“I want to see it painted black, painted black”: Berlino nelle opere di Andrea Chiesi, XLAB Corrosive Art Farm, Kreuzberg, fino al 1 luglio 2011

Prima di trasferirmi a Berlino la città compariva già perfettamente disegnata nella mia immaginazione: uno scenario di rovine e strade solitarie, rubato in parte al Gabinetto del Dottor Caligari, in parte a Ken Shiro, cieli lattiginosi e possibilmente senza angeli, vetri rotti come diamanti sparsi a terra e tanti graffiti a far ridere o gridare le facciate delle case abbandonate. Qua e là le sorelline di Christiane F. coi capelli tinti color sangue e i cloni scheletrici di Blixa comparivano nel fumo azzurrino di sigarette (o è nebbia?) mentre una signora della ex-DDR si affretta di corsa al tram con le buste della LIDL piene di salsicce e birre. Berlino metropoli / necropoli, cupa e arcana, bella come una diva ferita, come una cicatrice. Il primo giorno atterrai a Tegel, pioveva, mi trascinavo un’enorme valigia a cui si sono subito rotte le rotelle e ho impiegato quaranta minuti a cercare i tornelli della metropolitana per obliterare il mio biglietto (non sapevo ancora che a Berlino semplicemente non ci sono e non volevo prendere una multa la mia prima ora in città). La sera ho aperto il libretto che mi ero comprato in aeroporto (Impara il tedesco in 30 giorni) e mentre affrontavo le tre declinazioni dell’aggettivo ho pensato: “Bene, Berlino è proprio nera come me l’aspettavo”. Il giorno dopo è arrivata d’improvviso la primavera. Sono rimasto di sale. L’unica cosa nera ero io. Intorno a me fiorivano i grappoli rosei dei castagni e la gente, ugualmente rosea, tutta tatuata a stelline e farfalle scarrozzava i suoi bambini biondi e innumerevoli qui e là. Dai parchi si levava una nebbia sì, ma erano bratwurst sulla griglia e solo su una cosa non mi ero sbagliato: le birre. Per i successivi due mesi non ha mai piovuto, il cielo brillava azzurro e poi si perdeva in lunghissimi tramonti di pesca e lillà. Se avessi visto un branco di orsetti del cuore attraversare Karl Marx Allee non mi sarei stupito. Ma… mi ero forse sbagliato? Dove era la Berlino degli Einsturzende Neubauten, dei locali sotterranei fragorosi e dei silenzi poi, senza uomini? Sparita? O forse non c’era mai neppure stata? Eppure, ero sicuro, qualcun altro l’aveva vista o almeno l’aveva sognata come me. La cercavo nelle finestre buie delle case, nelle vie che si allontanano da Ostkreuz, dietro tutti i muri in cui mi pareva ci fosse qualcosa di rotto. Una città come spettro. Chi altro l’aveva potuto avvistare? Chi credeva ancora ci fosse e come me aveva voglia di andarlo a cercare?

Ho ritrovato quel sogno/spettro nelle fotografie di Paola Verde, l’ho riconosciuto nei suoi toni di grigio, perla e cemento, nelle silhouette ferrose dei ponti ferroviari, delle torri dell’acqua, nel contrasto tra il nero delle case e le finestre lucide come occhi di un malato. Del resto la fotografia ha sempre a che vedere col fantasmatico: è il racconto di qualcosa che non c’è già più, destinato a finire nelle mani di chi lì non c’era. Ma a differenza della pittura non ha nulla a che vedere col fantastico: la fotografia ambisce alla presenza. E alla credenza. In fondo dipingere un fantasma è facile, ma fotografarlo? Il gioco sta proprio lì: sul confine tra una visione (sognata, evocata, ricreata, intravista o realmente percepita) e la certezza scientifica garantita dall’apparato tecnologico che la conserva e la moltiplica.

Quello che succede poi alle fotografie di Paola è che un pittore, Andrea Chiesi, le ha riprese e di nuovo trasformate: in disegni neri, nerissimi, di un fitto vibrante tratteggio, come una tempesta d’inchiostro che cade pesante, segna la pagina e di colpo riforma il volto di Berlino. Se accettate la mia metafora sulla città fantasma allora è come se Andrea ripompasse sangue (nero) in questo corpo fatuo e gli rendesse materia ed energia. Lo spettro prende consistenza, avvolto in un manto di capelli scuri o di spilli affilati. Ci vorresti affondare la mano ma hai paura che faccia male. Seduce e respinge. Il Nero. La Madre dei Colori.

Per chi, come me, ha imparato ad accettare e ammirare la Berlino arcobaleno, ma insiste nel cercare le tracce di quel fantasma misterioso e scuro consiglio senz’altro una visita alla XLAB Corrosive Art Farm: fino al 1 luglio sono in mostra le opere di Andrea Chiesi, disegni a pennarello e dipinti a olio, ispirate alle fotografie di Paola Verde (che potrete vedere sfogliando il catalogo della mostra… poi magari compratelo anche: è un modo di portarsi un pezzettino di quel fantasma a casa e non perderlo mai più di vista).

Usciti da lì vi verrà senz’altro subito voglia di prendere i tre primi biondi che passano per strada in infradito, immergerli nella vernice e usarli come pennelli per dipingere una porta rossa di nero. Una città dipinta di nero. I want to see it painted black, painted black.

Perpetuum Mobile

disegni e olii di Andrea Chiesi,

 fino al 1 luglio 2011

@

XLAB Corrosive Art Farm

Skalitzer Strasse 67 – Kreuzberg – Berlin

U1 Schlesisches Tor

 

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