Il tempo della pura scultura/il tempo della pittura pura: Anthony McCall “Five Minutes of Pure Sculpture” e Qiu Shihua “White Fields”, Hamburger Bahnhof, Berlin

La purezza innata è una grazia che appartiene solo al divino, o a chi dal divino è stato sfiorato: per cui agli unicorni, agli agnelli (se sono sacrificali) e, per chi ci crede, alla fanciulla scelta dal Signore. A noi altri semplici mortali la purezza ci tocca invece faticarla. La purezza arriva solo alla fine di un processo di pulizia, sacrificio, sottrazione. Ci vuole pazienza per essere puri. Ci vuole concentrazione. Ci vuole coraggio. Tanto tempo.

Purezza, tempo e processo sono i tratti in comune di due mostre che apparentemente non potrebbero essere più dissimili, ma che se non altro trovate vicine vicine, nella splendida Hamburger Bahnhof – Museo per il Contemporaneo – di Berlino ancora per pochissimo, fino alla prima settimana di agosto (e qui mi scuso con il nostro lettore che preferirebbe magari essere aggiornato tempestivamente sulle cose interessanti e belle che accadono a Berlino, ma, ahimè, lo scrittore vive nel dilemma continuo di come spendere il proprio tempo: frequentando cose belle e interessanti o scrivendo di cose belle e interessanti. Siccome poi a noi le cose piace provarle prima di consigliarle il lettore avrà un po’ di comprensione e ci scuserà se a volte le cose belle e interessanti possiamo raccontarle solo verso la fine). Si tratta di Five Minutes of Pure Sculpture (“Cinque minuti di pura scultura”) di Anthony McCall e di White Fields (“Bianche Distese”) di Qiu Shihua. La prima un’istallazione site specific di un artista inglese, costruita in una camera nera appositamente montata nella hall principale del museo, la seconda una esposizione di oli ed acquarelli di un artista cinese, candidissima.

In Five Minutes of Pure Sculpture l’artista convoca fin dal titolo tempo e purezza a co-partecipare alla costruzione della sua opera. Il tempo (solo cinque minuti? No, ne vorrete certo spendere molto di più, è che l’artista fa il finto modesto) è il vostro, il tempo che utilizzerete per sperimentare la vostra presenza all’interno dell’opera. La purezza è quella di un lavoro (scultoreo?) che ricerca l’essenza assoluta, fino alla spoliazione estrema: l’assenza della materia. E che scultura è, mi direte, se non c’è materia? Ora, dovete sapere che McCall non è affatto uno scultore, ma un artista visivo che fino dagli anni ottanta ha lavorato nel campo del cinema sperimentale. Poi vent’anni di silenzio, fino a che le nuove tecnologie digitali lo hanno spinto, agli inizi degli anni 2000, a riprendere la sperimentazione lavorando non più sul rapporto tra la fonte luminosa e la superficie proiettata, bensì su tutto lo spazio in mezzo. Quasi giocando sul paradosso fisico “la luce: onda o particella?” McCall decide di regalare materialità alla luce che attraversa – solo apparentemente invisibile – lo sala di proiezione vaporizzando una sospensione acquea. Ed ecco: lo spazio non è più vuoto, ma plasmato architettonicamente dai fasci luminosi, impercettibilmente mobili, sospesi, come lastre di nuvola. Ribaltando le convenzioni della sala cinematografica McCall colloca il proiettore a dieci metri di altezza e sceglie di proiettare sul pavimento anziché sul muro: nell’oscurità densa si costruisce così una cattedrale di luce e tenebra in cui lo spettatore è chiamato a muoversi. Attraversando letteralmente la costruzione e sperimentando il limite sottile tra ciò che è scultura e ciò che non lo è più: un esserci/non esserci che ridisegna continuamente lo spazio, spostando il confine tra materia e vuoto, mettendo in dialogo la bidimensionalità della proiezione con la tridimensionalità dei fasci di luce, ma soprattutto invitando l’osservatore a partecipare a questo processo di costruzione: dando significato, con il suo esserci, a ciò che quasi non c’è.

White Fields è all’opposto il risultato di quarant’anni di ricerca pittorica che prende le mosse dalla pittura tradizionale cinese shan shui (montagna acqua) e approda alla costruzione di paesaggi candidi di stupefacente equilibrio compositivo. Apparentemente le tele sono semplici, monocrome, bianche. Ma basta muoversi davanti per scorgere il tocco delicatissimo del pittore che con una incipriatura di colore evoca senza fallo la presenza di boschi e valli nebbiose, panorami lacustri o montani. Lo studio sapiente del rapporto tra pieno e vuoto, statico e fluido, yin e yang (mi pare chiaro) permette a Qiu Shihua di costruire la sua pittura purissima sulla tensione della presenza / assenza. Unendo alla tradizione pittorica cinese la comprensione del ruolo dello spettatore nel momento in cui deve interfacciarsi con gli elementi minimi, basic, dell’opera d’arte. Di nuovo il tempo e il processo entrano a fare parte della costruzione dell’opera: ci vuole tempo, concentrazione per vedere apparire sulla tela i paesaggi di Qiu Shihua, ci vuole movimento per vederli poi sparire, affondando in un candore a-segnico e poi di nuovo, come fata di neve, riprendere forma e profondità. Pittura che gioca col tempo e ci chiede sospensione, meditazione forse, di nuovo il coraggio di restare sul confine tra ciò che è e ciò che quasi non è.

Le due mostre hanno poi un altro tratto in comune: l’impossibilità di fornire una immagine degna che possa raccontarle. Non ci sono foto che possono farvi capire la bellezza e il senso dei due lavori. E in questo forse sia McCall sia Qiu Shihua hanno ritrovato la purezza dell’opera d’arte che rifugge a ogni riproduzione tecnica, scoprendo che l’aura (come la chiamava Benjamin) non è irrevocabilmente defunta, ma semplicemente va faticosamente ricercata. L’aura – come la purezza  –  non è una grazia ma una conquista. A meno che non siate unicorni.

2 thoughts on “Il tempo della pura scultura/il tempo della pittura pura: Anthony McCall “Five Minutes of Pure Sculpture” e Qiu Shihua “White Fields”, Hamburger Bahnhof, Berlin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *