Berlino 1 – Londra Zero Zero. Intervista a Lorenzo Fe, scrittore

Da Lorenzo avevo ricevuto forse una email l’autunno scorso: stava meditando di venire a Berlino e aveva bisogno di qualche contatto per trovare una sistemazione. Io penso di essere stato praticamente inutile. Lui non si è perso d’animo e per un po’ ha trovato posto in una casa occupata di Rigaer Strasse. Se gli dico che – a detta dei residenti- Rigaer Strasse è la via più criminosa della città, sogghigna. Con l’esperienza che ha! Giovanissimo viaggiatore – scrittore, ha pubblicato con Agenzia X un libro sulla sua esperienza di vita londinese tra squat, musica grime e dubstep, friggitrici e libri di sociologia. Mi ha incuriosito subito questo suo riassumere in pochissimi anni fenomeni generazionali: un tempo tutti scappavano a Londra e Londra pareva il centro del mondo. A Londra si occupava, si ascoltava la musica più nuova, si facevano le feste più memorabili. Ora tutti scappano a Berlino e a Berlino dovrebbe esserci ora il cuore generoso d’Europa. Case economiche e arte per tutti. Lorenzo, partito dall’Italia per Londra, è arrivato qui proprio per quella fama dorata che circonda la “facile Berlino”. Ecco: con una persona sola potevo cercare di spiegarmi tutto quello che è successo negli ultimi 10 anni. Ma di lui sapevo solo quello che scrive nel suo libro e davvero non immaginavo chi avrei incontrato. Il ragazzo che accetta un lavoro di merda pur di avere il tempo di chiudersi in camera a leggere i suoi libri di economia politica e di sociologia o il giornalista / fan che rincorre in tutta la città musicisti e produttori per strappare loro – con le buone o le cattive – un’intervista? Lo squatter che faceva skipping sul retro dei supermercati (“skipping”: andare a recuperare nei cassonetti tutto quel ben di dio che essendo in scadenza i supermercati buttano via, essendo la distribuzione del suddetto ben di dio ai bisognosi peccato gravissimo dinanzi ai Comandamenti del Libero Mercato) o il viaggiatore ventenne che riesce a sfornare un libro – piccolo ma denso – sulle periferie “bastarde” della capitale inglese e la loro più diretta espressione musicale? Ma forse, penso, è solo un tipo che – come dice lui stesso- non resiste a pogare con la crew quando la musica è giusta e la birra tanta, specie per terra (la migliore per fare le scivolate). L’appuntamento è a Kreuzberg davanti a uno degli ingressi di Görlitzer Park, dove in genere si va a comprare l’erba (non per rinfoltire il prato, s’intende). Ma il suo non è uno statement. É che lui abita proprio lì davanti e anzi, mi precisa, neppure ci voleva stare a Kreuzberg, perché non voleva contribuire – seppur indirettamente – alla crescita della domanda di case in zona, cosa che comporta – di conseguenza – l’aumento degli affitti stessi. Oddio, non mi dite che sto incontrando il socioeconomista? Che mi costringerà a risvegliare neuroni assopiti dieci, dodici anni fa e mandarli a razzo a cercare tutto quello che possono trovare nel mio cervello su Marx, Weber, il capitale, la lotta di classe… Io però volevo parlare di Berlino con lo scrittore vagabondo (confesso: i miei neuroni attivi sono tutti piuttosto romantici). Quindi ci impiego un po’ a strappargli un commento personale su quello che ci sta intorno. Görlitzer Park è un meraviglioso luogo di passaggio. Un tempo era una stazione, poi la seconda guerra mondiale lo ha trasformato in un prato e oggi qui scorrazzano bici e cani, schivando spacciatori, giocatori di frisbee e imperterriti grigliatori di salsicce (i berlinesi potrebbero grigliare anche in un campo di rugby durante la finale mondiale senza creare troppo scompiglio e soprattutto senza sentirsi assolutamente fuori luogo). Görlitzer Park, per i Berlinesi Görli, è principalmente il diaframma verde fra i quartieri di Kreuzberg e Neukölln. La Bohemia post- punk e New Instabul. Lorenzo lo attraversa tutti i giorni in bici per cercare un’atmosfera a lui più congeniale nei luoghi dove la classe dei lavoratori produce ed esprime la sua cultura, gli stessi che ha così ben indagato a Londra. Ma qui a Berlino ha trovato resistenza: i Turchi sono una comunità troppo tradizionalista per permettere a un estraneo come lui di inserirsi (“niente a che vedere con i giamaicani londinesi” mi dice), e se gli chiedo delle periferie operaie di Berlino Est mi conferma quello che mi aspettavo: affascinanti panorami socialisti apocalittici, resi pericolosi dalla presenza di gruppi neonazisti.

