Berlin/Bordell: la città e il desiderio

Avvertenza: qui si andrà a parlare di sesso, di quella specie di sesso che si vende e si compra – legalmente, scopertamente – in una città disinibita ma prussiana come è Berlino. Certo, se uno pensa alle capitali del sesso Berlino non è il primo nome che salta in mente, del resto questa è, insieme a Rostock, l’unica città tedesca dove non esiste neppure un quartiere a luci rosse, ma dopo l’apertura dell’Artemis (il più grande bordello della Germania – con il nome della dea più frigida dell’Olimpo, sigh!) nel 2006, complici i voli low-cost, Berlino è diventata meta di un turismo sessuale mordi-e-fuggi, di signori (soprattutto, le signore pare preferiscano mete più calde ed esotiche, come Cuba, le Isole Verdi) che arrivano qui il venerdì sera, pagano 80 euro, si spogliano, indossano un accappatoio ed entrano in un grande wellness center dove, oltre alla sauna, alle pectoral-machine, a un tuffo in piscina, si possono fare altri sport con le ragazze che lavorano lì (o come molti dicono “solo curiosare”) per ripartire la domenica sera ed essere al lavoro lunedì mattina puntuali. Il sacro “lavoro”. Che si fa composti dietro uno sportello o allineati davanti a un pc. Le ragazze dell’Artemis invece lavorano al bancone del bar (eh già, c’è chi deve bersi 15 gin-tonic a sera per campare, ma campare come poi? Con la cirrosi epatica?), al palo della lap-dance, sui tavolini e nelle stanze private. Sono le Sex-arbeiterinnen. Lavoratrici del sesso. Un lavoro che dal 2002 è in Germania equiparato ad ogni altro (dal punto di vista legale, fiscale, assicurativo, sanitario) con l’eccezione che è l’unico a cui non può mandarti il Job Center!

Per raccontarvi delle luci rosse di Berlino ho scelto un punto di vista speciale, quello di Aurora Kellerman, un’artista italiana che vive da anni in città e che dedicherà il suo prossimo progetto teatrale proprio a chi fa l’amore, ma per mestiere. “Non chiamatele prostitute” esordisce, “il problema è innanzitutto linguistico: nella parola prostituta resistono incrostazioni secolari di degrado, umiliazione, sfruttamento. Le sex-arbeiterinnen (ma ci sono anche i maschietti) hanno combattuto per ottenere la loro qualifica di lavoratrici: non vendono il loro corpo, ma affittano il loro tempo. Per il resto sono persone perfettamente normali, come me e te, spesso neanche loro arrivano alla fine del mese (Berlino non è la Svizzera, dove pare le ragazze facciano soldi a palate) e devono persino fare un secondo lavoro! Magari non ne parlano volentieri a tavola, ma non per moralismo…immaginati: poi non si parlerebbe più d’altro. Il sesso piace. A tavola, a letto. In fondo, se ci pensi, fanno un lavoro bellissimo: ti vendono una mezz’ora di felicità”. Ma è proprio la parola “vendere” a bloccarci tutti e due. Il sesso non era rimasto l’ultimo piacere naturalmente democratico, naturalmente gratuito? Un bell’orgasmo lo possono avere tutti, senza distinzioni di rango, classe, conto in banca e di certo non te lo procura una mastercard. Certo, lo sappiamo, vendere sesso è il mestiere più antico del mondo (lo possono fare tutti in fondo e anche questo è profondamente democratico), ma quello che si assiste in una grande città, come Berlino ad esempio, è qualcosa di nuovo, inquietante. “Capitalismo dei corpi, consumismo dell’esperienza” lo definisce Aurora. “Anche le relazioni, come i cellulari, diventano oggi giorno obsolete in quattro e quattr’otto. Non siamo ancora arrivati alla prima generazione del sesso veramente sdoganato, ma siamo senz’altro arrivati alla possibilità di scelta infinita. E monetizzata”. Oggi l’amore non è una scelta assoluta, ma relativa: oggi amo te, ma sento già che mi stai precludendo la possibilità di amare qualcos’altro. Nuovo, migliore, più aggiornato o alla moda. Amiamoci presto, amore, che presto saremo già consumati. “Forse è meno faticoso sceglierlo direttamente dal catalogo, l’amore, e pagarselo”, dice Aurora raccontandomi la sua indagine nel mondo del sesso a pagamento berlinese.

