Ma Charlie non controlla più?

Spero non ci sia cascato nessuno di voi nella fola (sola?) berlinese di Charlie, quella per cui il faccino biondino slavato in divisa americana che ci guarda all’ex-checkpoint sarebbe il volto del succitato “Charlie soldato alleato”, l’ultimo uomo a lasciare il suo posto di controllo al Muro di Berlino. Dove sia nata questa leggenda metropolitana non lo so, ma non faccio fatica a immaginarmi la faccia della sventata guida turistica che nel 1998 (il Muro era caduto da un pezzo e il Checkpoint sparito in blocco da anni) vide spuntare all’improvviso quel cartello luminoso in mezzo a Friedrichstrasse. Lui/lei aveva già il suo discorsetto pronto, il Muro che crolla quasi per caso e poi rapidamente sparisce, e chi lo vuole vedere più? Berlino crivellata di buchi, vuoti che raccontano la storia più del pieno, e invece ecco che l’amministrazione berlinese si/ci fa un regalo e piazza ad ogni ex-checkpoint un segno d’artista (ce ne sono a tutti gli altri 8 checkpoint cittadini). In questo caso un ritratto fotografico montato in un light-box firmato dal tedesco Frank Thiel. Beh, cosa poteva fare il tapino, sottoposto alla gragnola delle domande dei suoi clienti “Cos’è? Chi è? È Hitler? È Kennedy? È Federico II? Perché è lì? Ma è a Berlino Est o a Berlino Ovest?” e soprattutto la temutissima “Ma cosa vuole dire?”, se non rispondere (romantico e po’ criminale) “Beh, signori, quello è Charlie”. E allora quello dietro chi è? Ivan? Piotr? Aleksej? Perché il ritratto sospeso in mezzo alla via è in realtà double-face, e a sorvegliare il lato Ovest c’è un altro biondino slavato in divisa russa (come sono smarriti e poco intimidatori questi due soldati ragazzini che dovrebbero ricordarci l’opposizione tra i Blocchi, lo stallo di Friedrichstrasse, la divisione della città!). E da lì in poi la sciagurata risposta improvvisata, ripetuta di bocca in bocca, farsi verità. Danni da guida turistica (ma comprendetela, Berlino confonde tutti, anche chi la conosce bene) che però non si discostano molto dai modi con cui l’umanità costruisce normalmente le sue verità. Di fatto l’opera – “Untitel” – è messa lì a segnare un luogo / non-luogo dove si è fatta la storia. L’artista (romantico e furbissimo) non ha voluto “segnare un significato” ma piuttosto sollevare un enigma, un gioco di interpretazioni a rincorrersi, non da ultima la competizione tra il suo light-box, denso di Storia e politica, e tutte le altre luminarie cittadine, soprattutto quelle pubblicitarie, con cui la narrazione urbana deve fare i conti stagione dopo stagione. Doveva essere anche un po’ veggente quel Frank Thiel quando si chiese quanto avrebbe resistito il senso storico-politico dei luoghi dinanzi alla semantizzazione tarantolata in cui vive l’uomo moderno, costretto a riconsiderare il senso del suo spazio vitale come neanche l’orlo dei suoi calzoni (a proposito: quest’anno a Berlino si continua ad avere “l’acqua in casa”). E Checkpoint Charlie di significati ne ha presi, ma soprattutto persi parecchi. Specie quando nell’area dove un tempo correva la Striscia della Morte si sono sollevati grandi teloni pubblicitari, vuoi della Sony, vuoi di H&M, che a suon di tette e culi photoshoppati e un po’ di high-tech a buon mercato hanno fatto dimenticare la guerra fredda. Per non parlare di quando il Senato di Berlino ha messo all’asta i terreni lasciati vuoti dallo smantellamento del checkpoint e qualche anno fa l’acquirente (poco romantico e molto criminale) ha ben pensato di trasformare la Striscia in spiaggia urbana, con tanto di sabbia importata, sdraio e capanna di foglie di palma dove scodellano mojito e servono birra ghiacciata. Checkpoint Charlie Beach, proprio dove una trentina di anni fa si sparava e si uccideva (ad esempio si sparava a  Peter Fechter, non sarà che gli hanno intitolato un cocktail in memoriam lì dentro?).

Grazie al cielo restavano sulla strada i pannelli informativi, che con belle fotografie cercavano di riassumere la storia di Berlino e segnalare perché quell’incrocio è così importante. Giusto per dare uno scopo alle frotte di turisti che vi si accalcano nei giorni d’estate fotografando ossessivamente l’aria. Oppure, peggio, i due piantoni fittizi che davanti all’altrettanto fittizia baracca militare americana vi chiedono due euro a scatto. Chissà quanto tempo impiegheranno ad arrivare lì anche Darth Vader e Topolino (per ora si limitano a battere la Porta di Brandeburgo). Ritratto di turista babbeo con Cip e Ciop al Punto di Controllo C.

