I fiori di Marzahn – passeggiata Ostalgica nei Giardini del Mondo

Christlicher Garten
Christlicher Garten

Berlino pare essere costruita su un intreccio di spazio e di tempo del tutto particolare, aggrovigliato ma discontinuo: ci sono posti a Berlino dove lo spazio si complica, si accumula, ci sono troppi luoghi, ci sono troppe forme, giustapposte, accatastate, apparentemente slegate l’una dall’altra (provate a girare su voi stessi nella piazza tra la Marienkirche e la Torre della Televisione), e posti invece dove pare non esserci proprio niente. Amor Vacui. Ci sono momenti a Berlino in cui tutto corre e si confonde, non solo il futuro pare essere già qui e ti sfreccia incontro più veloce di quanto vorresti, ma lo stesso presente si frantuma subito in centinaia di possibilità che si danno tutte fragorosamente nello stesso istante (effetto “venerdì sera”). Altre volte semplicemente non capita nulla (effetto “domenica mattina” noto anche come “gennaio senza fine e scopo”).

Ci sono zone di Berlino dove questo paradosso spazio-temporale si manifesta in modo quasi feroce: provate ad avventurarvi ad est, dove la capitale della Germania sveste i suoi panni istituzionali, dove la bella città che attira giovani scapestrati da tutto il mondo rimette la testa sulle spalle, dove speculazione, gentrificazione sono ancora nomi di malattie esotiche. Dove Berlino insomma mostra la sua ossatura essenziale, la struttura segreta sottesa a tutto il suo tempo, a tutto il suo spazio. Prendete ad esempio in un primo maggio di sole l’M6 e ritrovatevi, per esempio, a Marzahn.

Il nome evoca nei berlinesi del centro desolanti panorami socialisti, grandi parallelepipedi impilati nella pianura come un ciclopico tetris, crivellati da finestrelle quadrate, attraversati dalle rotaie del tram e della S-bahn (diretti chissà dove…ma prima o poi Berlino finirà e comincerà la Polonia, no?). Occasionali Imbiss dai nomi fiabeschi e gli sgabelli di cemento. Uomini e donne con la pettinatura uguale: corto avanti lungo dietro (le donne si riconoscono per la doppia colorazione: nero sotto, biondo sopra con qualche variante biondo/rosso sugo, biondo/fuchsia). Parlano un tedesco duro. E guardano gli “stranieri” di sottecchi. Forse perché hanno paura di essere malgiudicati visto che i berlinesi del centro mormorano che nelle periferie orientali ci siano tanti brutti ceffi, per non dire gruppuscoli neo – nazisti. Noi invece guardiamo Marzahn con occhi spalancati perché qui il tempo e lo spazio di Berlino sembrano giocare a strattonarsi l’uno con l’altro: i Plattenbau vengono chirurgicamente demoliti (o rinnovati?), mentre in mezzo al nulla sorge un centro commerciale scintillante che potrebbe benissimo essere in Nevada o Sesto San Giovanni. Le signore con la messa in piega socialista bevono coca cola ma addentano ketwurst nel solleone. Accanto all’Imbiss un negozio di piercing e tatuaggi (è strano: tutti qui si pettinano allo stesso modo da decenni, ma nessuno rinuncia all’anello sul labbro o al tatuaggio da guerriero maori che spunta dai pantaloni capri a vita bassa, portati – stupisce ancora qualcuno? – col sandalo e il calzino). Improvvisamente un mulino a vento, giuro. La Berlino che conoscevamo si diluisce, ne rimangono i residui architettonici. Il tempo del centro si allontana e ci immergiamo in un mondo dove la DDR è sicuramente finita eppure permane ovunque. Come quelle macchie che ci facevamo da piccoli e che la mamma diceva “questa adesso non va più via”.

