BER chi suona l’allarme antincendio?

“Che cos’hanno in comune il pinguino e l’aeroporto di Berlino? Nessuno dei due può volare” – da: pingumania.wordpress.com

Doveva essere tagliato domani il nastro d’inaugurazione del nuovo aeroporto Berlino Brandeburgo. Doveva in realtà essere tagliato lo scorso autunno, ma poi tra mille imbarazzi e conferenze stampa che facevano acqua da tutte le parti l’apertura fu posticipata alla tarda primavera, alla nostra festa della repubblica, alla notte tra oggi e domani.

E tutti a pensare: ma che succede a questi tedeschi? Non erano i prussiani precisini che per rispettare una scadenza sacrificherebbero ciò che hanno di più caro? Non siamo qui nella terra della previdenza, del lavoro meticoloso e dell’infallibile efficienza?

E poi subito a giustificarli (e loro ad autogiustificarsi con gli stessi argomenti): è uno dei progetti più grandi del mondo, qualche mese di ritardo è comprensibile se si considerano le dimensioni e le ambizioni del progetto su larga scala ecc..

Il primo progetto per un aeroporto unico a Berlino in realtà è vecchio di vent’anni; la giovanissima Berlino riunita, appena superata – per il rotto della cuffia – quella votazione parlamentare che la vide ridiventare capitale, si impegnò subito a rendersi contemporanea e internazionale, se possibile intercontinentale, desiderò ardentemente di “diventare Germania” [una delle frasi preferite dai tedeschi per descrivere Berlino è che essa “non è Germania”], di diventare una Capitale degna di tale nome, una città adulta e tutta d’un pezzo. Si iniziò a correre verso la dimensione metropolitana e cosmopolita, ma poche erano le risorse economiche per concorrere con le sorelle maggiori Frankfurt e München. Tronfie dei loro bilanci attivi minacciavano costantemente l’autorità della Capitale, la quale tutto sommato faceva solo politica, e quella – ormai è chiaro – senza i mercati può anche fare i bagagli.

Come molti dei progetti urbanistici della Berlino anni Novanta anche il progetto aeroporto era carico di valenze simboliche e speranze di gloria, sogni di un futuro radioso e condizioni squisitamente pratiche da soddisfare. Tanta tanta carne al fuoco. Non era solo questione di evitare che qualche cittadina rintronata si ritrovasse alle sette del mattino nell’aeroporto sbagliato e fosse costretta a perdere l’aereo o spendere 70 euro di Taxi per raggiungere l’altro. I due aeroporti ancora funzionanti (il terzo chiuse tre anni fa) lavorano al momento oltre il limite delle loro capacità; sono strutture piccole e antiche, che non possono reggere il flusso di passeggeri – per la maggior parte turisti, che dal 2006 hanno scoperto che esiste Berlino e che è anche relativamente economica, e le cui orde diventano ogni giorno più numerose.

Si trattava quindi di costruire una porta magnifica al cielo sopra Metropolis, che fugasse ogni dubbio sulla sua autorità di capitale e accogliesse in maniera prussianamente ordinata i milioni di esseri umani che lo solcano ogni anno.

Erano già venduti milioni di biglietti con destinazione BER, erano già distribuiti per tutta la città i cartelloni celebrativi per la gigante inaugurazione del tre giugno, erano già affittate e pronti a partire le centinaia di negozi e bar che rifocilleranno i passeggeri di Berlino.

E poi – tre settimane prima della data fatidica – la figuraccia. Il sistema antincendio non è pronto, e non lo sarà per i prossimi dieci mesi. Teste che rotolano (e sostituirle è un problema che si somma al problema), il sindaco in pieno imbarazzo e la sua poltrona che trema sotto i colpi di chi lo vuole dimissionario, il land Berlino che non sa che pesci pigliare o che risorse sfruttare, la Merkel incazzata come un’ape. AirBerlin che manda comunicazioni al vetriolo e i passeggeri impanicati che intasano i centralini delle compagnie aeree, che dovranno nei prossimi dieci mesi smistare un traffico da fine del Mondo con le strutture obsolete di un mondo tramontato.

E i berlinesi? Delusi di sicuro, un tale danno all’immagine della città e alle sue finanze (stimati sono 15 milioni di euro di costi per ogni mese di ritardo, fate un po’ i conti) non può che far storcere i nasi più prussiani. Tra la sbahn che non ne imbrocca una e la situazione aeroporto staranno in molti contemplando di comprare un’automobile.

Ma c’è anche un altro sentimento che aleggia a Berlino, che pochi dichiarano esplicitamente ma che è palpabile tra coloro che qui cercavano anni fa una città atipica e fuori dagli schemi delle metropoli tradizionali; un senso di sollievo o un sorriso beffardo, il sentimento che questi prossimi dieci mesi siano regalati – anzi venduti a caro prezzo – alla tranquillità di Berlino, al suo sacrosanto provincialismo, alla sua dimensione d’isolotto in un mare di boschi. Un ritardo che compra tempo prezioso per continuare a vivere un po’ alla buona e un po’ isolati, in una città lenta dove per andare all’aeroporto si prende il bus, perché la metro non ci arriva. Quando le cateratte di BER si apriranno addio dimensione paesino, Berlino diventerà adulta e i suoi abitanti dovranno crescere con lei. E forse non ne hanno tutti poi così tanta voglia, primi tra tutti gli oppositori del movimento contro l’autorizzazione ai voli notturni.

E l’Europa? L’Europa ride sotto i baffi, schiaffoni alla Merkel e in barba alle sue prediche sull’efficienza e il rispetto delle scadenze. E l’Italia? L’Italia ha altro a cui pensare, con le sue parate spreco e mezza Emilia in macerie; ed è solo coincidenza che le due date dei ritardi coincidano con due delle nostre feste nazionali – 2/3 giugno e la nuova: 17 marzo. Certo chi ha stabilito questa data pensava più probabilmente a San Patrick che all’unità d’Italia – ché non si sa mai, se si rimanda ancora almeno si va a sbronzarsi.

Ma non può non trapelare una sorta di italianissima Schadenfreude – la parola se la sono addirittura inventata da sé, e a noi tocca mutuarla. Perfino il serioso Sole 24 ore ride sotto i baffi. E considera i ritardi di BER degni di “alcuni progetti infrastrutturali italiani”. Magra consolazione. Ma magari i tedeschi ora ci saranno un po’ più simpatici.

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