C’erano una volta i libri d’artista, una mostra italiana alla galleria Gotland

Künstlerbücher aus Italien @Galerie Gotland

Künstlerbücher aus Italien

21-31 Marzo 2012

Galerie Gotland

Gotlandstrasse 5, 10439 Berlin

Galleria Gotland, Gotlandstrasse, Berlin Prenzalauer Berg. 21.3.12, una data palindroma per un inizio di primavera e una luna nuova che sorge su un tramonto rosa e oro. Ce n’era abbastanza per farci credere di essere piombati nel mezzo di una favola. E infatti..

C’era una volta un’insegnante di accademia che credeva che l’arte dovesse essere alla portata di tutti. Incoraggiava i suoi allievi a non rimanere confinati dentro le mura o dentro i muri della Scuola, ma a confrontarsi invece con lo sguardo del pubblico, piccolo o grande che fosse.

Lei si chiamava Anna Guillot, era un’italiana con un po’ di Francia nel sangue e una convinzione nella testa: che fosse giunta l’ora di (ri)avvicinare le arti alla Gente, estraendole dalle cornici di spocchia ed eclettismo in cui dottoroni ed artistoni con il naso all’insù avevano cercato di confinarla. Come artista e come docente Anna Guillot citava Wahrol e Benjamin e ripeteva con loro che l’arte deve influenzare la quotidianità delle persone, penetrare sotto la loro pelle e rendere più bella la loro vita.

L’arte si deve Vedere, Sentire, Toccare.

Ai suoi studenti Anna trasmetteva il valore della manualità come esperienza fondamentale per l’artista, ieri come oggi. E conduceva chi l’ascoltava a riflettere sull’inscindibilità di gesto e sensibilità: l’individualità dell’artista – la sua anima? – si riflette nel segno che egli decide di lasciare nel mondo, non solo quindi nelle tecniche e nei media prescelti, ma soprattutto nella unica, peculiare maniera di ognuno di elaborarli e restituirli al mondo. La manualità per Anna si espandeva ben oltre la mera capacità di riconoscere ed assemblare materiali; si agiva oggi sul mondo anche attraversando lo spazio virtuale, i nuovi media e gli oggetti digitali – che ritornavano dopo l’elaborazione ad essere oggetti analogici, palpabili, impregnati dell’etere nel quale avevano riposato mentre la mano abile li elaborava con Photoshop. O chi per esso.

Anna Guillot insegnava ‘installazioni multimediali’ e ‘decorazione’ all’accademia di Catania; ai suoi studenti propose nell’inverno 2011-12 una sfida stimolante: esporre a fine semestre le loro opere a Berlino. Il tema della classe, che era poi quello della mostra, era il Libro d’Artista. Anche lui però elaborato e interpretato in chiave anti-eclettica, ripulito dal mito del “pezzo unico” e assolutamente fattibile, toccabile, riproducibile. Il Libro affascinava Anna da sempre, lei stessa si era più volte cimentata come artista con questa forma d’espressione; nel libro spazio e tempo sono entrambi presenti e fondamentali, la dimensione oggettuale e quella della durata si attorcigliano e propongono un tessuto di significati, ordito dalle mani dell’artista e intrecciato da quelle dello spettatore.

Gli studenti di Anna ebbero piena libertà di scelta esecutiva: la loro manualità si doveva esprimere in quel che le era più affine. Solo, il prerequisito di ogni libro doveva essere la riproducibilità – l’opera doveva contenere dal principio la volontà e la possibilità di essere fruita. I risultati furono dei più disparati: per qualcuno degli studenti di Anna il libro è un rotolo di carta fotografica lungo OttO metri che racconta storie dal mondo di internet, e che si srotola e srotola uscendo dalla sua pesante copertina in alluminio disegnata dall’artista; per qualcun altro è una scatola che contiene un plico di cartoncini quadrati, stampati con immagini monocrome – alcune di loro riportano una parola, altre no. Ma tutte insieme raccontano una storia. Per altri il libro non deve avere una copertina, va proiettato dall’alto su una superficie orizzontale, mentre qualcuno preferisce raccogliere la sfida dell’accessibilità e stampare il suo oggetto su carta semplice, senza pretese, lasciando l’idea che l’ha generato quanto più nuda possibile. Non importava come l’avrebbero fatto o quale storia avrebbero deciso di raccontare; gli allievi di Anna Guillot dovevano innanzitutto iniziare ad emanciparsi dalle maglie della scuola e immergersi nel mondo come artisti – e gli artisti, per Anna, insegnano l’arte, che lo vogliano o no.

Non era frequente a quei tempi trovare un’insegnante che incoraggiasse così i più giovani. E chi la incontrava riceveva senza dubbio una spinta propositiva forte verso la realizzazione dei suoi progetti. Non è probabilmente un caso che fosse Alfredo a gestire la galleria di Berlino dove Anna espose i lavori della sua classe: qualche anno prima lui sedeva nei banchi di fronte a lei, e iniziava il suo percorso di artista e curatore che doveva condurlo verso Berlino.

Quella sera entrare nella galleria Gotland era un viaggio attraverso tante dimensioni; ognuna delle opere esposte risucchiava l’osservatore in un vortice di colori o di ombre che suggerivano delle storie, in una rete di progressioni in cui si alternavano colori decisi e sfumature accennate, luci e ombre, immagini e suoni, pixel e tipografie.

E da quella luna in poi il mondo divenne un posto pieno di cose belle e di splendidi libri, e tutti vissero per sempre felici e contenti.

Ok, quest’ultima me la sono inventata. Ma il resto è tutto vero, fino al 31 marzo.

[Questa storia è l’elaborazione della conversazione che abbiamo avuto il 21 marzo con Anna Guillot alla galleria Gotland durante il vernissage della mostra, e condensa le nostre domande e le sue risposte]

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