Gli spettri del nove maggio

Il nove maggio è l’ora zero a Berlino, è il giorno che i tedeschi non amano ricordare perché incarna la sconfitta e la vergogna collettiva di un popolo. E’ il giorno della morte del terzo Reich e della non rinascita della democrazia, è il giorno dal quale ci si poteva aspettare il ritorno alla vita e si rimase invece invischiati nella cancrena.

Per qualcuno è anche il giorno della vittoria, è chiaro. Ché la guerra si fa sempre in due, e dove l’uno perde e giace agonizzante sulla terra bruciata, l’altro esulta e improvvisa una danza della vittoria macabra e impietosa. Lo hanno fatto i russi il 9 maggio del ’45, danzando su cadaveri tedeschi, lo ha fatto ogni vincitore sulle spoglie del suo nemico.

Il nove maggio è anche il giorno che nel 1976 Ulrike Meinhof scelse per togliersi la vita, per smettere infine i panni della rivoluzionaria e detenuta politica e liberarsi per sempre del peso “estremamente gravoso” di cui la vita l’aveva caricata. Meinhof era nata nel 1934; aveva imparato a camminare e pensare nel mondo bianco rosso e nero che Hitler & co. stavano costruendo intorno a lei, aveva trascorso l’infanzia sotto le bombe ed era diventata giornalista nel Paese che avrebbe dovuto ricomporre i cocci della passata Germania.

Come si rifà un Paese che si è inflitto l’ora Zero? Le risposte si sprecano, utopiche e “reali”. Verrebbe da pensare che esorcizzare il Male sia possibile solo estirpando le radici del male stesso; ma estirpatelo voi, il Nazismo dalla testa dei cittadini del Terzo Reich. Allora o ricominci a comandarli a bacchetta – e a impedir loro di guardare fuori – o incastri le istituzioni democratiche tra i cocci di quella forma mentis.

Quando nel 1968 la Germania ovest approvò le leggi d’emergenza, sembrò a molti tedeschi che le istituzioni avessero assorbito gli stessi cocci che dovevano frantumare, e lo Stato invadente deve aver regalato un paio di brutti dejà vú a più di qualcuno.

Quell’anno Ulrike Meinhof si era trasferita a Berlino, per allontanarsi da un marito fedifrago e avvicinarsi all’isola Berlin(West). Che era infuocata dalla rivolta studentesca e paralizzata dalla politica, isolotto anomalo nel cuore dell’altra Germania, concentrato di outsiders di ogni provenienza – e degli outsider per eccellenza dell’Apo, l’opposizione extraparlamentare.

Vedere Rudi Dutschke gesticolare dai pulpiti come un novello Karl Liebknecht deve essere stato esaltante ed anacronistico, un’immagine grandiosa per Ulrike Meinhof – il fantasma di una alternativa concreta e la possibilità di una resistenza vera. Finché un qualcuno non sparò tre colpi addosso a Dutschke. Una persona qualunque – potenzialmente chiunque: la pubblica opinione che si è fatta proiettile e ha agito con le mani e la pistola di un ragazzo x un po’ disturbato, politicizzato a destra e ossessionato dalla figura di Dutschke – onnipresente nei media di quegli anni. La propaganda che si ripresenta invadente e inghiotte ogni cosa, la necessità di uscire dal un mondo per contrastarlo.

Di lì a saltare il passo è breve, o almeno lo fu per la giornalista Meinhof che diventò la guerrigliera Meinhof. Lei saltò letteralmente, da una finestra di Berlino Ovest, unendosi nella fuga ai membri della futura RAF, e scomparve dalle maglie del sistema. Ribadì la sua scelta qualche giorno dopo scrivendo: “Diciamo naturalmente, gli sbirri sono maiali. Diciamo che il tipo in uniforme è un maiale, non un uomo. È come tale che dobbiamo rapportarci a lui. Ciò significa che non dobbiamo parlargli, e che è sbagliato in assoluto parlare con questa gente. E naturalmente è concesso sparare”.

L’azione della RAF tirò fuori tutta la volontà di controllo della Germania; il militarismo appena mimetizzato sotto i bagliori della società civile si dispiega e si manifesta nelle più grandi operazioni di polizia del Dopoguerra. Ve l’ho detto che eravate fascisti. Ulrike Meinhof e i suoi contemporanei non riuscirono a vedere la differenza tra la Germania Ovest e la Germania nazista. Lei visse la sua prigionia come il compimento della profezia sua e della RAF. E poi si impiccò, almeno così tramanda la Storia, alla finestra della sua cella, donando alla Germania un nuovo cadavere del nove maggio.

2 thoughts on “Gli spettri del nove maggio

  1. Interessante articolo. Paradossalmente parlare di Ulrike Meinhof proprio ora che la Germania è tornata ad essere il centro del capitalismo mondiale… ha un valore simbolico ancor più forte. In Italia se ne è sempre saputo poco, presi come eravamo dai nostri anni di piombo, ma quel poco che trapelava narrava di un probabile omicidio di stato e di una macchia scura sulla neodemocrazia tedesca.

    1. Già, sia la morte di Ulrike Meinhof che la successiva “Notte di Stammheim” furono e rimangono avvolte nel mistero. Quelle persone sono sparite o state fatte sparire. Le loro idee hanno circolato ancora per un po’ e si sono arrese solo alla fine degli anni Novanta all’evidenza di un mondo nel quale per loro non c’era posto. Di quegli anni si parla certo troppo poco, sia in Italia che in Germania – il problema dei presupposti della democrazia rimane il nervo scoperto di ogni Paese “democratico”, e credo valga la pena di continuare a parlarne. Grazie per commentare!

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