Lei che, arrivata dall’Italia in Germania, si accorse subito che c’era qualcosa che qui…mancava. Nell’aria? Nel sapore delle cose? No, non potevano essere semplicemente i pomodori bigi della Lidl… nelle relazioni, ecco sì. Improvvisamente la sua vita di ragazza si era fatta più lieve perché era sparita quella trama di tensioni erotiche, di sguardi, ammiccamenti, brividi a cui si era abituata in Italia. E non stiamo parlando di “sessismo”, ma di qualcosa di  profondo e insieme epidermico. L’eros permea la nostra società italiana in maniera più manifesta, invasiva, sensuale. Ogni scambio di sguardi, persino quello veloce su un tram, si può colorare in fretta di eros. E poi piacevolmente svanire. Qui in Germania invece se ti guardano con trasporto erotico è perché hai in mano una birra. Per una ragazza all’inizio è lieve poi diventa persino noioso. Dove è finito a Berlino tutto il desiderio?

La risposta è arrivata forse una sera passando davanti a una casetta con le tendine a ricami, come le facevano una volta le nonne in DDR, e una improbabile insegna di lucine rosse ammiccanti: “OPEN”. Ecco: il Bordello. O come lo chiamano qui dolcemente: “Puff”. Lì dentro i desideri – esclusi ed esiliati dalla vita quotidiana – prendevano subito corpo ma soprattutto un nome: diventavano una vera merceologia dell’eros. Le Sex – Arbeiterinnen specificano in modo clinico (e preventivo) ogni pratica che si può comprare da loro. Del resto non è esattamente come andare dal salumiere dove la merce è tutta lì sul banco. E poi non vendono solo parti del loro corpo ma una stupefacente serie di “servizi affettivi”. “L’ultima moda”, mi spiega Aurora, “è il girlfriend-sex, in cui lei finge di essere la tua fidanzata”. Siamo veramente all’altro apice del paradigma italiano: da noi resiste ancora l’archetipo della Madonna vs Puttana e ogni ragazza deve destreggiarsi in un fatale equilibrismo per non perdere il suo uomo, a Berlino l’uomo paga la prostituta perché diventi per mezz’ora la sua fidanzata. Cosa faranno poi…mezz’ora di litigio via sms?

Quello che mi ha colpito delle persone che hanno scelto di parlare con me, è il loro assoluto senso di controllo. E la loro consapevolezza, anche politica, è illuminante. Hanno formato un network molto solidale e autogestiscono associazioni (come l’HYDRA di Berlino) che offrono ogni tipo di consulenza, per iniziare il mestiere o per smettere, per andare dal commercialista o dal dottore. Questi lavoratori del sesso sono gli eredi delle militanti di vent’anni fa. Ma la situazione berlinese è più complessa e sfuggente: sotto gli occhi di tutti ci sono le Barbie, bellissime, altissime, inguainate nei loro corsetti, lavorano in strada nella zona di Hackesher Markt come vere e proprie sirene per turisti, ma avvicinarle per parlare con loro, della loro scelta, della loro storia è impossibile. Anche per le associazioni. Sono “protette”. E poi c’è il lato tragico delle ragazze tossicomani che lavorano sulla Kurfürtenstrasse. Legalizzare i bordelli non ha purtroppo estinto né il crimine né lo sfruttamento né la disperazione. Ed è questo che le militanti vogliono combattere. Perché poi, Berlino è tutto sommato una città poco perbene ma bene educata e il “Puff” di quartiere non spaventa o indigna più nessuno”.

La mia indagine comincia da qui, una volta superato il senso del peccato e del proibito. Una volta che abbiamo tolto di mezzo la deliquenza e il glamour (in cui sguazzano ahimè le signorine in Italia) Mi interessa la scelta di una donna e di un uomo che in questa città, dura, povera, solitaria decidono liberamente di fare questo lavoro. E capire che cosa è che si consuma in questo scambio di servizi: un corpo o un sentimento?

Was übrig bleibtChe cosa resta in fondo…è il titolo che Aurora Kellerman ha dato al suo progetto, selezionato tra i vincitori del bando Movin’up 2012. Si comporrà di una indagine sul campo, un’istallazione e una performance teatrale in cui saranno coinvolte anche delle sex-arbeiterinnen che hanno scelto di mettersi ulteriormente in gioco e fare l’attrice (ogni stereotipo qui verrà proprio calpestato!)

Se questa indagine vi ha incuriosito potete partecipare anche voi. Anche se fate altri lavori, beninteso! Le spese di produzione possono essere sostenute donando una piccola quota su

http://www.inkubato.com/de/projekte/wasuebrigbleibt

E per scoprire se esistono risposte a questi quesiti sul corpo e i sentimenti – che non interrogano solo chi di sesso lavora, ma chiunque viva in un mondo che offre e compra l’emozione –, per sapere che cosa è rimasto in  fondo al cuore quando l’amore smette di essere sacrificio e diventa passatempo o professione, l’appuntamento per la prima di Was übrig bleibt è a febbraio al Ballhaus Ost Berlin in Pappelallee (Prenzlauerberg).

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