Marx ed Engels, la Rivoluzione e una notte (dei musei) al cimitero

Friedhof der Märzgefallenen, stele

Li riconoscete?
Si, è Dio! L’altro non so. La guardia del corpo? E’ Freud! No, quello seduto è Darwin!! Ma l’altro? Ma no!
Io lo so: è Marx. Ma l’altro chi è?
Di solito va più o meno così la conversazione che si apre con la domanda di rito di ogni guida turistica nel Marx-Engels Forum, la piazza di Berlino che ospita le gigantografie dei due giganti del Comunismo, i firmatari del Manifesto, i pestacalli della borghesia protocapitalista, i nostradamus del mercato del lavoro, i profeti della classe operaia, i pensatori più travisati e travolti e sconvolti dalla Storia del Novecento (insieme a Friedrich Nietzsche, ricordiamo per onor del vero).
Karl Marx, Friedrich Engels.
Uno in piedi uno seduto, entrambi grandissimi nel mezzo di una scultura che per composizione e plasticità vuole rappresentare il processo di liberazione dell’essere umano, compiuto dai due Profeti e concretizzatosi nella Storia a mezzo dell’Azione dei compagni caduti per la causa. C’è tutto in quella scultura, ci sono i due angeli del pensiero nuovo, c’è la società capitalista e iniqua, c’è il futuro radioso all’insegna della libertà e dell’Umanità dell’umano, e c’è la memoria dei sacrifici e dei sacrificatisi a tale umanità.
Tanta tanta carne al fuoco, specie alla sua inaugurazione nel 1986, quando il collasso del sistema Russia era nell’aria come la neve in questi giorni, nulla lo faceva presagire con certezza ma il vento, semplicemente, ne odorava.
La scultura è oggetto di dibattito molto serrato da quando un parlamentare democristiano ne ha suggerito l’allontanamento dal centro di Berlino – le spoglie del passato tinto di rosso della Germania sembrano non lasciarci dormire nemmeno ventitré anni dopo la sua fine. Online e offline si sprecano articoli, commenti e opinioni su un tema che a Berlino in realtà è sempre attuale, anche se i dibattiti si incentrano, guarda un po’, perennemente su statue e palazzi e raramente su idee e persone. “Che farne di un passato scomodissimo?” è la domanda alla quale fino ad ora si è risposto a colpi di ruspa (r.i.p., splendida rovina del palazzo della Repubblica). Io, per simpatia verso le cause perse e interesse professionale, mi auguro che Marx ed Engels restino dove sono, e vengano anche rigirati a guardare nella direzione giusta (da quando c’è il cantiere della metropolitana U5 li hanno spostati, il complesso scultoreo ora procede da est a ovest, quale orrore).
Trovo però più interessante chiedermi che cosa rimanga dei due pensatori oltre il bronzo, al di là delle statue e dell’ombra del castello che forse si allungherà su di loro.
Marx predicava la rivoluzione permanente, e si rifaceva ai giacobini; i suoi contemporanei scendevano in piazza in Prussia (cioè qui), in Austria e in mezza Europa per ottenere e modificare costituzioni, chiedere libertà di stampa, leggi sul lavoro, previdenza sociale. Ottenendo qualche successo e molti “contentini”, costruendo barricate e resistendo alle repressioni, raccogliendo i morti e seppellendoli come eroi della Rivoluzione. E, ultimativamente e ben dopo la scomparsa dei due pensatori, cadendo nella trappola della dittatura che indossa i panni della rivoluzione.
Ma i tedeschi non erano quelli che la rivoluzione non la fanno? (cit. nientepopodimenoche Napoleone e Bismarck).
Non sono d’accordo in molti con questa definizione del popolo teutonico. A Berlino c’è un cimitero/memoriale che si propone proprio di onorare i tedeschi rivoluzionari, quelli del 1848/49 e quelli del 1918/19. Molto meno dibattuto e centrale delle statue di Marx ed Engels, con dormienti meno illustri del suo fratello di Friedrichsfelde, il cimitero è un posticino adorabile e poco frequentato, che fa venire il sospetto che al centro del dibattito Marx-Engels ci siano più questioni estetiche e formali che riflessioni sul passato presente futuro della società – e della Rivoluzione.
E’ il “Cimitero dei caduti di marzo”, che si trova all’interno del Volkspark Friedrichshain. L’associazione che ne cura il mantenimento e gli allestimenti delle mostre si confronta con le domande relative ai presupposti e alle conseguenze dei movimenti rivoluzionari, sperando di mantenere viva la memoria dei caduti e di non lasciare questi morti scomparire dalla memoria del loro Paese. Fu scelto come luogo di sepoltura per i caduti nelle barricate cittadine del marzo del 1848, probabilmente perché era fuori mano, allora fuori dai confini della città, e le urla di quei morti non avrebbero disturbato i sogni borghesi della Berlino preindustriale.
A quei morti si aggiunsero in seguito alcuni dei caduti della Novemberrevolution, la mutilata rivoluzione socialista del primo dopoguerra. La maggior parte di quei morti tuttavia fu confinata ancora più lontano dai centri del potere, appunto a Friedrichsfelde.
Da qualche anno il piccolo cimitero nel Volkspark è stato riscoperto e rivalutato come luogo di onoranze dal sapore politico e soprattutto come centro di riflessione sulle rivoluzioni in Germania, su ciò che furono queste due fasi storiche, su come furono recepite e strumentalizzate, su come potrebbe oggi Berlino trarne qualche insegnamento.
Di solito chiude i cancelli verso sera, e di notte i morti sono lasciati riposare in pace. Il 28 gennaio 2012 tuttavia, in occasione della lunga notte dei musei, anche il cimitero aprirà i suoi cancelli al pubblico e presenterà proiezioni di film e documentari, visite guidate nell’area del memoriale, vino caldo e bretzel. In quell’occasione sarà presentato al pubblico anche il ciclo di conferenze “Revolution rivisited”: da febbraio a giugno 2012 una serie di monografie, conferenze e dibattiti cercherà di fare il punto su quale sia il significato della Rivoluzione oggi, e soprattutto si porrà la domanda: ma i rivoluzionari di cento-centocinquant’anni fa, sarebbero soddisfatti di noi?
A questa domanda potremmo rispondere anche io o voi. Ci darebbero fuoco a tutti, i rivoluzionari d’epoca. Lascerebbero il Tacheles dov’è, riaprirebbero Club der Republik, Schokoladen ecc.., ballerebbero sulle rovine del palazzo e manderebbero ai lavori forzati gli eserciti di speculatori dell’immobiliare.
Questa però è una risposta semplicistica. Se volete saperne di più, ci si vede per una notte al cimitero.

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