Tesori per gli occhi: Visions of Modernity ,15 Nov 2012 – 13 Feb 2013, Guggenheim Berlin

Nel suo dire addio allo spazio di Unter den Linden  la Fondazione Guggenheim ha deciso di concedersi un funerale policromo e prezioso che illumina la via centrale di Berlino con alcuni dei più begli episodi della pittura moderna. Come in un dipinto verdazzurro di Chagall voliamo su Parigi a puntini lucenti e cubetti e tutta la Germania di Weimar indecisa tra angoli retti e spirali biomorfe per atterrare poi sicuri sicuri sugli -ismi delle avanguardie russe. I prismi sfavillanti di Delaunay e le chimere (fosforescenti come bestiole di mare profondo) di Kandinsky ci illuminano lungo il percorso fantastico.

La selezione è limitata (lo spazio è ridottissimo) ma raffinatissima. Sembra di penetrare nel caveau di una banca (e in effetti nella Deutsche Bank siamo) e aprire a una ad una le cassette di sicurezza: ecco allora brillare uno smeraldo, là un rubino, ora un pezzo d’ambra in cui nuotano misteriose antiche creature. Ogni pezzo è un tesoro per gli occhi. Valore aggiunto: i curatori sono riusciti non solo a svolgere un discorso preciso (e didascalico quanto basta), ma hanno saputo creare sottili giochi di rimando in cui i colori vibranti di Delaunay si rispecchiano in quelli di Franz Marc come in un labirinto di crisopazi o ancora le sculture mobili, sottili come zampe d’insetto, di Calder svelano la loro parentela segreta con Mirò e Kandinsky.

Il “Moderno” che normalmente si frantuma nelle mille bizzose avanguardie, nei manifesti effimeri, nei movimenti più o meno internazionali di inizio Novecento trova così una sua specifica compattezza. Anche il visitatore digiuno di arte contemporanea non farà difficoltà a riconoscere una trama di luce, ritmo e costruzione geometrica che si dipana elegantemente di opera in opera mentre lasciamo nella prima stanza il post-impressionismo e avanziamo verso le sperimentazioni più astratte in fondo. Si evidenzia così con gran semplicità in che modo le ricerche di un autore siano state riprese e sviluppate sia dai suoi coevi sia dai suoi immediati successori. Uno studio multiforme ma ininterrotto che si occupa essenzialmente della forma della pittura. La narratività ottocentesca è scalciata via come un vecchio paio di mutandoni e si cerca di afferrare ora la sostanza segreta, primigenia, nuda. Cosa è la pittura. Si tratta in un certo modo di cambiare prospettiva, spostarsi un passo indietro rispetto al proprio oggetto. Non scrivere più romanzi, ma grammatiche. Solo che anche queste grammatiche si rivelano eccezionalmente avvincenti.

Se questa mossa potrebbe apparire come una fuga dal mondo, un rifiuto di confrontarsi con la storia, sorprenderà invece scoprire come proprio mentre si allontanava dalla “cosa del mondo” la pittura scopriva sempre di più il funzionamento della “cosa uomo”. Sulla tela assistiamo non solo all’apparizione della morfologia e della sintassi pittorica, ma contemporaneamente all’indagine delle meccaniche della mente. Ragione e sogno, memoria e confusione, calcolo e impulso. Qui si va a capire come funzionano le immagini, qui si va a capire cosa capita nel pensiero. E ci si chiede quanto immagine e pensiero si assomiglino. Ma non incamminiamoci su troppo ripidi sentieri -ologici (psicologici, gnoseologici, neurologici, semiotici, metafisici). Pensiamo solo a quanto spesso, proprio a inizio Novecento, quando nacque tutto questo “Moderno”, pittori e filosofi finissero a sbronzarsi insieme. Magari proprio qui a Berlino. Che party favolosi!

E mi vien da pensare a quanto siano stati fortunati gli artisti quando persero il loro posto sicuro e calduccio in Chiesa o a Corte e li gettarono sulle porte dei postriboli o sotto i tavoli dei tabarin. Lì cominciarono finalmente a fare incontri interessanti. Fra gli altri anche con una eccentrica miliardaria americana (il cui motto era “compra un quadro al giorno”) a cui dobbiamo parte delle meraviglie che possiamo ammirare oggi nel Guggenheim.

E mi piace allora concludere sottolineando l’importanza di questi visionari, i collezionisti di inizio secolo, a cui giustamente la mostra di Berlino tributa un affezionato omaggio. Furono loro che, dopo essersi lasciati incantare con trasporto quasi erotico da queste tele sperimentali, capirono la portata degli esperimenti. Furono loro a permettere a molti di questi autori semplicemente di comprarsi tele e pennelli e carbone per la stufa. E poi certo champagne, oppio, una ballerina. Furono loro a mettere in contatto cervelli e mani che operavano in paesi diversi, permettendo una diffusione delle idee, un contagio delle Muse, che altrimenti – senza mezzi di comunicazione di massa – rischiavano di fossilizzarsi prima ancora di essere vive.

Ancora più coraggiosi se pensiamo che proprio qui fuori, su Unter den Linden, marciava della gente che dopo essersi travestita da soldato e aver mollato qualche manganellata (più a sinistra che a destra) avrebbe chiamato questi quadri Entartete Kunst. Arte degenerata. E volentieri li avrebbe bruciati.

Non temete, non partirà ora la solita lezioncina sul Nazionalsocialismo, piuttosto: quanto è bello che proprio qui su Unter den Linden ci sia una collezione come quella del Guggenheim e peccato che l’anno prossimo se ne debba andare. La Banca ha dichiarato che bisogna fare posto alle nuove leve, agli artisti di oggi, ai giovani. Sarà stato senz’altro lo stesso pensiero di Peggy Guggenheim, novantanni fa. Spero solo che la Banca provveda affinché i nuovi artisti tornino a frequentare i filosofi oltre che i night-club. Perché se c’è una cosa chiara è che siamo in un’epoca dove è più facile incontrare ballerine da mantenere che mecenati visionari o filosofi che ci aprano a nuove prismatiche visioni.

Visions of Modernity

Deutsche Guggenheim – Unter den Linden 13/15 – Fermata Französiche Strasse U6

aperto tutti i giorni dalle 10 alle 20

lunedì: gratis (ma affollatissimo)

Nota: il Guggenheim Museum Shop con i suoi cataloghi, stampe e“giocattoli d’artista” merita una visita accurata e qualche soldo in più in tasca.

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