Buttare giù Berlino

Nel frenetico tramestare di ruspe, gru, trivelle, martelli pneumatici, tubi rosa e tubi blu, nella giungla urbana delle deviazioni e delle interruzioni, tra baustelle labirintici e playmobil menagrami può capitare che uno non si accorga quando certe cose le buttan giù. Certo se la cosa è un Muro di cemento armato lungo 155 km uno magari ci fa caso. O magari un castello plurisecolare piazzato sull’isola dei Musei (su mezza isola dei Musei per intenderci). Anche la demolizione di un Palast der Republik non si è potuto fare a meno di notarla visto dove era ubicato (dove per l’appunto c’era il castello!) Ma poi uno comincia anche a farci l’abitudine. Un bulldozer di qua, un piccone di là. La demolizione perde contorno, diventa sfondo. Ti scoccia se interrompe la metro, è vero, ma poi non puoi certo tenere sotto controllo tutto quel “butta giù e tira su” che contraddistingue l’urbanistica berlinese. Ne rimangono stupefatti i turisti che dietro a questa opera pubblica tarantolata leggono una ricchezza della città (credo che le stiano pagando altri però tutte queste imprese, non i berlinesi). Chi a Berlino ci vive da un po’ è invece anestetizzato alla distruzione. E del resto questa è forse la città con le rovine più giovani del mondo. Palazzi costruiti in DDR che vengono abbattuti dopo 40 anni come castelli di carte (e che dei castelli di carte avevano probabilmente la solidità). Per non parlare dei ruderi della Seconda Guerra Mondiale. Case e cose che le bombe inglesi sfregiarono e che ancora aspettano un risanamento. Macché risanamento: buttaci contro una bella palla d’acciaio e poi rifai tutto da capo. Alcune di queste rovine però credevo le avrebbero tenute lì per sempre. E non sto parlando del troncone spezzato della Chiesa alla Memoria. Ci sono rovine a Berlino che raccontano molto di più di un museo, di un monumento o di una placca informativa. Soprattutto perché, a differenza dei musei, dei monumenti o delle placche informative sono rovine mute, senza scritte, senza spiegazioni. Ma il loro silenzio è testimone di una attitudine verso la storia e la memoria specifica di questa città. Ti impongono di indagare, di leggere, di ridare loro la parola.

Parlo ad esempio delle rovine del Ministero dei Trasporti del Terzo Reich. Per anni le finestre cieche di quel palazzone hanno fissato lugubri il passante della Wilhelmstrasse. Nascoste dietro un muro tappezzato di pubblicità, come dimenticate, parevano invitare a distogliere lo sguardo. Ma come non notarle a meno di 500 metri dai vetri sfavillanti di Potsdamerplatz e dalle vetrine rutilanti di Friedrichstrasse? Fossero state in mezzo alle periferie de-industrializzate, ma lì, nel cuore pulsante della città, la loro presenza unheimlich le rendeva fin troppo vistose. Un silenzio che gridava. Si chiedeva il turista spaesato “ma dove sono finito, dove è che ho girato e mi sono perso? Sarò mica in una di quelle periferie dove i neonazi ex-comunisti mangiabambini ti rapiscono per girare snuff movie?”Si chiedeva il passante più curioso: “ma cosa sono questi palazzi vecchi, distrutti, abbandonati? Perché nessuno li sistema?”Si chiedeva chi conosce un po’ più la storia berlinese: “ma perché neanche una spiegazione qui davanti?” (le spiegazioni bisogna cercarle dietro gli angoli o alla Topografia del Terrore). Oggi comunque quei ruderi non ci sono più. Abbattuti nel silenzio (o meglio nel fragore) della città dei mille e uno lavori in corso. E senza che nessuno abbia fatto in tempo a ricordare che lì una volta operava il Ministero dei Trasporti nazista, ministero ovviamente impegnato nella logistica dello sterminio. Ci costruiranno in quattro e quattr’otto un bel centro commerciale. Di vetro. Di plastica. Anestetico. Non silenzioso, non ammutolito, non spettrale come le rovine del passato ma semplicemente senza parole. Se non quelle che gli faranno dire di volta in volta gli specialisti del marketing, gli eroi del vetrinismo. E ci sarà senz’altro chi apprezzerà di più quel quaquaraquà al senso desolante del rudere nazista. Ci vedrà un ottimismo della città o una sana risoluzione dei traumi del passato. Poi salterà su l’ennesimo neo-conservatore che  lamenterà questo disprezzo della storia e reclamerà una bella musealizzazione. Quanti ne ho sentiti che volentieri pagherebbero un biglietto per entrare nell’ufficio di Hitler o meglio ancora nelle stanze del Bunker. E giù a imprecare sui comunisti che decisero di levare tutto (io mi meraviglio che abbiano tenuto qualcosa invece. Se “Delenda Carthago” deve essere, distrutta fino in fondo sia!).

