La bomba e le fanciulle, ovvero, “eravamo così folli da credere di poter far vincere i perdenti senza renderli vincitori”

Stanza bianca. Luce impietrita. Rumore di passi strascicati con discrezione. Crepitare di carta fra dita inquiete. Come esemplari di una collezione di lepidotteri in bianco e nero una lunga serie di fotocopie è puntata alle pareti. Fotocopie di fotografie ritagliate dai giornali. Sono uomini, donne, giovani, vecchi. Morti ammazzati. Die Toten. Foto di morti che Hans Peter Feldmann ha collezionato per anni e che ora espone alla Hamburger Bahnhof di Berlino con lo sguardo glaciale di un archivista. Il primo è Benno Ohnesorg, uno studente tedesco ucciso durante una dimostrazione da un poliziotto nel 1967. E poi tanti altri. Morti. Tutti uccisi in atti terroristici. Alcuni vittime. Altri carnefici. Talvolta il risvolto di una giacca da uomo d’affari o il polsino di una divisa militare affiorano sotto un lenzuolo e ci svelano l’appartenenza di quel cadavere. Ma più spesso non saprai mai da quale parte stava lui o lei quando ancora erano vivi fino a che non corri a leggere le didascalie. E ti chiedi se lui o lei lo sapevano che sarebbero morti quel giorno. Se hanno indossato quel trench alla moda e si sono tagliati la frangetta in modo spavaldo perché sapevano che quel giorno sarebbero morti e poi sarebbero stati fotografati. Questo è il privilegio di chi costruisce la bomba. E conosce la carica iconica che il suo corpo ucciso porterà per sempre con sé. Il terrorismo non può esistere in un mondo senza media. Il silenzio non è il suo habitat. Di qualunque colore la vogliate fare è la propaganda, nel suo senso più vasto, che lo nutre. Il terrore è in fin dei conti pop. Mi ci ha fatto pensare lo spettacolo visto da poco sui palcoscenici del Theater Kapelle, uno dei palcoscenici da me più amati qui a Berlino, ma, attenzione, spettacolo nato e prodotto in Italia. “E.C.F.C.” ovvero “eravamo così folli che” degli AKR di Roma. Ne avevo già scritto l’anno scorso quando gli AKR presentarono al Theaterhaus Mitte la loro Trilogia del Dolore. Quest’anno invece, consci della propria carica provocatoria, gli AKR presentano “E.C.F.C.” da solo, esponendolo in tutta la sua forza e la sua debolezza, come vittima e come assassino, osando giocare e recitare il terrorista. Scrivessi in inglese sarebbe tanto più semplice: “To Play the Terrorist”. Lo spettacolo comincia come una pistola puntata alla tempia: ogni spettatore è costretto a scegliere se “diventare terrorista” o “passare tutta la vita a essere terrorizzato”, poi viene condotto davanti a uno stendardo rosso e glitterato, travestito da terrorista o vittima (maschere, passamontagna visti su tante orribili pagine di giornale) e fotografato. Non parte il colpo di proiettile ma il flash della macchina. Pop.  Poi lo spettacolo esplode, proprio come se qualcuno avesse buttato una bomba nel teatro: lo spazio si sparpaglia, il testo si maciulla, i personaggi sono fatti a pezzettini. Pop. Compito dello spettatore, come un solerte agente del CSI o una commossa Antigone contemporanea, ricomporre questo cadavere scenico nel tentativo di dargli forma e senso. Rimane un solo centro di unità segnica: il corpo dell’attore. Spogliato, snudato, rivestito, travestito: l’intuizione degli AKR è chiara, ci vestiamo e nel farlo ci travestiamo per nasconderci, per mascherarci, per entrare ogni giorno in una più o meno implicita clandestinità. Sia essa “borghese”, sia essa “rivoluzionaria”. E quando invece siamo nudi, quando la nostra carne è esposta all’occhio impietoso altrui portiamo addosso i segni del sacrificio. Un dono di sangue. “Sono qui per te, sono fatto di te, perché non mi vuoi vedere? Tu non vuoi fermarti e accettare, ma ti ripeto: io sono della tua stessa carne, nelle mie mani c’è il tuo stesso dolore, e nelle tue risposte alle mie azioni, la mia pena. Non temere i tuoi silenzi crolleranno ed il mio pianto ti laverà via della polvere”. I corpi delle fanciulle, avvolti dai trench di pelle come fossero armature, supplicano l’empatia di chi guarda. Trascendendo l’esperienza storica del terrorismo, scolorendone le appartenenze politiche per frugare, cercare e trovare, chissà, il terrorista che si nasconde in ognuno di noi? Peccato però che questa ricerca di compartecipazione assoluta, che vorrebbe essere anche segno politico, “eravamo a caccia della forma più assoluta di partecipazione politica e radicale” proclama AKR, diventi simile all’autismo. Ma in fondo l’essenza del terrorismo sta purtroppo solo lì: nell’istante in cui la partecipazione è assolutizzata smette di essere partecipazione, il terrorismo è una scelta solipsistica che riduce di colpo tutto l’ampio spettro della lotta politica a una sola opzione binaria: essere terrorista o essere terrorizzato. E se davvero, come dicevano i greci, l’uomo è l’animale politico ecco che di colpo tutte le istanze dell’animale si mangiano quelle del politico. Soffocano le fanciulle nei loro trench di pelle, nei loro passamontagna neri, nelle guepiere striminzite che segnano la carne come fruste. E piano piano si spegne la risonanza della provocazione iniziale: quando l’applauso è arrivato tenevo ancora in mano i miei foglietti “essere terrorista” vs “essere terrorizzato per tutta la vita” come carboni ardenti. E la violenza del segno era rimasta tutta in quella scelta terribile e ingiusta.

Quello forse è il vero terrorismo: ridurre tutta l’esistenza umana a una scelta binaria di terrore. Come se i padroni del terrore non avessero già vinto abbastanza.

L’ultima immagine dello spettacolo, il corpo tragicamente immobile dell’attore (riferimento storico precisissimo) mi rimanda alla collezione spietata di Feldmann. Die Toten. Una danza macabra contemporanea dove ahimè è sparita di nuovo ogni possibilità che non sia paura. Un tempo infatti nelle danze macabre i morti ballavano. I morti ridevano. E nel prendersi gioco di noi, i vivi, ci insegnavano altri modi con cui è possibile cambiare un poco il mondo. “To Play”.

Il solito problema linguistico. Ma se, come dicevano i greci, dire è pensare ed è essere, forse ci manca (a noi che scriviamo, pensiamo, recitiamo in italiano) un pezzetto di gioco in più. E siamo sempre meno folli di quello che vorremo essere. Ma spaventati, quello sì.

“E.C.F.C  so verrueckt waren wir” è un progetto di AKR: consiste in uno spettacolo teatrale site – specific (cambia sempre in relazione allo spazio della rappresentazione), una campagna di street performance e una serie di videoclip sotto il titolo “E.C.F.C. Die Revolution geht in Urlaub / La rivoluzione va in vacanza” realizzati nell’estate del 2010.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *