Adefa, o come ti ammazzo la moda in Germania, 1933/45.

Il marchio Adefa (da Wiki)

Pensiero berlinese del giorno: che colpa ne hanno gli oggetti del mondo che li circonda?

Ero a Schöneberg l’altro giorno, sotto una pioggia torrenziale che non era riuscita a lavarmi via la voglia di una passeggiata esotica nel Westen, e come sempre quando sono da quelle parti ho fatto una capatina da Mimi, un negozietto delizioso che espone e vende oggetti che hanno visto la luce dal 1850 al 1950. La terra promessa del fin de siecle a braccetto con l’eleganza austera della crisi nera – una tana del coniglio tempografica a due passi dalla casa di David Bowie (già che si sta viaggiando nel tempo si può sempre fare un saltello negli anni Settanta).

Una vetrina di Mimi era un tavolino con madonnina di ceramica, gigli bianchi e rosa pastello e tanta luce calda, l’altra una casa di bambole usata come portaoggetti un po’ minimale; con la giornata stortissima che stava avendo Berlino era un’oasi di luce nella bufera – esattamente quello che ci voleva, per la luce, per il caldo e per il viaggio nel tempo che inizia già sulla soglia, appena si sale sul tappeto, e continua fino al fondo del negozio, dove c’è l’atelier di sartoria.

Perdendomi tra camicie da notte e pettinini e cilindri e tovaglie e gemelli ho anche provato dei vestiti (e dei cilindri), e indicandone uno il commesso ha detto: “Ach, übrigens, da ist noch der alte Zettel dran”. Che suonava come ‘c’è un’etichetta, e c’è qualcosa che non va con l’etichetta, io te lo accenno ma spero tu non faccia altre domande’. O forse me lo sono solo immaginato.

Comunque ho guardato l’etichetta, che era effettivamente bruttina (nel colore, Arancione) e riportava la sigla ADEFA. Ovviamente ho fatto altre domande, e lui mi ha spiegato che la targhetta in questione era “obbligatoria per tutti i prodotti di provenienza tedesca ai tempi dei nazi”.

ADEFA vuol dire “Arbeitsgemeinschaft der deutsch/arischer Fabrikanten der Bekleidungsindustrie e.V., Berlin”, cioè “associazione dei produttori tedesco/ariani dell’industria tessile”. L’associazione di categoria ai tempi dei nazi, un metadiscorso tessile in mano agli industriali tedeschi del primo dopoguerra, desiderosi di riarricchirsi in fretta e molto, a spese di quel gruppo di cittadini che fino ad allora aveva costituito la forza maggiore dell’industria tessile tedesca e che ora, in quanto non ‘ariani’, erano in procinto di esserne esclusi (indovinate chi). E naturalmente sotto il controllo diretto dello stato nazista, con i tentacoli dei coniugi Magda e Joseph Goebbels spinti fino agli armadi dei cittadini tedeschi (Magda G., per breve tempo responsabile dei lavori della sezione moda del ministero della cultura, considerava un suo dovere nazicivico quello di sembrare perennemente una bambola. Sosteneva che gli uomini tedeschi sono particolarmente uomini, e quindi le donne tedesche devono essere particolarmente femminili (lei intanto vestiva francese. Lui le sparò qualche anno dopo).

Adefa vestiva i tedeschi di ideologia (dopo la guerra si dirà vendere sogni), pupazzetti nella casa di bambole di Joseph e Magda, e spogliava tutti gli altri di capitali immensi, umani e non umani. L’industria tessile e il settore moda furono per i nazi tra i più difficili da ‘arianizzare’. Pare che questo settore fosse, oltre o forse in quanto uno di quelli con la minor concentrazione di aziende tedesche (non sono famosi per il sandalo con il calzino per nulla, e se Berlino era un fulcro di interesse mondiale per l’industri della moda non poteva essere solo merito loro), anche quello in cui le relazioni personali tra gli addetti ai lavori, e quindi tra ‘ariani’ e ‘non ariani’, erano più distese e amichevoli, e perciò potenzialmente antinaziste. L’istituzione di Adefa fu uno dei moltissimi tasselli nel puzzle dell’espropriazione, fatto di boicottaggi, propaganda, concorrenza sleale, sabotaggi e roghi.

Che ci sia rimasto attaccato qualcosa a quel vestito delle mani che lo hanno creato? Chissà quante ne deve aver passate quella stoffa verde bottiglia prima di arrivare fino a Mimi – me la immagino a volteggiare sghignazzando addosso a una signora che va a una festa danzante nel palazzo della repubblica. O ritrovato in una cantina di Berlino subito dopo la guerra, salvato chissà come dal rogo tutt’intorno. Sempre con questa sua targhettina razzista a condannarlo senza appello, a datarlo in maniera oscenamente precisa. E come lui tutti gli altri pezzettini di catastrofe prodotti dagli ariani per gli ariani e fieramente etichettati. Gli acquirenti di Adefa si stavano comprando la fine del mondo – viene da chiedersi cosa ci stiamo comprando noi, ogni giorno. Ma prima di deragliare verso riciclaggio e boicottaggio rientro nel tempo presente e mi decido a salutare Mimi. Fuori dall’oasi c’è ancora una tempesta biblica, e un sacco di gente a fare le compere di Natale. Ma senza troppa frenesia, come si confa a una città che non ti fa nemmeno andare a fare shopping senza chiedere un po’ d’attenzione.

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