Parliamo Tacheles!

Kucheles

“Parlare Tacheles” (Tacheles reden) è un’espressione di diretta derivazione yiddish, in dialetto berlinese vuol dire parlare chiaro, liberamente, senza censure o peli sulla lingua. I berlinesi sono maestri di schiettezza, si sa.

I media italiani tendono invece a fare un po’ di confusione, specie quando si parla di Tacheles. Non della parola, ma della Kunsthaus.

Kunstahus vuol dire “Casa d’arte”, e Tacheles è proprio questo: una casa dove viene prodotta ed esposta arte. Senza lo squatting, l’anarchia, gli estremismi così cari ad alcuni giornalisti, ma con organizzazione, alcune regole e un unico concept artistico: preservare, promuovere, garantire la Libertà d’Espressione. Il “Tacheles”.

Anche se parole come “squat”, “centro sociale”, “casa occupata” fanno vendere e ottenere clicks dobbiamo qui smentire tutti quei blogs, giornali (e passino i blogs, ma almeno Il Foglio, santiddio, potrebbe fare un po’ di ricerca preventiva ed evitare i titoli da strillone), guide turistiche che così definiscono il Tacheles, e ai quali diamo la colpa se due su tre dei turisti che accompagniamo per Berlino ci chiedono di andare a visitare il “centro sociale degli artisti”.

Qui a BerlinAndOut abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza e abbiamo incontrato Barbara e Linda, l’una artista e curatrice e l’altra Pr della Kunsthaus Tacheles.

Barbara è veneziana, è arrivata a Berlino 3 anni fa e al Tacheles ha trovato uno spazio dove poter produrre le sue opere d’arte. Ha iniziato poi ad occuparsi di progetti curatoriali all’interno della Kunsthaus, e ha creato un network di collaborazione tra la stessa Kunsthaus e numerosi artisti, portando un po’ di mondo a Berlino e un po’ di Tacheles nel mondo.

Linda è di origine cecoslovacca, ma è scappata in Germania con la sua famiglia nel 1983. Dopo gli studi in comunicazione e l’incontro-scontro con la realtà dei media contemporanei ha trovato nella Kunsthaus Tacheles un progetto a lei congeniale, e cura oggi le relazioni con i media e con i curiosi, gestendo l’enorme volume di attenzione mediatica che il caso Tacheles suscita in tutto il mondo.

Mangiando torta fatta a fette con un cacciavite abbiamo parlato con loro della realtà della Kunsthaus, di come funzionano davvero le cose tra quelle quattro coloratissime mura e di quali siano le prospettive per il suo futuro: il 4 Aprile è infatti fissata l’asta durante la quale l’edificio Tacheles sarà battuto e concesso al miglior offerente. Linda ci ha spiegato perché quel giorno non cambierà di fatto niente.

B&O: Il Tacheles è una delle realtà più famose di Berlino, se ne parla sui giornali e nelle guide turistiche, e ognuno ne riporta una definizione diversa. Che cos’è davvero Tacheles?

Barbara: Tacheles è uno spazio creativo, una casa per l’arte, dove gli artisti hanno la possibilità di affittare gli atelier e di avere quindi dei metri quadrati a disposizione per produrre ed esporre le loro opere. Gli artisti qui non ci vivono, ci vive la loro arte. Tutti i nostri sforzi sono concentrati sul mantenere Tacheles come punto di incontro e discussione tra le realtà artistiche contemporanee di tutto il mondo.

Tacheles è un luogo dove si lavora, come in tutti i posti dove più persone condividono degli spazi anche qui abbiamo delle regole, relative soprattutto all’utilizzo degli atelier e degli spazi comuni.

B&O: Come mai secondo te di Tacheles si parla così spesso, specie in Italia, come di squat, centro sociale, casa occupata e chi + ne ha + ne metta?

Già, tutto il mondo pensa che qui si faccia festa e ci si gratti la pancia da mattina a sera, in completa anarchia, lontani da ogni regola e pieni di ogni droga. Non è così: chi lavora es espone al Tacheles è anzi di solito ben motivato a sfruttare al meglio per il lavoro l’atelier che ha affittato. E se poi si vuole fare un po’ di festa di sera: perché no?

Il motivo per cui Tacheles viene menzionato come casa occupata o centro sociale è che una realtà del genere in Italia non esiste, e un luogo di aggregazione e interscambio artistico è visto da subito con sospetto dal provincialissimo panorama artistico italiano, perché decisamente alieno.

B&O: Chi sono gli artisti del Tacheles, e quali sono i requisiti necessari per diventare uno di loro?

B: La selezione degli artisti viene effettuata nell’ufficio di coordinazione del Tacheles scegliendo tra i tanti portfolio che ci arrivano. Non scegliamo in base a ideologie o orientamenti politici, scegliamo gli artisti i cui lavori riteniamo più rappresentativi nel panorama artistico contemporaneo. A loro affittiamo gli atelier per un periodo di tempo che di solito è di 12 mesi, nei quali l’artista ha piena libertà di creazione e di gestione delle sue opere.

B&O: Quindi niente censura e niente codice di comportamento (o di orientamento) per gli artisti del Tacheles?

B: Di censurare non abbiamo bisogno: abbiamo così tante persone interessate che semplicemente non scegliamo cose che non riteniamo davvero interessanti. Negli ultimi due anni si è parlato moltissimo del Tachles, soprattutto della minaccia di sfratto che incombe sull’associazione dal 2008, quindi abbiamo incoraggiato gli artisti a tenere aperte le porte dei loro atelier per facilitare a chi visita la Kunsthaus la visione di quello che viene fatto al Tacheles. Questa è l’unica interferenza che abbiamo avuto con l’operare degli artisti, altrimenti indipendenti nella gestione degli atelier e delle loro porte.

