Le Stolpersteine – inciampare nella memoria

pietre d'inciampo, berlino
Berlin, Kastanienallee

Inciampare nella memoria

Mentre passeggiate per Berlino, girate il naso verso il basso: noterete spesso, incastonate nel marciapiede, delle mattonelle di ottone con sopra delle scritte, che luccicano al sole e vi invitano a chinarvi per leggere l’incisione che riportano. Leggerete nomi di persone, una per ogni mattonella. E le loro date di nascita e di morte – le prime svariate, le ultime tutte comprese tra il 1940 e il 1945.

Sono le Stolpersteine, “pietre d’inciampo”, e quello che state facendo è stolpern, inciampare. “Non letteralmente”, come dice uno studente descrivendo il progetto artistico di Günter Demnig, “non si inciampa e si cade, si inciampa con la testa e con il cuore”.

Le Stolpersteine (letteralmente “pietre su cui inciampare”, fig. “ostacoli”), questo il nome delle mattonelle gialle, sono un progetto artistico in memoria delle vittime del Nazionalsocialismo concepito da Gunter Demnig nel 1990, e divenuto nel frattempo il più grande memoriale decentralizzato del mondo.

Demnig inizia ad occuparsi del tema della memoria nel 1990, cinquantesimo anniversario della deportazione ordinata da Himmler di mille Rom e Sinti dalla città di Colonia. Due anni dopo segue la posa della prima targa commemorativa alla comunità zigana deportata dai nazionalsocialisti, di fronte al municipio della stessa Colonia. Da allora si fa concreta per Demnig l’idea di ridare un nome a tutte quelle persone cui il nome fu strappato, e di contrastare l’amnesia collettiva che sembrava avvolgere le città teatro delle deportazioni naziste. Il progetto assume una forma sempre più definita, fino alla posa delle primepietre d’inciampo, nel 1995. Demnig lavora tuttavia nell’illegalità fino al 2000, quando le sue mattonelle ricevono finalmente l’autorizzazione ufficiale ad essere posate e guardate dalle persone chine su d loro.

L’intenzione di Demnig è di creare milioni di pietre d’inciampo, una per ogni persona deportata, rinchiusa ed uccisa dal regime Nazionalsocialista. Fino ad oggi ne sono state posate circa 20.000, senza naturalmente favorire alcun gruppo di vittime o escluderne alcuno. Le pietre d’inciampo devono essere per tutti, uguali per tutti e presenti dappertutto – in Germania e nei molti Paesi nei quali l’occupazione nazionalsocialista portò con sé deportazioni e morte. Le Steine sono cubi di cemento di dieci centimetri inseriti nei marciapiedi, la cui unica parte visibile, allo stesso livello della pavimentazione, è la superficie ricoperta di ottone che riporta i nomi e le date di nascita e morte delle persone di fronte al loro ultimo domicilio liberamente scelto. L’attenzione e le energie di Demnig sono tutte per le sue Stenie, che crea e posa solo personalmente – aiutato nell’organizzazione da una sola altra persona, Uta Franke.

L’inciampare che viviamo davanti alle pietre d’inciampo si compone di vari momenti: inciampiamo intanto con lo sguardo, notiamo qualcosa di luccicante per terra che spezza il grigiore del marciapiede. Ci avviciniamo incuriositi come gazze e dobbiamo andare molto vicino, chinarci per leggere l’incisione. Questo gesto è voluto da Demnig, che lo vede come un inchino rispettoso, un momento di solitudine e silenzio tra le vittime e i cittadini di oggi, che vivono nelle case che furono le loro e passeggiano per le loro strade senza condividerne il terribile destino – a volte senza conoscerlo, e spesso senza volerlo conoscere. Le pietre d’inciampo sono oggi finanziate privatamente: chiunque può contattare Gunter Demnig e per 95 Euro commissionare una pietra in memoria di qualcuno, ovunque ne conosca il domicilio. La partecipazione delle persone al progetto è ciò che maggiormente motiva Demnig, che riceve sempre più richieste da gruppi di persone che hanno ricercato, sono andati a ritroso e hanno scavato nel passato, fino a inciampare finalmente nelle identità dimenticate di migliaia di persone.

Il progetto non fu inizialmente esente da critiche della natura più varia, prima tra tutte quella avanzata da Charlotte Knobloch, vicepresidente del consiglio centrale ebraico europeo, vicepresidente del consiglio ebraico mondiale e presidente del consiglio ebraico centrale tedesco. La signora sostenne che fosse inaudito concepire un monumento alla memoria a mezzo del quale i nomi delle vittime sarebbero stati calpestati, “come un tempo facevano i nazi con le persone”. “In realtà”, risponde Demnig “quello che i nazi facevano non era certo inciampare, si chiamava omicidio”. Prese comunque in seria considerazione la critica e si rivolse alla comunità ebraica di Colonia, che dopo attenta analisi del problema non trovò nulla da ridire sul progetto: non stiamo calpestando delle lapidi, non violiamo dunque alcun dettame del Talmud.

A Berlino le pietre d’inciampo sono ovunque, e crescono continuamente di numero. Il vuoto che ricopre Berlino, che ne è la componente più presente e invadente – e a volte opprimente, il vuoto di una città suo malgrado completamente nuova inciampa anche lui su queste pietruzze piccole e discrete, che si pongono con ferrea determinazione sulla sua strada per impedirgli di inghiottire i ricordi concreti, i nomi e le date che descrivevano le persone. E che i nazi cercarono di cancellare per sempre, trasformando i nomi in numeri e le persone in unità.

Se avete la fortuna di essere romani o siete in gita a Roma e volete vedere alcune pietre d’inciampo andate in: via della Reginella 2, via Flaminia 21, viale Giulio Cesare (Caserma allievi carabinieri), piazza Rosolino Pilo 17, via Taranto 178, via Romanello da Forlì 34, via Ettore Giovenale 95, via Ascoli Piceno 18.

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