E poi di nuovo l’improbabile: tra le casette tipo “lego” spuntano i Giardini del Mondo. Non sono una sorpresa, perché se ci siamo spinti in questo primo maggio infuocato fino a qui è proprio perché sapevamo che a Marzahn c’è un bellissimo parco. Ma oltre il cancello (l’ingresso si paga 3 euro) di nuovo spazio e tempo giocano a confonderci: se fino a qualche minuto prima ci pareva di essere diretti in Polonia, ora ci ritroviamo sbattuti in giardini koreani o giapponesi. Sbattuti è la parola giusta perché nei giardini (ricostruiti con cura da eminenze importate direttamente dal paese originario) si cammina in fila, non si torna indietro, non si scavalca la transenna, non si beve, non si mangia, non si fuma e se sgarri una guardia dell’est ti abbaia contro sollevando l’attenzione generale sulla tua mancanza. Effetto Gardaland infernale, non vedi l’ora di “tornare” alla tua Berlino. Poi però si riapre la meraviglia: grandi prati verdissimi dove mani sapienti hanno distribuito papaveri e ranuncoli per il ballo delle fate, boschetti di salici e betulle, un laghetto, bambini biondi che giocano come nell’Eden (ma solo nelle aree dove i bambini possono giocare, il rigore socialista ha i suoi lati positivi). Una sorpresa anche il “giardino cristiano” con il suo hortus conclusus circondato da un bellissimo “pergolato parlante” che invece di imitare finalmente suggerisce ed inspira. E il labirinto all’inglese, dove, sembra impossibile, ci si può davvero perdere. Nella serra balinese (sconsigliata a chi soffre l’umidità) ci rapiscono le orchidee e il profumo di frangipani. Ma come da copione l’uscita porta direttamente ai cessi e al baracchino delle salsicce. Nei Giardini del Mondo l’incanto è sempre lacerato: c’è sempre qualcosa o qualcuno che ti riporta alla realtà, ti rimette con i piedi per terra (sarà uno strascico dello spazio/tempo Ost-Berlin?). Ad esempio i solerti “concittadini” che sorvegliano sulla tua condotta (come se non bastassero le guardie). Si avvicinano quatti quatti per vedere se ti stai comportando secondo regolamento, ti scrutano dall’alto, soppesano per qualche lungo, imbarazzante minuto la situazione e se finalmente trovano qualcosa da ridire allora concludono trionfanti il loro esame lapidandoti con solidale spirito patriottico. Grazie “compagno” per avermi fatto capire che sarebbe meglio fare come pensi tu, grazie davvero, ora puoi dirmi dove c’è un posto in questo sterminato parco dove posso vivere come voglio io senza essere scrutato, giudicato e sempre e comunque, nel bene o nel male, nel giusto o nel torto rimproverato?

Anche se, ammettiamolo, fanno quasi tenerezza. Sospesi nel loro tempo che per noi è alieno quasi quanto i fiori di Bali. Questi fiori di Marzahn possono crescere solo qui, dove il passato è rimasto incastrato tra i condomini piatti, e lo spazio è stato lavato furiosamente dalla Wende. Qui è rimasta una Berlino che parla con accento slavo, che se ne frega di essere trendy o hipster, che pratica il nudismo in città con disinvoltura, che non griglia o accumula vuoti di birra come se non ci fosse più un domani, e che al calare del tramonto torna compostamente a casa, per cenare e poi dormire. Lasciando i Giardini del Mondo ci sovviene solo per un attimo che il Primo Maggio era la festa di questo mondo ordinato e sorvegliato. E diventiamo un po’ più accondiscendenti persino con la burbera autista del bus: lei che è chiaramente un fiore di Marzahn costretta a lavorare il giorno della festa e a scorrazzare scapestrati italiani che, chissà come, sono riusciti a scappare dal loro giardino.

Die Gärten der Welt – Berlin Marzahn – da Alexanderplatz S7 o M6 fino a Marzahn (Promenade) e da lì autobus 195 (in tutto 35/40 min.)

2 thoughts on “I fiori di Marzahn – passeggiata Ostalgica nei Giardini del Mondo

  1. Bello sto racconto..Sto leggendo vari blog su Berlino, tra cui il vostro,affascinante.. sono stata a Berlino nel ’93,’94,’95 tanti ricordi tante foto di una Berlino che sta svanendo ma che tutti voi ancora mi fate rievocare,nelle vostre abitudini,antichi echi.. e richiami..proprio nostalgia!

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