“Ick kann jar nicht soville fressen, wie ick kotzen möchte”. Nemmeno io Max, nemmeno io.

Max Liebermann
Max Liebermann, Autoritratto, 1913

Vi è mai capitato di incontrare persone o situazioni così repellenti che i casi sono due, o implodete di schifo o rigettate tutto quanto, possibilmente addosso alla fonte della porcheria?

Vomitare è un istinto naturalissimo e profondamente animale – il cane si provoca il vomitino mangiando l’erba, la mamma uccellino vomita la pappa nel becco del suo bimbo. Dannati noi umani tuttavia, che abbiamo anche la psiche o l’anima o la razionalità, chiamatela come volete quella vocina insistente dentro di voi, e che rendiamo ogni istinto in qualche maniera strumentale all’espressione dell’umano troppo umano impulso a provare fastidio, o rabbia, o frustrazione nel veder umiliati i nostri principi. Condizioni psicosomatiche le chiamano alcuni.

Il vomito è la più frequente esternazione cui giungano le anime frustrate, è semplice e alla portata di tutti e ideale come slogan: tutti, proprio tutti almeno una volta nella vita hanno avuto la nausea.

Beati quelli i cui ricordi di nausea sono legati a cozze avariate o giri in giostre troppo veloci; la nausea che ne deriva si risolve in genere in un rigetto ristoratore e nella promessa da marinaio (o preghiera da neofito) di non incappare più nella trappola scatena-vomito, qualunque essa sia stata.

La nausea veramente nauseabonda è invece quella senza cozze o giostre, è la nausea che sale dall’anima, può essere una nausea genericamente politica, una nausea da corruzione, da ignoranza, o da porcherie sul posto di lavoro, da clientelismo, da inattese pugnalate alle spalle, da leccaculaggio, da bugia istituzionalizzata, da pressapochismo e falsità. È nausea che non si sente nemmeno arrivare, non bussa né s’annuncia e scatena istantaneamente fiumi di oggetti indesiderati – da espellere. Pezzi, idee, acidi, persone. Succede quando il mondo intorno si muove così tanto contro il nostro sentire che non resta altra scelta che scendere o frenare, cercare l’Altro, uscire di scena, girarsi e non guardare. E anche quando ci siamo voltati l’odore di ingiustizia non accenna a diminuire, bisogna espellerlo in qualche maniera, polemicamente: vomitare.

Max Liebermann sapeva bene che cosa fosse, la nausea dell’anima. Un artista borghese ebreo berlinese classe 1847: uno che le ha viste tutte, dal romantico sul trono al tonfo sonoro del crollo del trono, alla repubblica delle banane all’inflazione all’antisemitismo incalzante al 30 Gennaio del 1933. Fino ai due anni successivi, perché Liebermann muore nel 1935, con sulle spalle 87 anni e troppi mondi diversi. E forse troppe mancate occasioni per vomitare.

Aveva avuto la nausea antibigottismo quando tentava di fare il punk a Berlino importando la pittura alla francese, durante la guerra che aveva addirittura sognato, di fronte all’omicidio politico ai danni di un suo illustre parente, Rathenau. Gli sarebbe di certo venuto da vomitare nel vedere la comunità ebraica della sua Berlino messa all’angolo dai nazisti, e nel vedere i suoi più stimati colleghi e amici – Käthe Kollwitz e Heinrich Mann tra gli altri – impossibilitati a svolgere il loro lavoro in maniera dignitosa.

A Liebermann è venuta la nausea probabilmente milioni di volte nella sua vita. Ma di una abbiamo testimonianza, di quella volta che non solo Liebermann ebbe la nausea, ma desiderò addirittura di avere tanto da vomitare, di protrarre il getto catartico fino allo stordimento, fino a far sparire il mondo di fuori perché troppo sbagliato.

Il 30 gennaio del 1933 Hitler fu eletto cancelliere; quella sera Liebermann guardava dal terrazzo della sua villa in Pariser Platz la parata delle SA sotto la Porta di Brandeburgo, che per chi non fosse pratico di abitudini prussiane ha lo stesso valore di un: ora si comanda noi, klar?

Max Liebermann pensò probabilmente al re e all’imperatore, maledì la corona che aveva creato i nuovi mostri e la repubblica che li aveva eletti, sentì il cuore gonfio d’angoscia per la sorte sua e dei suoi concittadini, e se ne uscì con un epico: “Non posso riuscire a mangiare tanto quanto vorrei vomitare”. [Che in berlinese suona: “Ick kann jar nicht soville fressen, wie ick kotzen möchte”].

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