Berlin Mitte e l’arte in scatola. Schluss, jetzt wird Kunst gemacht!

Arte e Berlino, il binomio che da almeno ventitré anni ha attratto verso la capitale tedesca milioni di artisti, curatori, appassionati, curiosi, critici, sperimentatori.
Lo spazio non mancava negli anni Novanta, come non mancava la voglia di rinnovarsi di una città che, come una bella devastata e addormentata, si era svegliata al bacio della politica internazionale che aveva deciso che la Guerra fredda era finita.
“Un parcogiochi per artisti dalle possibilità infinite”, ricordavano un anno fa la curatirce e la pr e gli artisti del Tacheles [che, per chi ancora non fosse stato raggiunto dalla notizia, vede definitivamente finire la sua storia in queste settimane] che abbiamo intervistato. Una combinazione ideale di possibilità concrete uniche al mondo – una città vuota e quasi priva d’infrastruttura, scomoda, fredda e oscura, da reinventare e ridefinire, per un attimo sublime davvero in mano ai suoi abitanti – persone giovani nel corpo o nell’anima che intendevano l’arte come espressione del sé e dello spirito del loro tempo, le cui creazioni non erano intese per il palato e il portafoglio di galleristi commerciali, ma per sé e per la città stessa, dalla quale lo spirito creativo che li animava era inscindibile. Un’arte rozza e, politicizzata o apolitica, comunque senza mezzi termini, un’arte utile per la comprensione del mondo che l’aveva generata. Famosa ed in questo senso emblematica rimane l’installazione del 1994 al Tacheles di un aereo militare russo, trasportato nottetempo attraverso la desolata Berlino da una base poco lontana. Immaginatevelo oggi, un aereo che sfila per le strade di Mitte davanti a increduli turisti ed espressioni annoiate di hipsters dagli occhiali finti, che da dietro il loro macbook direbbero whatthefuck, a plane!, lo fotograferebbero con il loro iphone per postarlo e twitterarlo a catena, salvo tornare dieci minuti dopo a sorseggiare il loro latte macchiato senza battere ciglio. Né chiedersi chi e cosa abbia portato un aereo nel centro di una città.

Una velocità simile a quella della circolazione dell’informazione sembra che stia investendo tutto a Berlino. La velocità nell’arte – di creazione, esposizione, compravendita – sta diventando sbrigatività. E l’investitura non è quella da cavaliere templare, ma un passar sopra con il trattore e fare la retromarcia.
Dov’è finita l’arte a Berlino? Qual è oggi l’arte di Berlino? Ignoriamo qui i musei statali e regionali, le cui politiche curatoriali sono naturalmente legate a doppio fino al Municipio e al Parlamento. Come deve essere, visto che sono musei statali e regionali. Ignoro qui anche l’arte non plastica, dello status attuale della quale mi riservo di lamentarmi diffusamente più avanti, perché forse anche i clubs di Berlino stanno forse per fare la fine del Tacheles. Aprite una qualunque guida di carta e vi dirà che l’arte non istituzionale oggi va cercata in Augustrstrasse e Linienstrasse, Berlin Mitte. Proprio sul suolo che fu calpestato dagli avanguardisti degli anni Novanta. E voi magari andate lì sperando di trovarne ancora, di questi avanguardisti, o almeno di percepire sulla città i segni del loro passaggio.
Invece no. Troverete una città pulita e quasi asettica, che nulla ha da spartire con quella di vent’anni fa. I luoghi che gli artisti avevano scelto per sé, lo spazio di cui l’arte ha bisogno per non soffocare, beh, a un certo punto, quando Berlino ha ottenuto strade agevoli, infrastrutture comode e posti letto a sufficienza, quegli spazi hanno iniziato a fare gola a molti. E quei molti avevano spesso molto denaro, e quegli spazi sono spariti uno a uno in una nuvola di fumo dalla quale sono riemersi truccati e pettinati, rassettati e pronti ad essere presentati al pubblico per bene. Con loro sono svanite le persone che ci vivevano e lavoravano. Non sto insinuando che le gallerie della Augustratrasse e Linienstrasse e affinistrasse non espongano a volte opere d’arte di pregio – su questo blog abbiamo recensito più d’una volta queste mostre e continueremo a farlo, o che il mercato dell’arte non abbia diritto e dovere di trovare il suo posto nelle città. Ci mancherebbe. E’ un percorso diverso, semplicemente, quello dell’arte di pregio finita lì perché l’artista o il suo manager hanno le connessioni giuste, arte che viene esposta lì per essere venduta e quindi per piacere ai compratori, da quello dell’arte vista nelle officine dove viene creata, dalla possibilità di vedere degli artisti all’opera nel loro habitat e percepire come l’anima della città sia inscindibile dal processo creativo che porta poi all’esposizione di pezzi di pregio. Il processo creativo, il creativo stesso, a Berlin Mitte non ci sono (quasi) più. Andati, spazzati via, la ruota denaro ha decretato il loro esilio.
Dove sono finiti? Proverò a darvi qualche ipotesi tra un po’. O nel prossimo segmento di questo articolo lunghissimo. Ma intanto restiamo a Mitte, e lasciatemi herumzicken un altro po’.
Berlino fa gola ai visitatori proprio perché ci vogliono vedere arte, e storcendo il naso la città orientata al profitto ha deciso di scendere a compromessi taglienti – o più spesso redditizi. Come: ospitiamo per i mesi estivi il Guggenheim Lab. E qual è il tema dei workshops e delle tavole rotonde del Guggenheim Lab? “The theme of the Lab’s first two-year cycle is Confronting Comfort—exploring notions of individual and collective comfort and the urgent need for environmental and social responsibility”. Vi fa ridere? E allora pensate che il tema della Biennale di quest’anno era “occupy biennale”.
Il lab, struttura temporanea in tour per nove città del mondo, voleva originariamente posarsi a Kreuzberg, il covo storico degli artisti di Berlino (west). E Kreuzberg non li ha voluti, temendo la perdita d’identità del suo Kiez e la gentrificazione della sua arte.  Non senza mille ragioni.  Mitte/prenzlauerberg invece hanno accolto il lab a braccia aperte, ma ancora non basta, il lab se ne andrà e dove andranno i nuovi berlinesi a caccia d’arte? Facilissimo: chiudiamo Tachles e ci facciamo un centro per artisti. What(thefuck)? Eh si, una voce di corridoio insinua che la rovina più famosa di Berlino sarà ristrutturata come casa d’arte. Non si hanno ancora conferme, ma drammaticamente se succedesse nessuno se ne stupirebbe. L’arte ritornerà – ormai è su lonely planet, ecchediavolo. Ma via gli artisti che hanno curato e amato e combattuto per Tacheles fino ad ora. E dentro quelli nuovi, la scelta dei quali sarà probabilmente effettuata in degli uffici molto lontani da Berlino, magari da persone la cui massima esperienza d’arte d’avanguardia è stata guardare art attack con il figlioletto negli anni Novanta.
Come dire si svegli signor Rossi, è ora di prendere il sonnifero.
Fuori dalle palle artisti del Tacheles, ora qui si farà arte. Di quella gentrificata, ma questa è la prossima storia.
Una nota positiva su questo triangolo delle Bermuda Mitte-Prenzl potrebbe essere l’apertura questa sera della Platoon Kunsthalle Sulla Schönhauser Allee, fermata Senefelderplatz. Speriamo.

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