Utopie sospese: “Cloud Cities” di Tomàs Saraceno, Hamburger Bahnhof, fino al 15 gennaio 2012.

I musei di arte contemporanea sono costruiti su una strana tensione spazio-temporale. Da una parte in quanto “musei” sono infatti disciplinati dal tempo del custodire e il loro spazio è quello protetto dell’archivio, o, nella più incantevole delle messinscene, della wunderkammer. Dall’altra parte invece  se vogliono essere davvero “contemporanei” devono vivere il tempo vago dell’esplorare e il loro spazio è quello indefinito e permeabile della frontiera. Considerando poi che la loro ricerca si muove nelle pastoie di una istituzione possiamo solo immaginare quanto è complicata la loro posizione specialmente se scelgono di diventare uno degli interlocutori culturali principali della città anziché isolarsi in un’Arcadia (fate voi, minimal o pop) riservata agli intenditori. Il museo per la contemporaneità di Berlino, Hamburger Bahnhof, ha scelto senz’altro la prima via, e, non certo primo fra i musei di arte contemporanea del mondo, ha capito che per mantenersi vivace partecipante della vita culturale di Berlino non può confidare unicamente sulla sua bella collezione permanente, ma piuttosto provocare la città con eventi speciali, mostre ed interventi site-specific. Ovvero opere d’arte concepite esclusivamente per l’Hamburger Bahnhof, allestite per breve tempo nei suoi spazi, destinate a creare intorno a sé dibattiti, lezioni, visite (tante, tantissime per essere un museo di arte contemporanea) e di conseguenza un po’ di profitto (ché oggigiorno tutti, anche le istituzioni, sono chiamati a guadagnare). Insomma in questo modo riesce a diventare un museo che non si può “vedere una volta nella vita” e mettere via, spulciato dalla lista delle cose da fare, rapidamente trasformato in fotografie da infilare tra le diecimilacentodiciotto fotografie conservate nel computer. E forse proprio così riesce a sopravvivere nel suo paradosso ed essere costantemente contemporaneo.

L’istallazione di questo inverno 2011/2012 mi sembra perciò particolarmente suggestiva per come racconta questo status di “archivio spalancato” e per come si fa interprete del rapporto fra arte e città, in particolare una città come Berlino che in questi anni è spettatrice del suo rapidissimo cambiamento (e siccome Berlino è berlinese la sua partecipazione è attenta, attiva, non di rado polemica, a volte ahimè suddita): “Cloud cities”, si chiama così l’opera mozzafiato che Tomàs Saraceno ha realizzato nella grande hall del museo (che fu una stazione), “Città nuvole”.  E chi non ha mai sognato almeno una volta di abitare sulle nuvole? Leggere, sospese, lontane dalla terra e dalle sue brutture, si muovono libere qua e là, a volte si incontrano, si scontrano, si uniscono e poi si separano. Una metafora molto interessante per chi sogna le città e per tutti i costruttori di utopie architettoniche. Ma Saraceno è un architetto vero. E il suo lavoro consiste nel rendere realizzabile  una utopia. “Tecnicamente – si chiede Saraceno – come posso costruire una città nuvola?” e ancora, “Che cosa può insegnare alla tecnica il sogno di una città nuvola?”. Il suo sguardo sul mondo è scientifico e poetico, ha occhi capaci di farsi incantare, ma subito pronti a trasformare l’incanto in un brevetto. Saraceno interroga la natura (le nuvole, ma anche le bolle di sapone, la seta dei ragni, le piante aerofile del genus Tillandsia che non hanno radici  e ottengono tutto quello di cui hanno bisogno dall’aria), e dalla natura trae gli schemi, le forme e le strutture per le sue città.

Nella hall del Hamburger Bahnhof sono esposte una ventina di biosfere, costruite con un materiale trasparente brevettato dallo stesso Saraceno, imbrigliate in una rete di cavi che – grazie a un sapiente gioco di tensioni e trazioni rubato ai ragni – le mantiene tutte sospese. Alcune biosfere ospitano giardini aerei (la Tillandsia è ingannevole, sembra rinsecchita ma è viva, viva) altre, invece, sono vere e proprie stanze-bolla in cui è possibile entrare. Le più belle sono quelle che ti portano in alto e ti permettono di stenderti sulla curva morbida e trasparente, affondare nell’aerogel, guardare dall’alto gli uomini seduti sotto di noi e sentirsi veramente on cloud 9. In quel intreccio di cavi, bolle, foglie, vapori l’attività umana non è mai un elemento trascurabile. Gli uomini e le donne che attraversano l’istallazione prestando attenzione ai cavi, muovendosi fra le reti, avvicinandosi alle bolle ed allontanandosene, tentando la scalata di una e poi , lievi, gettandosi con abbandono giocoso sulle superfici sospese e trasparenti costruiscono un modello di comportamenti che ritroviamo nella città, tesa tra le forze irrigidite delle sue strutture ma capace improvvisamente di mutare, sbrigliarsi e creare bolle, più o meno effimere, di sperimento, gioco, relazione. Proprio come le nuvole di Saraceno la città contemporanea si costruisce e ricostruisce in base a una principio di tensegrità: tensione e integrità fra le parti. Il tutto sta nel non spingere troppo, nel non farsi troppo pesanti, nel fare sempre attenzione. Ecco, Saraceno ci ricorda soprattutto l’attenzione che dobbiamo prestare costantemente mentre ci aggiriamo nel mondo, perché non è ancora esaurita la sapienza custodita in esso. E se davvero vogliamo volare via, prima sarebbe bene averlo capito tutto, questo mondo opaco, a volte pesante, ma che tutto sommato è la nostra unica rete di sicurezza.

“Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti di Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge”

Italo Calvino – Le città Invisibili

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