie Ropars, le dark queens che sono una via di mezzo tra delle ragazze pronte per una festa e delle regine cattive da fiaba, anche loro abitanti del mondo contemporaneo e delle sue contraddizioni, anche loro con un’aura inquietante e allo stesso tempo fragile, sospese tra il sogno e la superstizione.

Fragility – fino al 4 Luglio

Strychnin Gallery

Boxhagenerstrasse 36

10245 Berlin Friedrichshain

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