Punto di controllo C? C come Charlie, C soprattutto e semplicemente come terza lettera dell’alfabeto. A segnare sulle mappe dei settori controllati dagli alleati atlantici il terzo checkpoint che ogni soldato avrebbe dovuto attraversare per andare dalla Germania Ovest a Berlino Est. Prima di Charlie ci sono Alpha (sul confine tra le due Germanie) e Bravo (sul confine tra la Germania Est e Berlino Ovest) e per fortuna si sono fermati lì, altrimenti avremmo avuto anche checkpoint Whiskey e checkpoint Zulu. Pattugliati da soldati americani, e dall’altro lato ri-pattugliati (come molta più attenzione, per non dire chirurgico accanimento) dalla polizia di confine della DDR. Dovevano stare attenti che nessuno germe fascista – capitalista penetrasse nella loro Repubblica, ma soprattutto che nessun bravo DDR Bürger capitasse per caso dal lato sbagliato del mondo. In tal caso l’errore si riparava alla svelta con un bel colpo di fucile.

Ora, quelle foto in bianco e nero salvavano il malcapitato che credeva di essere arrivato in un luogo denso di storia e invece si vedeva attanagliato da masse confuse, guide (sempre loro) chioccianti e disperate, venditori ambulanti di memorabilia sovietici made in China, hostess del Museo del Currywurst e polizia fasulla che ti controlla i documenti o ti perquisisce solo se la paghi (se non è genio questo!)

Invece da qualche mese l’acquirente di Checkpoint Charlie (un gruppo immobiliare irlandese, ma correggetemi se sbaglio) ha ben pensato di levare i tabelloni informativi, le foto in bianco e nero, le mappe e  installare nella Striscia tanti bei baracchini d’alluminio, foggiati a somiglianza del checkpoint originale dove il turista che cercava la storia può trovare il Kebab, la salsiccia, le unte patatine, e l’indispensabile Bubble-Tea (fortunati coloro che ancora non sanno cosa è).

A questo punto sarebbe stato bello che Charlie esistesse davvero. In modo che Charlie, già avvilito e un po’ dimenticato, potesse sollevarsi con sdegno dinanzi a questo ennesimo abuso del suo nome e della sua immagine e insieme al suo collega Piotr scendesse un bel giorno in Friedrichstrasse a scacciare i venditori di snack (a calci in culo quelli di Bubble-Tea, non chiedetemi perché). Una scena tipo “Gesù nel Tempio” resa ancora più indimenticabile dalle divise dei due ex-nemici, armati stavolta di spirito di decenza. Storica. Forse che quel pezzo di storia lì, quella del Muro, dei controlli, della guerra fredda è un pezzo di storia così giovane da essere considerata minore (e per questo meno importante) di quell’altro pezzo di storia (quella dei campi e delle croci uncinate)? Chissà se il Senato di Berlino avrebbe tollerato con altrettanta facilità la costruzione, che ne so, di bel campo di bocce a Topografia del Terrore? Ma in fondo siamo in un paese dove c’è gente che apre una birreria e la chiama “Sachsenhausen”. E se posso capire l’ignoranza (ma basterebbe cercare su google no?), non posso tollerare chi – sapendo –  lascia correre. Perché poi le sviste ripetute si fanno normalità. E la normalità chi ha il coraggio di cambiarla più? Gli “scemi”, i “criminali”?

Povero “Charlie” però, che non può abbassare neppure lo sguardo e deve subire le masse che trincano Bubble-Tea, fotografano il niente e non si chiedono neppure più perché li abbiano portati lì. E beato Piotr, il soldatino russo, che credeva di essere condannato a pattugliare per sempre il lato meno chic della via e che invece allo scempio darà per sempre le spalle.

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3 thoughts on “Ma Charlie non controlla più?

  1. Oggi come oggi le casupole di bubbletea, kebab e patatine risultano vuote, abbandonate. Che Charlie sia riuscito a farsi rispettare?
    Resiste, con tenacia made in DDR?, una signora tedesca che su un bel grill fatto in casa offre bratwurst ai passanti. Per lo meno ora il profumo del Checkapoint sa di Berlino. (non se ne vanno invece quelli di Checkpoint Charlie Beach, andiamo a prendere il sole nella striscia della morte…bell’idea:(

  2. Un bel testo, davvero! Un ottimo riassunto storico-culturale degli ultimi anni, e non solo, a Berlino… E l’antipatia per il Bubbletea mi trova concorde! Tanto che mi sembra di leggere una favola benjaminiana, in questo post! Respekt! 🙂

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