Computerspiele Museum: i livelli della Nostalgia

Ogni promessa è debito: avevamo scritto che avremmo esplorato – per voi e per noi – l’ultimo nato tra i musei di Berlino, il Museo dei Videogiochi, ed ecco fatto: in un glaciale pomeriggio di Febbraio i vostri agenti “dentro e fuori” Berlino si sono coraggiosamente armati di sciarpe, guanti e tanta voglia di giocare e si sono infilati nell’elegantissimo edificio staliniano che ospita il Museo. Non vi nasconderò che mi aspettavo di penetrare in una sala giochi un po’ retrò, una specie di caverna semibuia, illuminata da sprazzi di pixel, lampi e lucine da flipper, vibrante di una cacofonia elettronica di bip e crash e urlettini da picchiaduro e you lose e botte da orbi e stridori di finti motori e tutti i jingle di Super Mario e del suo rivale Sonic il Porcospino in sintetica sarabanda . Non vedevo l’ora di mettere le mie manine su una collezione di videogame d’annata e ri-sfidare una volta per tutte tutti gli schemi che mi hanno fatto dannare in gioventù senza l’assillo del game over, di mia madre che conteggia le ore che passo davanti alla tv, dei miei fratelli che mi lanciano occhiate di commiserazione per il modo fallimentare o pietoso con cui affronto piattaforme e sparatutto … condannato a rifare eternamente il primo livello di ogni videogioco come in un inferno dantesco postmoderno, speravo di avere trovato l’occasione del mio riscatto… e invece… beh il Porcospino c’era (e anche Super Mario), ma esposti in bacheche come reperti antichi e preziosi. Preziosi per antichità? Preziosi per valore estetico? È un po’ il dilemma ontologico di ogni museo, che diventa però inquietante nel momento in cui si mettono sotto vetro oggetti con meno di trent’anni, cose che appartengono all’infanzia/adolescenza di tutti. Siamo già così antichi? O forse, come abbiamo sempre sospettato, il videogioco era un po’ di più di un passatempo e ora questo museo lo innalza finalmente allo status di opera d’arte?

Un alto intento educativo ha senz’altro animato il curatore del museo che ha pensato per il visitatore un percorso tutt’altro che ludico: il Museo ripercorre la storia dei videogiochi proprio come si farebbe con una civiltà mesopotamica, dagli albori dell’interattività fino ai più recenti sfizi 3D e a qualche esilarante reinterpretazione artistica del fenomeno videogame. Probabilmente un bambino di oggi si stuferebbe in dieci minuti (come spiegargli che una volta i videogiochi stavano dentro le cassette a nastro, quando non ne ha mai vista una?). Per ogni persona sopra i trent’anni è invece come attraversare uno strano cimitero high-tech, dove i vecchi amici, non estinti ma obsoleti (che è peggio), riposano spenti e muti. Una fila di schermi neri. Tasti che nessuno pigerà più. Cartucce e floppy disc disposti come vasi canopi. Vic 20, Amiga, Commodore 64, il primo Nintendo, il Sega Megadrive, la prima edizione di Dungeons&Dragons (una reliquia sacra per ogni nerd). L’esposizione poi continua – con teutonica solerzia – illustrando l’evoluzione del videogioco (che dallo spazio bidimensionale dello schermo conquista la tridimensionalità e poi, grazie alle nuove consolle, invade lo spazio fisico del giocatore e diventa realtà più che virtuale dal momento che ora, per giocare vuoi a tennis vuoi a bowling, bisogna muoversi davvero, proprio come se fossimo in campo, ma senza racchetta e senza palla… e chi può dire che la macchina non è in grado di manipolare l’uomo guardando tutti questi signori che corrono davanti a una tv agitando un bacchettino di plastica contro palline invisibili?). Il museo racconta nel dettaglio le fasi di sviluppo di un videogioco in tutti i suoi aspetti – tecnici e artistici -, ci racconta la storia dell’industria videoludica in Germania (sia Ovest, sia Est: e qui scappa il sorriso dinanzi alla versione comunista di Pac Man et similia). Si chiude con i fenomeni di re-intrerpretazione artistica del videogioco: il generatore di videogiochi casuali (che mescola personaggi e sfondi a casaccio con effetti surreali e spiazzanti), il joystick più grande del mondo (lo si spinge con due mani) e la Painstation (un videogioco che punisce il giocatore con ustioni, scosse elettriche e frustate in caso di fallimento. Provato per amore di cronaca: fa veramente male).

Nell’ultimo settore scopriamo con estremo interesse le pratiche del “modding”: giocatori amatoriali che utilizzano il software dei videogiochi ufficiali per modificarli, espanderli o creare nuove forme espressive. Riuscite a immaginare qualcosa di più democratico e creativo? Pensereste ancora di stare perdendo tempo mentre inseguite un alieno di pixel con il vostro lancia fiamme, quando proprio da lì è nato tutto il cinema in computer graphic, ad esempio? Peccato che il curatore si sia fermato prima di raccontarci tutti i risvolti artistici (ma anche politici) di questa contro-manipolazione. Ma si era capito: l’intento è informare ed educare, non spingere alla rivoluzione. Non credo che si immaginasse poi di riuscirci anche a commuovere: ma così è stato, un’inattesa avventura tra tutti i livelli della Nostalgia.

Computerspiele Museum

Consigliato a Nerd sotto copertura, over 30, teorici dell’obsolescenza, cultori del memorabilia, scuole (i designer di videogiochi sono una delle professioni più appetibili per le nuove generazioni ed è giusto che i geni del futuro conoscano il ping pong bidimensionale da cui tutti veniamo)

Tempo da dedicare: 2 ore

Ingresso: 8 euro (5 con la riduzione…over 30 non vergognatevi a tirare fuori il tesserino universitario, che qui a Berlino la gente si laurea tranquillamente dopo il secondo figlio)

Come raggiungerlo: fermata Weberwiese sulla linea U5

Nota: datevi tempo per una passeggiatina sulla Karl-Marx Allee, museo di architettura all’aria aperta con una vaga atmosfera da tetris deluxe.

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