Buntes Leben 3: le … dei cavalli blu

Dicono che per il matrimonio di Carlo d’Inghilterra e Lady D. abbiano rimpinzato i cavalli di corte con un mangime speciale che desse una sfumatura delicatamente giallina alle loro cacche in modo che armonizzassero meglio con i colori della festa ripresa in diretta dalle tv di tutto il mondo.  Le vie di Londra, viste dalle telecamere dall’alto, furono per magia come pavimentate d’oro. E il colore della cacca dei cavalli diventò improvvisamente un problema di rilevanza estetica. Avreste mai potuto pensare che sarebbero potute diventare anche un segno d’artista, poetico e surreale? Cosa direste se improvvisamente davanti a uno degli edifici più eleganti di Berlino, la vitrea Neue Nationalgalerie, comparissero dei bei mucchietti di cacca blu? Aspettate a storcere il naso e provate a immaginare quale strano tipo di cavallo potrebbe avere lasciato quelle montagnette d’indaco sul selciato. Blu. Cavalli blu. Passati al galoppo di lì e poi inghiottiti non dalla notte, ma dalla storia. La torre dei cavalli blu era uno dei capolavori di Franz Marc, dipinto nel 1913 (l’autore sarebbe morto poco dopo nella battaglia di Verdun), esposto alla galleria berlinese (che non era quella di Mies) fino al 1937, anno in cui il partito nazionalsocialista ha deciso che i cavalli blu erano degenerati e andavano perciò irrevocabilmente sequestrati. Figuratevi se avessero visto la loro cacca. Che fine abbiano fatto i cavalli da allora nessuno lo sa, si mormora che Goering li abbia nascosti nel suo fantomatico tesoro, si maligna che possano essere a tutt’oggi segregati in una cassaforte in Svizzera oppure, ahimè, che se li sia mangiati il fuoco, quello che avvolse Berlino tra il 1943 e il 1945 portandosi via – anche – molta bellezza. Resta però il mistero della loro presenza /assenza. Ed è su questo limite che gioca, non senza ironia, l’istallazione del tedesco Martin Gostner Der Erker der blauen Pferde ovvero “il bovindo dei cavalli blu”. Bovindo che, beninteso, non è affatto uno spazio architettonico bensì un luogo concettuale: un prolungamento del museo, intenso come luogo dell’arte e della memoria, verso l’esterno, inteso come luogo della storia e della sua narrazione. Secondo Gostner il “bovindo” è una finestra speciale che permette di essere “fuori” pur restando “dentro”, immersi nel mondo senza lasciare mai casa. Per l’artista si tratta di segnalare in maniera surreale delle coincidenze di arte e storia, abbandonando nel mondo una traccia che – come in tutte le altre precedenti istallazioni – rimane di primo acchito misteriosa. Gostner realizza i suoi “bovindi” in gran segreto, in modo quasi clandestino, proprio come un graffittaro col passamontagna anche se lui è un paludato membro dell’accademia tedesca, rivalendone poi solo le coordinate spaziali e il titolo. Sarà il visitatore /ricercatore che, affacciandosi sulla realtà dallo spazio sicuro della sua cultura “enciclopedia”, deve rintracciarli e decifrarli. In questo caso le tracce ci riconducono all’espressionismo tedesco (con i suoi cavalieri e i suoi cavalli azzurri), alla storia di Berlino e del Partito Nazionalsocialista, e alle nebbie che ancora avvolgono tanti fatti di guerra e di arte. Quante cose la guerra ha bruciato, di quante si è perso traccia e di quante si è voluto perdere traccia sono domande che spesso si pone chi attraversa Berlino. Fino a qualche tempo fa  era addirittura possibile vedere esposta in una sala della Neue La torre dei cavalli blu come semplice fotocopia in bianco e nero. I cavalli grigini si stringevano in una grande tela stampata. La didascalia diceva “quadro sequestrato dal partito nazista, sparito durante la seconda guerra mondiale”. Lasciava uno strano amaro in bocca pensare che – oltre a tutto il resto – i Nazisti ci hanno impedito per sempre di ammirare l’opera di Marc. Ma Gostner pare suggerire che quella distruzione iniqua (una forma particolare di olocausto) non ha avuto completamente successo. Così come (lo scrivevo qualche giorno fa) la comunità ebraica è tornata a germogliare a Berlino, ugualmente i cavalli blu non sono stati cancellati dalla storia. Forse durante il rogo della città hanno approfittato dello sfaldarsi della cornice, del crollo del vetro e sono galoppati via, sfuggendo a chi li voleva marchiare col ferro della “Entartete Kunst”, a chi li voleva nascondere, a chi se li voleva rubare. Loro, che Marc volle dipingere con il colore azzurro dello spirito, hanno dimostrato di essere più forti e longevi dei censori. E, di quando in quando, presi dalla nostalgia per la loro città, tornano in segreto qui a galoppare, forse un po’ smarriti per i continui cambi dell’urbanistica, forse un po’ spaventati da tutte le gru e i cantieri, magari un po’ imbizzarriti perché ogni tanto ci si dimentica di loro (e di tutti i libri e le sculture e i quadri e delle persone che quei libri, quelle sculture e quei quadri li amavano e per questo sono state umiliate, schiavizzate e spesso uccise). Siccome poi lo spirito non è detto che sia sempre serio, siccome poi il cavallo sempre animale è (e non te lo può mica scrivere sui muri “Sono stato qui”), quale modo migliore di rammentarci la loro presenza se non con una bella montagnola di merda blu? In certi casi infatti la delicatezza non serve e l’uomo moderno deve cascarci dentro con tutti e due i piedi. Salvo poi farsi una bella risata e lanciarsi con cuore leggero all’inseguimento di quei cavalli che Marc dipinse per insegnarci i veri colori delle cose. Colori che non hanno nulla a che vedere con il “dato” fisico, colori che non devono vedersi con gli occhi ma con la mente. Colori che ci devono in-spirare, cioè avvicinarci allo spirito. E che per questo i nazisti ritenevano pericolosi. Plop. I cavalli blu ne hanno mollata un’altra. Un’altra bella montagnola di cacca blu alla faccia della loro“degenerazione”.

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