Lieblingsort 5: Urbanhafen

ph. Georg Slickers

Berlino è una città d’acqua. Acqua da sopra, che qui piove spesso. Acqua da sotto, che sotto c’è la palude. Acqua tutt’intorno, che basta volare un poco su Berlino (diciamo in fase d’atterraggio) e vedrete luccicare laghi, fiumi, canali (gli Hohenzollern si divertivano da matti a scavare per tutta la Prussia. Facevano scavare ad altri ovviamente, sennò si divertivano un po’ meno). In città poi si contano più ponti che a Venezia (lo dicono tutte le guide turistiche tedesche, sbruffone). Solo che le acque di Berlino non sono famose. Qui non nuotano profetiche Ondine. Non ci sono battaglie o ponti da ricordare. Nessuno ci ha scritto Valzer o Poesie. Non sono la Senna, il Tamigi, il Bel Danubio Blu (Sprea, si chiama Sprea il fiume che passa per Berlino. “Ah, perché passa un fiume per Berlino?” Certo, zuccone, ed è pure signorina, La Sprea, famosa per i suoi… cetrioloni). La fama che questa città si porta addosso è piuttosto di acciaio. Dici Berlino e ti vengono in mente cingolati, cemento, polvere da sparo: fuochi che ardono sulla città, spigolosa, cinerea. E invece ci sono luoghi dove questa sua segreta dimensione liquida appare in tutto il suo inatteso splendore. Perché senz’altro la città è bruciata, perché ovviamente molti canali sono stati chiusi, cementati, edificati. Ma l’acqua è, tra gli elementi, non il più duro bensì il più ostinato. Torna sempre a scorrere. Ad esempio all’Urbanhafen, uno degli angoli più incantevoli di questa città. Dove i cigni nuotano maestosi  (ma famelici) e i salici allungano i rami d’argento verso le acque del Landwehrkanal. Il quadretto è fin troppo oleografico, ma se lo inserite nel suo contesto urbano (ovvero tra i casermoni post-apocalittici di Kottbusser Tor e le strade frenetiche di Neukölln), ecco che l’effetto sdolcinato si scioglie di colpo, stemperato dal suo essere così improbabile.

Un tempo questo era un porto urbano trafficatissimo, ché a Kreuzberg ci si è sempre alzati le maniche per sgobbare, eppure poco più giù, subito dopo l’Admiralbrücke già si affacciavano sull’acqua gli stucchi delicati di bellissime case a rivelare il volto incipriato di una città altrimenti sporca e proletaria. C’era anche la Sinagoga qui, naturalmente bruciata la notte del 9 Novembre 1938 per mano delle SS. Rimangono oggi a ricordarla colonne bianche e azzurre e il controllo di polizia.

Poi di acqua ne è passata sotto i ponti (lo fa sempre) e oggi un’altra umanità berlinese si affaccia sul canale. D’estate l’Admiralbrücke e il prato dell’Urbanhafen sono la meta sicura per un pre-serata en plein air, illuminato dalle luci del tramonto (d’estate il sole non vuole mai lasciarci), immersi in un soffuso chiacchiericcio, mescolato a risate, tintinnare di bottiglie di birra, campanelli di bici, rare schitarrate (e grazie al cielo ancora nessun bongo). Il ponte è in certe sere gremito come una disco! E c’è sempre il folle che a un certo punto si tuffa (con gran delusione dei cigni che vorrebbero subito mangiarselo torna a riva presto per finirsi la birra tra lo spasso dei presenti).

D’autunno invece salgono le brume dall’acqua, gli alberi sono pesanti di foglie gialle e la passeggiata sul fiume invita a smarrirsi nei pensieri, ma attenzione al corridore serotino (ovviamente vestito di nero), che può arrivare alle vostre spalle di colpo e schiantarvi al suolo senza scuse (siete che voi che andate troppo piano) strappandovi brutalmente dai vostri sogni crepuscolari.

L’inverno è la stagione più dura per godere quest’angolino incantato. Certo in pochi posti di Berlino è così bello vedere la luna e le stelle riflettersi nel canale come tante dive glaciali che si contendono lo stesso specchio in camerino. E i cigni e le papere indifferenti, farsi caldo l’un l’altro tutti addormentati a riva come un incredibile ingorgo di cuscini, piumoni e piumini. Solo che per arrivare a tanto romanticismo bisogna prima superare la lastra di ghiaccio invisibile e scivolosissimo che copre i marciapiedi lungo il fiume. Quella soave bruma che vi faceva sentire un  Werther immerso nei suoi dolori (e nei suoi reumatismi) si trasforma in trappola micidiale per chi si avventura qui, specie la sera, a farsi ispirare da Muse un po’ dark (attenzione sempre al corridore: sempre in nero, sempre furibondo, anzi un po’ di più perché sta correndo sul ghiaccio e voi rischiate di farlo malamente scivolare).

L’Urbanhafen è un piccolo idillio, un idillio fuori luogo, un idillio perciò ancor di più berlinese. Trovarlo richiede sfidare un pochino la città e i suoi stereotipi, goderlo significa rispettare un poco il suo segreto, la sua musica fuori tempo, la sua atmosfera di bolla ottocentesca salvata dalla guerra, dalle ricostruzioni, dagli orrori edilizi della Berlino Ovest anni ’70.

Se poi la vita di fiume vi mette fame, non dovete preoccuparvi, poiché sul canale si affacciano ottimi ristoranti: il Casolare, pizzeria italiana verace (tra le più rinomate della città, senz’altro, d’estate la più affollata), lo stellato Michelin, ovvero Horvath, poco più giù sempre lungo le acque. E siete comunque a un passo dall’Impero del Kebap (per non parlare del Mercato Turco il martedì e il venerdì). Ma per chi vuole restare nel clima acquoreo di questo angolo di Berlino consiglio il ristorante sul battello Van Loon (fermata U1 Prinzenstrasse) dove si mangia bene (pesce: aringa, salmone) e imprevedibilmente si spende poco. Cenerete a lume di candela,  a pochi metri dall’acqua scintillante, mentre i cigni (l’ho detto? Famelicissimi) vi fissano con furia da dietro il finestrino. Potessero beccare via il vetro vi strapperebbero con gran starnazzare da tutta questa poesia!

 

 

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