Pausa: Buon Compleanno, Italia.

Gli italiani: un popolo di santi, poeti ecc.., e soprattutto di trasmigratori. Che in italiano non fascista vuol dire di emigranti.

Nel primo secolo di esistenza d’Italia lasciarono la patria circa 25 milioni di abitanti, “un numero quasi equivalente all’intera popolazione del Regno al momento dell’unificazione” [così recita qualunque fonte sull’argomento. Bell’inizio, Italia.]

Oggi il numero degli italiani residenti all’estero secondo le stime ufficiali è di 4 milioni. Vi assicuro che la realtà numerica è un po’ diversa da quella ufficiale, almeno a giudicare da quello che vediamo a Berlino, dove solo una parte dei numerosissimi italiani de facto residenti in città è iscritta all’aire, e rientra quindi nelle statistiche.

Ma la nostra emigrazione è diversa da quella di cento o di cinquant’anni fa.

O no?

« Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro? » Questa frase è di un contadino italiano vissuto alla fine del XIX secolo ed è riportata nel memoriale dell’immigrato di San Paolo, in Brasile.

Vero, oggi l’Italia è diversa. Chi lavora nel commercio o nei servizi usufruisce del proprio lavoro, ha accesso ai servizi e consuma i prodotti. Eppure anche questo è sempre meno vero, visto che il potere d’acquisto delle famiglie italiane scende più o meno costantemente da almeno dieci anni.

Ma non è questo il punto per la maggior parte degli immigrati di questa nostra generazione. Non è solo dei frutti “concreti” del lavoro che non si riesce ad usufruire, il consumo è anzi incentivato e osannato con ogni mezzo, ‘progresso’ è sinonimo di consumo, ‘crescita’ di aumento di fatturato. Che sono cose importantissime, ma di ciò che non si misura cosa ne abbiamo fatto? Come può chi vuole fare cultura “vivere del proprio lavoro” nel Paese dove per decreto “la cultura non si mangia”?

Da mangiare ne avremmo avuto tutti, se fossimo rimasti. Perché noi possiamo (soprav)vivere di lavori commerciali, perché in molti casi beneficiamo dei frutti del lavoro dei nostri genitori, o del nostro, se abbiamo più di quarant’anni. Cos’è che cerchiamo all’estero se non il pane?

In una recensione del libro “Fuori luogo” di Claudia Ceroni e Federico Taddia leggo: “L’emigrazione italiana non è più un movimento collettivo: è diventata sempre di più la somma di tante scelte individuali, di tanti percorsi diversi di studio e di carriera. Lo dimostra la “fuga dei cervelli” così come lo dimostrano i casi raccolti da Federico Taddia, autore radiofonico, (..) e Claudia Ceroni. ”

Non ho ancora letto il libro, rimedierò presto, ma mi permetto di dissentire con questa rappresentazione dell’immigrazione italiana attuale: la somma di tante scelte individuali È, in questo caso, un movimento collettivo. È il movimento collettivo di centinaia di migliaia di persone di ogni età, formazione e provenienza che decide che così non va, e non va anche se c’è da mangiare. Siamo percepiti come, e forse in alcuni casi siamo, disuniti e disorganizzati, ma vi assicuro che gli “italiani all’estero” si riconoscono e si cercano. Un tempo i migranti erano uniti in un concetto collettivo dall’essere “contadini” o “operai”, dall’essere UNA categoria economica, o regionale, che svantaggiata dai provvedimenti del Paese natio decideva in massa di alzare le tende.

Quello che unisce gli emigranti di oggi è quello che dovrebbe unire in prima battuta tutti gli italiani, cioè, appunto l’essere italiani e sentirsi svantaggiati. L’essere cittadini che non vogliono andare a votare non sapendo che fine farà quel voto, o a lavorare sapendo che domani il prossimo raccomandato ventenne potrà fargli le scarpe, o al cinema a sorbirsi solo americanate e cinepanettoni. O peggio. Qui a Berlino conosciamo italiani di tutti i tipi, e tutti concordano nel dire che molte cose qui ovvie non lo erano in Italia: il riconoscimento del merito, la possibilità di scegliere che cosa guardare, dove lavorare, come vivere.

La mia esperienza personale di neolaureata italiana a Berlino fu completamente imbarazzante: andavo ai colloqui di lavoro vestita come alla comunione del cuginetto, piena di speranza – come se nulla fosse arbitro della mia sorte tranne la scarpa giusta o un po’ di fortuna. Non conoscevo nessuno, e non sapevo che non fosse necessario. Quando alle dieci di mattina, io in camicia e tacchettino, mi è stata aperta la porta dalla proprietaria di un’agenzia in pantaloni della tuta, canotta con reggiseno a vista e tazza di caffè in mano mi sono sentita sbagliata come non mai. Per non parlare di come mi faceva sentire il rendermi conto che fuori dal mio Paese e dalla mia università c’era un mondo che non avevo gli strumenti per capire.

Non si emigra oggi perché il Progresso si è fermato in Italia, ma perché si pensa che non fosse genuino progresso un continuare a riempire una pancia ingorda di dolciumi letali, ingozzando un sistema incancrenito. Il progresso del consumo esasperato e dello sfruttamento indiscriminato delle risorse non profuma di roseo futuro.

Insomma, non si emigra per il governo di turno. Magari. Ma proprio perché nessun governo sembra in grado di essere un punto di riferimento, da appoggiare o da contrastare, eppur legittimo per tutti gli italiani. E quindi abbiamo il sospetto che le cose non cambieranno, che per il Nuovo non ci sia spazio indipendentemente da elezioni, coalizioni o rimpastoni.

“Di qua e di là dalla linea mobile della battaglia, due Italie, impenetrabili l’una all’altra; o più veramente dieci, venti Italie, tante quanti son cittadini, aspettanti dalle armi altrui chi la restaurazione dei privilegi perduti, chi, sotto parvenza di libertà, l’instaurazione di nuovi: e ciascuno nella dissoluzione dello Stato fa Stato per se stesso, dettando legge nei migliori l’odio, nel peggiori la cupidigia, in tutti la mancanza di carità.”

Attuali come sono, queste righe sono state scritte da S. Satta nel 1944.

Buon compleanno, Italia.

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