Arte contemporanea: chi ci crede?

Credete forse al vostro naso quando, entrando nella hall elegante dell’Hamburger Bahnhof vi dice: “ehi capo, qui c’è puzza di stalla”? O credete forse alle vostre orecchie quando, sotto quella bella volta che fu un tempo stazione dei treni, vi dicono “canarini cinguettanti a dritta”? O preferite credere alla misteriosa promessa dei Rigveda, antichissima raccolta di inni sacri Indù: “Abbiamo bevuto il Soma, siamo divenuti immortali, abbiamo visto la luce, abbiamo trovato gli Dei”?

Se c’è una cosa che la grande istallazione di Carsten Hoeller “SOMA” – presentata all’Hamburger Bahnhof Museo di arte contemporanea di Berlino – ci insegna è che all’inizio di tutto (della ricerca scientifica, dell’espressione artistica, della filosofia, del nostro “esserci al mondo”) c’è sempre un atto di fede.

“SOMA” nasce come punto di intersezione fra arte e scienza, ambiti che Carsten Hoeller (agronomo prima, artista poi) pratica contemporaneamente. Non so se fosse in laboratorio, tra provette e campioni di funghi, o nel suo atelier, davanti a un testo sacro induista, quando si è accorto di quanto l’ispirazione, la ricerca, la sperimentazione e la verifica siano atti fondamentali tanto dell’arte quanto della scienza. “SOMA” nasce come una interrogazione sul sapere e sulla fede, riproponendoci (in chiave sorprendente e giocosa) il vecchio adagio:“Crediamo solo in quello che vediamo o vediamo solo quello in cui crediamo?”. Intanto cominciate a credere ai vostri sensi non appena mettete piede nel museo e lasciatevi stupire da quello che vi raccontano: non capita spesso di vedere una piccola arca di Noè all’interno delle pareti immacolate di un museo. Nella grande Hall è stata infatti costruita una piccola fattoria: ci sono renne, canarini, topolini e mosche. L’odore di stalla e il divertente cinguettio non erano quindi inganni! “SOMA” assume le forme di un bizzarro progetto di ricerca ispirato a un antico sogno dell’uomo: una bevanda magica capace di conferire all’essere umano una beatitudine immortale. Chiamatela Ambrosia, chiamatela Amrita, chiamatela Idromele del Valhalla, oppure “soma”, come è scritto nei Rigveda. Chi direbbe di no a una magica pozione che ci permette di vivere per sempre, immersi nella luce, colmi di potenza divina? Certo, bisognerebbe scoprirne prima gli ingredienti. Posto che una bevanda simile esista o sia mai esistita, gli antropologi si sono chiesti cosa mai avessero bevuto i poeti che composero quei versetti dei Rigveda. Non si tratta di antropologi proibizionisti badate, semplicemente si chiedevano se fosse possibile recuperare la vecchia sapienza sciamanica delle civiltà Indo-germaniche. Beh, sentite cosa hanno scoperto: in base a ricerche incrociate di filologia e micologia (ma guarda tu cosa vanno ad incrociare questi antropologi!) qualcuno ha ipotizzato che il soma fosse un derivato dell’Amanita Muscaria, fungo allucinogeno, che tutti conosciamo perché è quello in cui abitano i Puffi. Tuttavia l’amanita muscaria è un fungo velenosissimo, non si può mangiare così. Quindi cosa facevano gli sciamani? Guardarono le renne che sono ghiotte di questi funghi e immuni al suo veleno…guardarono le renne fare tanta pipì sulla neve…pensarono che forse la pipì…facciamola breve: secondo gli antropologi il soma sarebbe pipi di renna allucinogena mescolata con del latte (tutta salute insomma!). Affascinato da questi incroci Carsten Hoeller ha quindi immaginato una fattoria sperimentale: rigorosamente divisi in due gruppi solo alcuni animali (tra renne, canarini, topolini e mosche) vengono nutriti con la magica pozione. Noi non sappiamo quali. Forse nessuno dei due. Forse tutti e due. Forse solo uno. Ma quando guardiamo i due campi siamo tentati di scoprire delle differenze. Gli animali ovviamente ci mettono il loro per attirare l’attenzione (se non altro i canarini che fra tutti sono i più vivaci, le renne mi sono infatti parse ottuse e smarrite mentre i topolini hanno deciso in blocco di non uscire mai dalle tane – topolini ostruzionisti ed animalisti!-). Fatto sta che la gente si sofferma per ore a capire se alcuni canarini cantano più degli altri, se alcune renne hanno musi più felici, se una delle due mosche partecipanti all’esperimento sembra più immortale, luminosa, divina dell’altra. Certo, alla base di tutto c’è un atto di fede. Dobbiamo credere innanzitutto che il soma venga veramente somministrato alle bestie. E poi dobbiamo credere che in qualche modo funzioni. Ovviamente animali vivi nelle gallerie d’arte non sono una novità e stupiscono solo i bambini (in noi, consumatori blasè di arte contemporanea fanno venire semmai un brivido animalista e un sospetto di “già visto”) e tuttavia la domanda postaci da Carsten Hoeller è intrigante: se anche alla base della scienza che noi riteniamo esatta c’è solo fede, non dovremmo dire piuttosto che “crediamo che la scienza sia esatta”? In fondo la scienza di oggi era superstizione di ieri e sarà la mistificazione di domani. La cieca fiducia positivista che anima parte della nostra civiltà andrebbe quindi ridimensionata. E ben soppesata la quota di “magia” che applichiamo – poco consapevolmente – in ogni atto della vita quotidiana. Probabilmente non scopriremo mai gli ingredienti del “Soma”, ma nutriremo un po’ il nostro cervello. O ci faremo una bella risata quando, dopo avere osservato imbambolati le renne e gli uccellini di Carsten Hoeller, ci sentiremo vistosamente presi in giro.