B&O: Negli atelier gli artisti vendono le loro opere, e Tacheles è anche una galleria: come si influenzano a vicenda la vostra realtà e il mercato dell’arte berlinese che sta fuori di qui – e qual è la differenza tra voi e le altre gallerie?

B: La Kunsthaus Tacheles non è un’associazione a scopo di lucro, non guadagna nulla dalle vendite degli artisti. Poiché ci sono gli atelier qui il visitatore ha una visione non soltanto dell’opera finita, ma anche del processo creativo che la precede. Non ci poniamo comunque in competizione o in antagonismo con il mercato dell’arte berlinese che sta fuori di qui: siamo una realtà parallela ad esso, non antagonista.

B&O: Chi è oggi legalmente Tacheles – e perché venite percepiti come un covo di attivisti di sinistra?

Linda: “Kunsthaus Tacheles” è un marchio registrato, di proprietà di un’associazione che legalmente ci rappresenta. La Kunsthaus nasce nei primissimi anni Novanta come spazio libero e autogestito che inizia presto ad attrarre artisti da ogni parte del mondo.

L’autogestione non è qui da intendersi come scelta politica, ma come risultato diretto della situazione berlinese dell’epoca: Berlino Est non esisteva più, Berlino Ovest non aveva ancora il pieno controllo del suo territorio: Mitte diventò una terra di libertà illimitata, potevi per esempio tirare un cavo dalla centralina elettrica ed avere elettricità senza pagarla. Potevi occupare edifici non per fare un dispetto ai proprietari, ma perché i proprietari non esistevano. Tutto questo è inteso ad uno sguardo superficiale come “di sinistra”. Eppure, ironia della sorte, i nostri maggiori oppositori sono proprio gli estremisti di sinistra, che ci considerano “venduti” e “troppo commerciali”.

B&O: Come è cambiata la realtà Tacheles nel corso di questi 20 anni di esistenza?

L: Nei primi anni Novanta gli artisti di mezzo mondo trovarono qui un potenziale illimitato, qui c’era una libertà – dovuta alla mancanza di controlli – che rendeva possibile realizzare progetti d’avanguardia irripetibili – nel 1992 gli artisti del Tacheles costruirono per esempio un’installazione utilizzando un vecchio aereo russo proveniente da un base vicina a Berlino. Una cosa del genere oggi sarebbe impossibile, adesso le condizioni di gestione della casa si devono attenere alle norme di sicurezza che vigono ovunque.

Moltissime cose sono cambiate, soprattutto dopo il restauro dell’edificio nei primi anni Duemila, ad iniziare dalle misure di sicurezza antincendio e anti-infortunio, che oggi esistono, prima no. E poi naturalmente la enorme popolarità del Tacheles, che porta qui tutti i giorni centinaia di persone.

B&O: Da realtà ultra underground a posto descritto come “cool” e “imperdibile“ da Lonely Planet e chi per essa: credi che tutta questa popolarità possa disturbare la vostra ricerca artistica?

L: E perché? In più ci vedono, in più parlano di noi, meglio è. Ben venga anche il visitatore da Lonely Planet, magari non espertissimo d’arte o non artista a sua volta, ma curioso. Finché la Kunsthaus rimane un importante punto di riferimento per gli artisti di mezzo mondo ogni tipo di visitatore vi troverà qualcosa di interessante.

B&O: Che cosa succederà quando l’edificio sarà venduto?

Quando l’edificio sarà venduto il nuovo proprietario desidererà come qualunque investitore che la realtà della Kusthaus lasci il posto a qualcosa che renda di più: i progetti del passato includevano hotel, centri commerciali ecc.. Chiunque rilevi la Kunsthaus dovrà però affrontare gli stessi problemi dei proprietari precedenti: andare cioè a verificare chi ci sia in ogni singolo spazio, ottenere un ordine di sfratto per ognuno, e mettere in atto questo ordine di sfratto. Il motivo per cui non siamo preoccupati è che il senato di Berlino è dalla parte della Kunsthaus, siamo riconosciuti dalla città e dal suo sindaco come realtà importante nel panorama urbano berlinese, valore aggiunto alla cultura cittadina anche se estranei all’ottica del profitto. E non si può ordinare alcuna azione di polizia senza il consenso delle autorità cittadine. Il 4 aprile quindi non cambierà le sorti della Kunsthaus Tacheles, ma, qualunque cosa succeda all’asta, garantirà di certo una visibilità mediatica ancora maggiore alla nostra realtà, e ci rinforzerà quindi, invece che indebolirci.

B&O: E questo non cambierà quando si rinnoverà il senato..?

L: Non credo proprio. L’appoggio al Tacheles non è un capriccio personale del sindaco o dei membri del senato cittadino, ma il riconoscimento dell’importanza per la città di Berlino di una realtà come la nostra, che mantiene la vita culturale di Mitte attiva e sempre all’avanguardia, e rappresenta di fatto un gran valore aggiunto per tutta Berlino.

3 thoughts on “Parliamo Tacheles!

  1. Sono stata a Tacheles nello scorso Aprile e la libertà artistica che ho respirato lì, non l’ho mai incontrata finora… Solo una cosa mi ha lasciata sgomenta: ascoltare involontariamente la telefonata di una persona che parlava con l’italia per l’invio di vestiario che veniva venduto lì, a prezzi assurdi… Allora… tutta la poesia si è congelata!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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