Imbiss Kultur: Burgermeister, Oberbaumstrasse 8

J: ho l’impressione che io e Vincent abbiamo interrotto la vostra colazione, mi dispiace proprio. Cosa stavate mangiando? / B: Hamburger / J: Hamburger. Il pilastro di ogni colazione nutriente. Che tipo di hamburger? / B: cheeseburger / J: no, voglio dire dove li avete comprati? Mc Donald’s, Wendy’s, Jack-in-the-Box, dove? / B: Big Kahuna Burger / J: Big Kahuna Burger. È quel fast food hawaiano. Mi hanno detto che ne fanno di gustosi. Per quanto mi riguarda, mai assaggiato uno. Come sono? / B: sono buoni / J: Ti dispiace se ne assaggio uno dei vostri? / B: no / J: il tuo è questo, dico bene? / B: già /  J: Uuum, questo sì che è buon, Vince, mai assaggiato un Big Kahuna Burger? /  V: No / J: Dacci un morso sono proprio buoni / V: Non ho appetito /  J: Bé, se ti piacciono gli hamburger, una volta devi assaggiarli. Io di solito non li posso mangiare perché la mia ragazza è vegetariana, cosa che più o meno fa di me un vegetariano, ma a me il sapore di un buon hamburger piace proprio. Lo sai come lo chiamano un cheeseburger in Francia? / B: No / J: diglielo tu, Vincent / V: Royale con formaggio / J: Royale con formaggio. E sai perché lo chiamano così? / B: per via del sistema metrico decimale…

Bravo, bravissimo B… comunque ancora poche battute e J ti spara. Eccome se ti spara. Sana vecchia America. Con i suoi vecchi valori e i suoi sani principi nutritivi. Cosa c’è di più made – in – USA di un hamburger? Addentarne uno è come mordere in un sol colpo tutto un pasto completo, dal salato al dolce, gonfiandosi di ricche proteine animali, senza saziarsene però mai. Mordi il mondo e ti sale subito la voglia di sbranarlo, tutto. Tutto, subito, solo per te. Transustanziazione dell’American Dream in spuntino. Mica roba da ridere. E non parlo solo dello sfrecciare del colestorolo. Sull’universo di valori che circondano un panino imbottito c’è gente che ci ha perso la testa. Figuratevi – ad esempio – che nella sana, vecchia DDR di hamburger proprio non si poteva parlare. Se proprio lo voleva (e certo che lo voleva!) il bravo cittadino (DDR-Bürger, con la umlaut sennò erano cannibali) poteva togliersi lo sfizio con la Grilletta. Grilletta: ovvero un panino con polpetta di carne alla griglia e ketchup (o più spesso chutney) “inventato”, giuro, dal Rationalisierungs und Forschungszentrum Gaststätten (Centro di Ricerca e Razionalizzazione per la Ristorazione, nientemeno) di Berlino Est nel 1982. Lo servivano nel Rathauspassage accanto ad Alexanderplatz. E qualcuno ha pure vinto un premio per avere inventato un modo così sano ed economico e gustoso di soddisfare la gola dei suoi Genossen senza farli sentire nemici della Repubblica. Bravo il concittadino che – levando una fetta di cetriolo e una fetta di formaggio- ha scoperto l’hamburger privo di valori capitalistici (intrinseci ed idrogenati).

Ora per fortuna l’hamburger a Berlino si può mangiare ovunque senza sentirsi nemico di nessuno, tranne forse un pochino di se stessi. Se ne mangiano di pessimi nei soliti global fast food, di migliori negli Imbiss sparsi per le strade della città, dove però devono competere con un altro rivale del tutto autoctono: la Boulette, ovvero panino con polpetta di carne, ma fritta, non grigliata (e che i Berlinesi, spartani come sono, mangiano più volentieri senza pane. Loro solo low-carbs da sempre, altro che le starlette losangeline!)

Certo, ora in Italia slow food ci insegna che si possono mangiare hamburger di qualità, con panini fragranti cotti dal fornaio dietro l’angolo, salsine emulsionate da uno chef e soprattutto carni pregiate a filiera corta, ti potrebbero persino dire il nome della mucca (senza scherzi: a me una volta hanno detto il nome del maiale di cui stavo mangiando la pancetta. Si chiamava Regina. Era una lei). Però certi cibi si assaporano meglio nel loro habitat naturale, che per un hamburger non è il tavolo di un ristorante bensì la strada. Ora non voglio dire che se uno ha desiderio di cibo unto deve infilarsi nel buco più unto che c’è. Ma ci sono posti che riescono a servirvi  un buon panino con polpetta grigliata, senza farvi sentire l’obbligo di una cravatta, ammorbandovi (il giusto) con gli afrori della cucina che frigge a più non posso, col naso a pochi metri dal traffico, dal viavai delle persone, dallo sfrecciare delle bici. Addirittura il piacevole rollio ferruginoso della U-Bahn. Come Burgermeister, sotto il ponte della U1 in Schleschiser Tor. Vince in questo caso la location: il chiosco è ricavato in un vecchio bagno pubblico (scelta hard core e berlinese quanto basta), in uno dei luoghi che meglio celebrano il trionfo del cibo di strada, Schleschisces Tor, frequentatissimo da ogni genere di affamato, specialmente nelle ore più inusitate del giorno. Qui potete trovare, 24 ore su 24, gente che va, gente che viene, ma soprattutto gente che mangia pizza, kebap, croissant, china box, currywurst, patatine fritte, pane arabo…e  hamburger. Tutti sulla strada, con il dovuto contorno di unto e fascino metropolitano.

L’hamburger di Burgermeister merita anche per il servizio (velocissimo, anche se ogni hamburger viene preparato al momento) e il gusto. Intenditori che hanno addentato hamburger su ogni riva dell’oceano mi dicono di assaggiare assolutamente il Meista aller Klassen (doppio hamburger, doppio formaggio, salsa barbecue e peperoncini jalapenos). Non sembra qualcosa che possa entrare in uno stomaco, vero? Ma lì, sotto il vecchio ponte di ferro, schiacciato nella calca dei carnivori famelici, schivando occasionali schizzi di ketchup e mayo, ascoltando ogni tipo di lingua parlata, musica e risate, ne ho visti di mostri gastronomici sparire nelle gole. Senza assoggettarsi ad alcuna globalizzazione, ché qui Mc non si vedono e anzi tutto è molto ruspante e berlinerisch. Senza celebrare nessun imperialismo culturale d’oltreoceano. In questo angolo di marciapiede dove pizza e kebab vanno a braccetto trionfa il carattere multi-kulti di Berlino e un panino finalmente torna a essere semplicemente un panino.

Ora immagino che avrete alcune domande, no?

Alla prima rispondo: “No, non si possono vincere più premi brevettando il panino al prosciutto presso il Rationalisierungs- und Forschungszentrum Gaststätten”. Certa naiveté se n’è andata via col Muro e tutta Ost-Berlin.

Alla seconda rispondo: “No, non si può più fare la pipì da Burgermeister, chi vive a Berlino ben lo sa che la pipì qui si tiene, ahimè!”

Alla terza rispondo “Cheeseburger”. Si chiama cheeseburger qui il cheeseburger, anche se in Germania vige il sistema metrico decimale (proprio come in Italia, proprio come in Francia). Ma soprattutto molto probabilmente qui nessuno poi vi sparerà. E non perché noi europei abbiamo il sistema metrico decimale…

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