Questa però è una delle virtù dell’arte contemporanea: prenderci in giro per farci pensare in modo diverso. Se l’opera di Hoeller riesce a fare un po’ di più (nonostante la sua magniloquenza e vistoso auto compiacimento) lo lascio decidere a voi. Se poi l’incanto di “Soma” finirà presto avrete tutte le altre meravigliose sale e corridoi dell’Hamburger Bahnhof da visitare. E lì verrete interrogati da tanti altri grandi artisti del Novecento da Andy Warhol in poi. Se invece l’incanto di “Soma” vi rapirà sappiate che potete spendere 1000 euro per dormire una notte dentro l’istallazione: al centro della fattoria artistica è infatti montato un gigantesco letto-fungo che può essere prenotato da privati (benefits: la possibilità di visitare di notte il museo e di fare colazione in compagnia di quadri che nella nostra cucinetta non vedremo mai). Pare, dicono voci di corridoio, che ci sia già il tutto esaurito. Tuttavia – mi sono informato personalmente – nei 1000 euro non è incluso l’assaggio della bevanda magica (e dopo le clamorose rivelazioni di Eleonora Brigliadori al Maurizio Costanzo Show, non dovrebbe scioccare più nessuno al giorno d’oggi che qualcuno beva la pipì. Vogliamo mettere poi pipì magica preparata da uno dei più affermati artisti europei???)

Comunque l’Hamburger Bahnhof rimane uno dei gioielli nell’offerta museale di Berlino e merita senz’altro una visita. Prevedete molto tempo perché il Museo era una stazione dei treni – superbamente restaurata – ed è quindi molto grande da attraversare (ospita due collezioni permanenti e un numero imprecisato di mostre temporanee). Purtroppo non esiste audioguida, ma da quest’anno Berlinandout si occuperà di organizzare visite guidate in lingua italiana, se siete stuzzicati dall’idea e volete essere accompagnati alla scoperta dell’arte contemporanea non dovete fare altro che scriverci o telefonarci e prenotare la guida al Museo.

N.B. per vedere “Soma” dovete invece sbrigarvi: l’istallazione terminerà il 6 febbraio 2011. Poi tutti gli animali torneranno a casa (dove racconteranno ai loro amici di essere stati in uno strano posto a guardare degli umani folli che puzzavano di smog e birra divisi in almeno due gruppi: i curiosi insoliti e i soliti annoiati)

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