Comunque di Berlino Lorenzo ama soprattutto Karl Marx Strasse, da non confondere con l’omonima Allee: questa è il monumento zuccheroso fatto erigere da un senile Stalin, quella è la via che taglia Neukölln dove sulla comunità turca – subentrata da tempi immemorabili alla working class di Berlino Ovest – si sta adagiando come la schiuma del cappuccino una nuova comunità di artisti, creativi, alternativi. I membri del “continuum hippie – yuppie” che domina il resto di Berlino. Così sintetizza Lorenzo. E a Karl Marx Strasse, un mix di botteghe di chincaglieria, gastronomie etniche, vetrine di mobili così improbabili che anche Barbie & Ken se ne vergognerebbero e poche scintillanti boutique (di abiti, arte e tattoo), vede tutto quello che si è perduto a Kreuzberg, che da covo decadente di terroristi, punk, eroinomani e graffittari è diventata oramai ambitissima residenza di designer androgini, impero delle caffetterie e del queer punk, un quartiere alternativo nella fase terminale di “gentrificazione”. A Lorenzo non piace però arrivare a cose fatte. A Neukölln ha trovato per strada bigliettini che invitano la gente che cerca casa a non accettare gli affitti esosi proposti dalle agenzie immobiliari, altrimenti tutto il quartiere ne risentirà (“lo sapete, voi hippie-yuppie, il costo del denaro?) A Berlino, ci siamo accorti tutti e due, la gente usa ancora comunicare con i suoi concittadini e usa la strada come da noi si usa la bacheca in parrocchia. Lorenzo mi confessa che nel suo quartiere si incontrano in assemblea per decidere come contrastare l’orda di turisti che in estate invade Kreuzberg. Rovinando il bengodi di chi lavora abbastanza per pagarsi gli affitti, i caffè da asporto, le pantacalze firmate, il diritto al suo pezzo di prato al sole, il riposo domenicale dopo il Berghain. Berlino piace troppo, a troppi. E questo sarà la sua rovina. Ha intenzione di restare Lorenzo? No, tornerà a Londra per seguire un master di sociologia politica. Bingo! Ora mi svelerà che Berlino gli fa schifo e io avrò un pezzo veramente alieno per il mio blog. Invece no, Berlino piace anche a lui. Misteriosamente gli scappa un sorriso. Qui a Berlino gli pare di vedere la modernità illuminata (quasi) compiuta. “Berlino è la gabbia di acciaio di Weber, ma le sue sbarre sono abbastanza distanziate perché molti possano collocarsene all’esterno. Eppure non possono abbandonarla del tutto senza perdere i mezzi di sussistenza, è come la se la gabbia fosse sospesa nel vuoto”. Mi arrendo, è tornato il socioeconomista. Ma poi Lorenzo mi spiega che qui non ci può proprio stare, è la tensione a mancargli. La tensione che fa vibrare Londra. La tensione che si avverte ogni giorno, specie nelle periferie che, a differenza di Berlino, vivono un rapporto tutt’altro pacificato con il centro. “Sarà ingiusto”, mi dice, “ma mi piace di più stare dove la gente nera non può trovare la stessa cura assistenziale che chiunque può avere a Berlino: è l’attrazione naturale dello scrittore per il male”. Mi fermo. Siamo a Görli. Questa è una stazione che le bombe inglesi hanno raso al suolo per salvare l’Europa, e forse il mondo, dall’impero del Male. Il cui seggio supremo era proprio Berlino. Possibile che la città di Hitler, la capitale dell’amministrazione dell’omicidio, sia riuscita in meno di sessant’anni a cambiare tutta la pelle e diventare un piccolo paradiso in terra, più bello e sereno della civilissima Londra? Beh, mi dice Lorenzo, con tutti i soldi che ha speso la Germania e l’Europa per questa città. Li hanno spesi bene? Sì. Ammette piano. Li hanno spesi bene. E se il sistema in cui dobbiamo vivere è quello statalista capitalista, Berlino rappresenta forse il luogo migliore dove stare. Ma ci sono altri sistemi in cui si può vivere. Più piccoli, autogestiti. Senza capitalismo. Forse addirittura senza stato. Ci vorranno ancora anni (quanti? 100? 200?) di lotte e trasformazioni. Berlino però non è più una città per guerrieri. Qui il massimo scontro che puoi avere è con la burocrazia di un Arbeitsamt per ottenere un sussidio. E questo giovane scrittore ha ben altre battaglie da combattere e da raccontare. Prima partirà per l’Egitto per raccogliere interviste sulla Rivoluzione e poi svernerà a Londra. Londra dura. Londra cara. Non semplicemente “alternativa”, ma autenticamente “contro”. Là c’è ancora spazio per le avventure. E lui, che ha letto troppo Salgari, ha sempre voluto fare il pirata.

