IN DADA WE TRUST (da un graffito anonimo su un muro di Friedrichshain)

Il ‘900 ci ha lasciato una nuova inaspettata categoria estetica: l’effimero. Per la prima volta l’arte (e la cultura in generale) si è concentrata nel produrre ciò che non può durare per sempre, il leggerissimo, il volatile, ciò che non ha materia, ciò che sfugge ai controlli. L’effimero non come vacuo e frivolo ma come imprevedibile, mutabile, incostante. Mai più dopo il ‘900 un artista potrà dire “exegi monumentum aere perennius”. Men che meno a Berlino. Una città dove nulla resiste al tempo quasi per scelta preventiva e provocatoria. Berlino di fatto interpreta al meglio la bellezza dell’effimero sul palcoscenico del mondo.

E così dovremo dire presto addio alla Temporaere Kunsthalle Berlin, il padiglione espositivo temporaneo di arte contemporanea che per due anni ha occupato il vuoto metropolitano lasciato dalla demolizione del Castello di Berlino (prima) e del Palast der Republik (poi). Si trattava di un’operazione notevole: uno spazio privato dedicato all’arte contemporanea ed aperto gratuitamente al pubblico. L’idea di partenza decisamente interessante: invitare di volta in volta un artista a curare una mostra, operando una personale selezione di altri (giovani) artisti e disegnando le modalità dell’esposizione.

Purtroppo il padiglione era temporaneo di nome e di fatto: il 31 agosto 2010 dovrà sparire, come tante cose in questa città, lasciando il posto a… chi lo sa… il castello forse? O semplicemente un altro buco?

Per il suo “canto del cigno” il padiglione temporaneo di arte contemporanea ha chiamato uno dei ragazzi terribili dell’arte tedesca, John Bock, artista giocoso e scienziato del caos che ha scelto di vivere a Berlino proprio perché nessun’altra città al mondo incarna meglio lo spirito catastrofico e metamorfico che inspira le sue opere d’arte. Per questo gran finale John Bock ha creato un’esposizione assurda e magnifica che è un’opera d’arte in sé: contraddicendo la tradizione della galleria /white cube l’artista tedesco ha costruito all’interno del padiglione una impalcatura di tubi innocenti alta 11 metri dotata di scale, corridoi, camere segrete, ponti sospesi, balconcini, finestre e lucernari. Al suo interno ha collocato le opere di 61 artisti come in una stupefacente wunderkammer dadaista: c’è una camera di pizze bruciate, una stanza di magneti fatti con gli oggetti della vita quotidiana (secchi, coltelli, portachiavi elettrificati), una roulotte sospesa, una zuppa musicale, un nido di calzini e disegni erotici, una capanna a testa in giù, schizzi e memorabilia, video e ricordi, souvenir e pattumiera. La struttura è così prorompente (come un bimbo dispettoso che non si lascia imbrigliare in nessuna regola) che potreste ritrovarvi all’improvviso a camminare a quattro zampe, oppure spuntare sul tetto del padiglione o finire su un terrazzino ritagliato appositamente nelle sue pareti e che vi regalerà un panorama mozzafiato sui cantieri di Schlossplatz. Ovviamente la composizione della mostra è lasciata tutta al vostro spirito di avventura e alla vostra curiosità: John Bock ha disegnato una mappa tematica che con le sue indicazioni strampalate potrebbe guidarvi all’interno di questa “casa matta”, ma poi è troppo facile perdersi, confondersi o semplicemente cedere allo spirito dada che permea tutto e spostarsi liberamente, ovvero a piacevole casaccio. Rimane addosso la sensazione di un gioco fantastico eppure fragilissimo. A metà tra un’opera concreta e una creatura vivente che morirà improrogabilmente il 31 agosto.

Effimera dunque.

Ma non nella memoria. Che subito va a ripescare nel passato gli straordinari esperimenti delle avanguardie berlinesi: arte leggera, strampalata, mutabile di una Berlino che non c’è più. Sono bruciate le case, gli studi, i teatri, i caffè, morti (in guerra) gli artisti, molte opere definitivamente scomparse durante il secondo conflitto. Intatto però è lo spirito. Lo spirito di questa città che ancora incoraggia gli artisti viventi, famosi e ignoti, e fa scrivere sui muri screpolati di una Friedrichshain sempre più colorata, sempre più tumultuosa:

In Dada we trust (“noi confidiamo nel Dadaismo!”) Imparare dal caos come sopravvivere al caos.

Intanto chi viene a Berlino in questo affollatissimo e umidissimo agosto non si lasci scappare l’occasione unica e irripetibile di esplorare “FischGraetenMelkStand” il tempio effimero e dada che John Bock ha dedicato allo Spirito della città di Berlino. Aperto tutti i giorni dalle 11 alle 18 (il lunedì fino alle 21), ingresso gratuito, fino al 31 agosto è chiaro.

E per chi vuole festeggiare il gran finale non si perda la festa del 30 agosto (ingresso gratuito previa iscrizione nella guest list): nel bar del padiglione lo stesso John Bock curerà la selezione musicale dell’ultimo party in Schlossplatz, prima che tutto sparisca, ritorni al vuoto, improvvisamente, imprevedibilmente, così come dal vuoto improvvisamente ed imprevedibilmente era venuto.

One thought on “IN DADA WE TRUST (da un graffito anonimo su un muro di Friedrichshain)

  1. Grazie al vostro articolo sono venuto a conoscenza di FischGraetenMelkStand. L’ho visitato l’altro ieri. Molto interessante! Cordiali saluti

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