L’oro di Berlino

In Germania, si sa, l’oro lo si va a cercare nel Reno, non certo a Berlino che è una città povera (ma sexy, anche questo oramai è un luogo comune). Capita però che in uno di questi mattini chiari di inizio marzo, viaggiando assonati sulla S-Bahn tra Alexanderplatz e Zoo, si venga colpiti da un baluginio inspiegabile che splende sopra gli stecchi neri di Tiergarten. L’occhio – che si fa i fatti suoi in quella regione vaga che separa il sonno dalla veglia (nel mio caso una regione piuttosto vasta che impiego sempre qualche ora ad attraversare) – è costretto ad attivarsi, lavare via l’appannatura di sogni che ancora lo offusca e a cercare la ragione di quel fulgore. Il cielo è azzurro terso, il parco assorto nel suo cupo sonno invernale, la cornice cromatica perfetta per rivedere splendere l’angelo di Berlino. Non ci eravamo più abituati! La colonna della Vittoria era infatti impacchettata da tempo in un ponteggio e l’angelo (ovvero la Vittoria, poiché di dea pagana si tratta) era chiuso nei teli del restauro. Non so esattamente quando l’hanno “spacchettata”, la Vittoria, ma, sapete, nel grigiore quotidiano, nella caligine fredda e bassa in cui viviamo a Berlino per tutto l’inverno, era ben difficile vederla. Poi il sole: ed ecco l’oro. Ed è improvvisamente ovvio che se vogliamo cercare l’oro a Berlino dobbiamo guardare in cielo (e non solo l’angelo): perché il vero oro qui è la luce, la luce che si fa così desiderare per i mesi di novembre, dicembre, gennaio, e poi torna a primavera come un regalo prezioso. Divino. Per chi viene dal sud dell’Europa è una sorpresa scoprire in se stessi questa “emozione della luce”, che invece forma tanta parte della cultura e dello spirito nordici. Non appena vi accorgete che il vostro cuore sussulta per un semplice raggio di sole capirete che state diventando un po’ berlinesi. Ed è per questo che dico sempre a chi viene a Berlino d’inverno: tornateci, ma tornateci in estate, sarete stupiti di atterrare e vivere in una città completamente diversa. Se un muro è rimasto qui, è un muro equinoziale e separa di fatto due mondi e due modi di vivere assolutamente opposti. Se poi cercate l’oro vero non arrampicatevi sulla Colonna della Vittoria per carità: anche se la dea splende di fulgore prezioso e barbarico, la statua è solo rivestita di foglia d’oro, poco più di un chilo, non vale certo la fatica di arrivare sin lassù. Insomma anche la Vittoria berlinese è povera. Sexy non mi pare. Con quel suo faccione paffuto e lo sguardo sconcertato mi è sempre parsa una dea poco convinta del suo ruolo. Un po’ legnosa, quasi in posa imbarazzata. Ma poi scopro che la Vittoria è in realtà il ritratto della piccola Margarethe, figlia dello scultore Friedrich Drake che realizzò la statua. Provate a immaginare: vostro padre non solo vi costringe a vestirvi da dea romana con una specie di piccione in testa, non solo vi fa un bel ritratto in tale veste, ma poi ha l’idea geniale di farne una statua di 8 metri, coprirla d’oro e metterla nel cuore della capitale prussiana. Più umiliante di qualsiasi recita di Natale a cui vi abbiano costretto a partecipare. Quindi abbiate comprensione se la povera Margarethe ci guarda da lassù un po’ spiazzata (e poi eravamo nel 1873, a quell’epoca i padri di buona famiglia non andavano ancora in giro a sponsorizzare le figlie come “dee sexy”). I berlinesi però la presero in simpatia quella figlia conciata da allegoria alata, la battezzarono “Goldelse” e ne fecero un simbolo amato della loro città. Almeno fino a quando arrivarono i Nazisti che spostarono la colonna nel cuore del Parco e ne esaltarono i significati retorici, imperialisti, bellicosi. Ci è voluto Wim Wenders con la tenerezza triste dei suoi angeli e poi la carica colorata del gay pride per ripulire Elsa da quel falso fasto militare. E per concludere l’opera cosa c’è di meglio per una statua coperta d’oro che un nuovo bagno d’oro? Fotomani, turisti, cinefili è il vostro momento per ammirare di nuovo questo simbolo berlinese. Ma non per salirci! La Colonna infatti verrà riaperta al pubblico solo nel maggio 2011. E allora varrà veramente la pena di arrivare fino a là (a piedi o con l’autobus 100 o 200), arrampicarsi sugli scalini e guardare Berlino dallo stesso punto di vista degli dei. O degli angeli. Anche se…se proprio devo dirla tutta, ogni volta che guardo la statua d’oro che splende sopra Berlino non posso fare a meno di pensare al “Principe Felice” di Oscar Wilde che dall’alto della sua colonna osservava le miserie della sua città. L’oro da solo non fa né ricchi, né felici, né tanto meno sexy. E la posizione degli angeli non è mai la più comoda. Alla fine della storia – di Wilde intendo – Dio chiede a un angelo :“Vai e portami le cose più preziose che trovi nella città”. Se l’angelo planasse su Berlino oggi, secondo voi cosa raccoglierebbe?

5 thoughts on “L’oro di Berlino

  1. questo è anche il bello di vivere in un posto “uggioso”…quando esce il sole tutto diventa di colpo meraviglioso! il meglio del meglio è quando sullo sfondo di un cielo nero un timido raggio sbieco centra proprio la statua della Vittoria 🙂

  2. bellissimo! mi è venuta la pelle d’oca a leggerlo. e poi la storia della luce tocca nel segno, e nel cuore

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