Sinceramente l’idea di uno sfruttamento commerciale dei palazzi nazisti non mi è mai piaciuta. Nemmeno se con i soldi del biglietto ci finanziassero opere di bene, chessò, i canili pubblici. Visto che siamo in Germania scoprirebbero in fretta che i cani assistiti sono eredi dei pastori tedeschi addestrati dalle SS. E poi, anche Nerone non è stato un angioletto ma sono passati quasi duemila anni prima che qualcuno pagasse un biglietto per entrare nella Domus Aurea! Che emozione si vorrebbe trarre da un contatto più diretto con il passato nazionalsocialista?

Viceversa trovo orribile la leggerezza con cui si costruiscono sui siti storici palazzi frivoli, ricolmi di nulla, incapaci di raccontare.

La città – con o senza spiegazioni – è un libro di storie. E le storie vanno raccontate, altrimenti muoiono. La rovina del ministero – col suo mistero – raccontava di più di ogni galleria commerciale. La sua storia era unica, terribile, irripetibile. Oggi, semplicemente non c’è più. Perché era brutta? O perché non interessava? O perché si voleva che non fosse interessante?

Il vero problema era forse nel modo in cui parlava. Sottovoce. Come spiffero, come fantasma. Un sussurro che arrivava solo all’orecchio di chi allontanava risolutamente il “quaquaraquà” e veramente voleva ascoltare. Purtroppo mi sono reso conto che la storia di Berlino è diventata negli anni fragorosa: ha fatto mangiare stuoli di sceneggiatori, scenografi, costumisti, registi, attori.  E produttori. L’abbiamo vista al cinema, nei film dossier, nei bellissimi di rete quattro, nei serial di prima serata. Ci ha fatto piangere con colonne sonore strappa-anima. Ci ha fatto rabbrividire con gli effetti speciali. Ma la verità di Berlino non ha l’appeal di un film. Non ha gli stessi colori, non ha i suoi intensi primi piani. C’è talmente fiction intorno a queste vicende che poi quando uno le vede nella realtà rischia di restare incredulo. O deluso. E pagherebbe volentieri un biglietto per riavere gli stessi brividi che provò nella sala cinematografica. Eureka! Ecco perché pagherebbero: per farsi costruire una emozione!

Eggià: al cinema stai seduto, non fai nulla, ti spiegano tutto loro, persino quando devi piangere. Il vero invece ti richiede uno sforzo, sgambettare al freddo, infilare il naso, domandare anche quando tutto ti invita a non impicciarti.

Le rovine sono narratori esigenti. Ti chiedono di colmare i loro buchi.

Chi butta giù Berlino e ammutolisce i suoi muri invece i buchi li fa. A noi. Dentro. Come una lobotomia.

Per concludere una buona notizia (l’unica di questo mio sermone da 9 novembre berlinese): sparirà l’oscena spiaggetta a Checkpoint Charlie e lì sorgerà il Museo sulla Guerra Fredda.

Buona ricostruzione, Berlino!

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