“Die friedliche Revolution”: la pace rivoluzionaria di Berlino est e la sua mostra in Alexanderplatz

"Siamo UN popolo"
“Siamo UN popolo”

“I tedeschi non fanno la Rivoluzione”.

“Non sono abbastanza assassini”, dice Napoleone. “Per fare la rivoluzione alla stazione comprerebbero prima il biglietto del treno”, gli fa eco un secolo dopo Lenin, al quale farà eco Stalin, che dopo la guerra concorderà con gli americani solo in merito al popolo tedesco: “Gli hitler vanno e vengono, i tedeschi rimangono”. Tutte le voci che, conosciuti i tedeschi e vedutili vivere e lavorare e fare politica, li giudichino, concordano: i tedeschi non fanno la rivoluzione.

Non so voi, ma quando io sento la parola Rivoluzione le prime immagini che mi vengono in mente sono quelle della folla inferocita armata di forconi che, vestita di stracci e fame e rabbia, marcia come un solo corpo alla volta della Bastiglia (con Lady Oscar in testa).

Per questo ci ho messo un po’ di tempo ad abituarmi ad un termine, relativamente nuovo, che si sta imponendo nel linguaggio comune quando si parla della Berlino (est) di 20 anni fa: Rivoluzione Pacifica.

Così viene chiamato il periodo che va dal 7 maggio 1989 al 3 ottobre del 1990 (con celeberrimo punto culminante del 9/11/1989). Rivoluzione pacifica mi è sempre sembrato un ossimoro. Come fa una rivoluzione, un processo il cui scopo è cambiare uno stato di cose, essere pacifica, sussistere senza traumi e violenze?

Se la Rivoluzione che fanno i tedeschi è pacifica, che razza di rivoluzione è? E’ un concordato, un cambiare lo status quo delle cose facendo contenti tutti? Il controsenso si può spiegare probabilmente solo da una prospettiva storica, o meglio da due: l’una è la prospettiva del Dopoguerra tedesco, degli anni tra il 1945 e il 1989. Il popolo che ha messo a ferro e fuoco mezza Europa, perpetrando i più famosi crimini contro l’umanità della storia, ne ha le tasche piene di violenza, sangue a brutture (ha forse in una certa misura paura di se stesso), e si augura una risoluzione pacifica del conflitto in atto tra le due superpotenze che si contendono l’Europa. L’altra è la prospettiva contemporanea, che guarda alla riunificazione tedesca oggi, e alla morte della DDR, desiderando probabilmente di vederla sotto una luce pacifica – desiderando solo di vederne la forza costruttrice, mai quella devastante, di vedere i due popoli che si incontrarono il nove novembre sotto la porta di Brandeburgo come popoli (popolo) pacifici perché più saggi, più morigerati di sessant’anni prima.

I tedeschi del Dopoguerra non hanno voglia di imbracciare forconi né fucili, e ciononostante devono confrontarsi con il riarmo delle nazioni, con la leva obbligatoria e con la costante paura dell’inasprirsi del conflitto che vede opposte Germania e Germania. Le stesse fazioni estreme che negli anni Settanta terrorizzarono la Germania Ovest nascevano originariamente da correnti pacifiste di opposizione al governo “fascista” e “autoritario” della Germania federale.

Non voler fare la guerra delle armi non vuol dire però essere soddisfatti o passivi. Vuol dire più probabilmente contrapporre alla violenza nuovi metodi di confronto, contrasto e opposizione allo stato delle cose. Vuol dire infiltrarsi nelle istituzioni e minarle dall’interno, piuttosto che contrapporvisi con i loro stessi metodi e perdere in partenza (i moti degli anni 50 in Germania Est e Ungheria non lasciano spazio a dubbi: popolo-governo 0-1, se l’arbitro è Mosca).

I metodi della Rivoluzione europea dei popoli della seconda metà del Novecento si distaccano dai metodi dei loro governi, e proprio in questo risiede la Rivoluzione. Un tassello della rivoluzione pacifica ed effettiva nella DDR: negli anni Ottanta il governo della decide la demolizione di una parte dello storico quartiere di Prenzlauerberg, il triangolo di case della Kastanienallee-Oderbergerstrasse-Eberswalderstrasse. Il popolo è già sazio di esperienza per quanto riguarda i metodi del suo governo e le possibilità (nulle) di successo di una rivoluzione nelle strade. Come dire, se fossero usciti di casa a manifestare, non vi avrebbero fatto probabilmente più ritorno perché sarebbero stati arrestati o assassinati, e se anche rilasciati non avrebbero più trovato, al ritorno, le loro case. E allora il metodo di opposizione viene cambiato, spontaneamente e repentinamente: gli abitanti di queste case occupano i loro stessi domicili, opponendosi pacificamente, ed effettivamente, alla loro demolizione (e sostituzione con orrendi prefabbricati made in DDR).

I cittadini della Repubblica Democratica si erano costruiti un sistema di informazione, una opinione pubblica alternativa a quella imposta e manovrata dal loro governo. Un’opinione pubblica che qualche anno dopo rappresentava già la maggioranza, il vero polso del Paese, in grado di dialogare con il resto del mondo.

La Rivoluzione politica dell’89-90 segue lo stesso corso: i cittadini non si oppongono al governo con le sue stesse armi, delle quali esso dispone in misura incomparabilmente maggiore. Le Istituzioni vanno minate dall’interno, l’infiltrazione diviene forma d’arte e il successo, apparentemente repentino, va ascritto a un processo paziente e decennale, del quale l’opinione pubblica sembra accorgersi solo troppo tardi, quando il dado della riunificazione è già tratto da tempo e la credibilità del Partito è minata fino al ridicolo.

Alla Rivoluzione Pacifica Berlino ha dedicato una mostra in Alexanderplatz, che di questa Rivoluzione fu luogo di aggregazione e simbolo. La mostra, gratuita e open-air, quindi aperta 24 ore al giorno, è presente con i suoi pannelli informativi, documenti audio e video nel mezzo della piazza, e sarebbe dovuta restare al suo posto solo per pochi mesi, dal maggio al Novembre del 2009 – in occasione delle celebrazioni del ventennale della caduta del Muro. E’ stata recepita così bene che è rimasta per una anno in più, arredando Alexanderplatz per tutto il 2010. La mostra sarà rimossa il 3 Ottobre del 2010, vent’anni dopo la rimozione della differenza tra Germania Est e Ovest.

Ancora per pochi giorni abbiamo quindi la possibilità di visitarla, di leggere delle centinaia di migliaia di persone che presero parte attiva alla riunificazione europea – ché se il cambiamento in Germania è sempre un atto politico (“viene dall’alto”), il suo motore risiede senza dubbio nella cultura di un popolo che ha imparato a farsi sentire senza utilizzare armi da fuoco, ma le armi dell’informazione e della cooperazione, e soprattutto del cambio di prospettiva. Insomma Napoleoni e russi, andate a dirlo a Kant, a Freud, a Nietzsche e ai cittadini della DDR, che i tedeschi non fanno la rivoluzione.

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