Lorenzo Fe, classe ’88, proviene dalle nebbie della campagna veneta (Treviso). Ha studiato filosofia a Padova e Milano laureandosi nel 2010. Sempre nel 2010 è uscito il suo primo libro “Londra Zero Zero” che attraverso le sue vicissitudini racconta la recente scena underground delle periferie di Londra, in particolare grime e dubstep. Edito da Agenzia X (Milano) è al momento in ristampa, ma se vi siete incuriositi abbastanza da volerlo acquistare Lorenzo ne conserva ancora alcune copie, contattatelo su facebook!

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3 thoughts on “Berlino 1 – Londra Zero Zero. Intervista a Lorenzo Fe, scrittore

  1. Ecco, vai in Egitto che è meglio. Vi prego, basta con questi articoli, Berlino non ha bisogno di altri fricchettoni/squatters/fintiartisti e chi più ne ha più ne metta. Vi prego, basta, Berlino è una città che deve crescere e che deve porsi come modello all’avanguardia per l’Europa intera, e questa gente non ci serve, vi prego, non venite, e se volete rendervi utili veramente, rimanete in Italia a combattere quello spettro conosciuto come cultura berlusconiana, ben peggiore del vostro odiato capitalismo.

    1. Chiederti di rileggere l’articolo mi pare superfluo: comunque in nessun punto nè io nè Lorenzo affermiamo che “Berlino ha bisogno di altri fricchettoni/squatters/fintiartisti”. La posizione di Lorenzo su questa città mi pare più matura (e critica) di quella di tanti suoi coetanei che vedono in Berlino semplicemente un “paese dei balocchi” per scappare da un’Italia dominata non dallo spettro bensì dal corpo vivo e vegeto della “cultura berlusconiana” (che però, dovrai ammetterlo, ha molto a che fare con il capitalismo). Purtroppo noi non possiamo smettere di scrivere articoli su Berlino, sulle persone che ci abitano, sulle cose che succedono. Ma è evidente che se i nostri (o i miei) articoli non ti piacciono più, tu puoi anche non leggerli. é un tuo diritto. Come è diritto di tutti i fricchettoni/squatters/fintiartisti di stare a Berlino se ne hanno voglia e se riescono. Eman

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