Buttate giù ogni Muro

Cinquanta anni fa, in questa notte tra il 12 e il 13 agosto, Berlino veniva divisa dal Muro. Nessuno era stato avvertito. Neppure si sapeva cosa voleva dire “Muro”.

Un muro che stanotte non mi fa tornare a casa. Un muro che non mi farà tornare a casa neanche domani. Nè dopodomani. Un muro che mi impedirà di vedere, incontrare, abbracciare i miei amici. O semplicemente toccare il mio letto, le mie cose. Potevo camminare sul ponte tra Kreuzberg e Friedrichshain stanotte e incontrare un soldato che mi dice: “torna indietro, di qui non si può più passare”. Io, un po’ brillo, avrei cercato di farlo ridere, di scavalcare. Che cosa vuol dire “non si può più passare, ma fammi il piacere, non vedi che sono stanco, non vedi che sono ubriaco, non capisci che io abito di là, fammi andare a casa, voglio solo dormire”. Ma non si può, non c’è niente da ridere. Chi scavalca muore. Se la mia casa è dall’altra parte del ponte mi tocca restare seduto sul marciapiede. Mi tocca rinunciare a capire dove devo andare, cosa posso fare. Posso buttare le chiavi nel fiume. E sarà forse meglio restare brillo per i prossimi vent’anni.Rinunciare a tutto. Obbedire. All’autorità del cemento e del filo spinato. Del proiettile e del soldato. Qualunque sia la bandiera che sventola sulla mia testa. Tanto il proiettile ha lo stesso colore.

L’idea non mi fa dormire. I rumori dei lavori in corso in questa notte insperabilmente tiepida sono spettri dei lavori di 50 anni fa.

2011, il Muro non c’è più. Ma il suo ricordo infesta ancora Berlino e i suoi eredi sfigurano orribilmente tutto il mondo.

Muri di cemento. Duri. Rinforzati dalla minaccia di un mitra.

Muri invisibili. Duri. Rinforzati dalla cattiveria di uno sputo in faccia, di un insulto crudele, di uno sguardo di disprezzo (religioso, razziale, omofobico, politico).

Non ho voglia di parlare di quanto siano inutili, brutti i muri.

Ho voglia di sentire una canzone, che li butti giù tutti.  Una canzone che mi racconta  che cosa è Berlino oggi, stanotte. Dovrebbero spararla con gli altoparlanti in ogni parte del mondo in cui oggi, stanotte, si pensa ancora che per risolvere i problemi tra le persone sia meglio costruire un muro. Dovrebbero ballarla coi tacchi a spillo, gli anfibi o a piedi nudi. Anche se sul filo spinato fa male.

Questa canzone coi tacchi a spillo, cara Berlino, è il nostro regalo per questa notte di agosto, illuminata da una luna splendida, che guarda una città che non vuole avere più paura. Sarebbe bello, cara Berlino, potere dire lo stesso di tutte le altre città del mondo.
Enjoy it Berlin!

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