Performance Art ieri e oggi: Marina Abramovic e Berlino,1976 -2012

The artist is present, 2012
The artist is present, 2012

“Scena del crimine Nationalgalerie, Berlino, inverno 1976: una donna e un uomo entrano nell’edificio costruito nel 1969 da Mies van der Rohe […] Si recano con passo sicuro negli spazi del seminterrato, dove è esposta la collezione permanente. L’uomo stacca con un gesto veloce un quadro dal muro. Scatta l’allarme. Tutte le porte si chiudono automaticamente, tranne l’uscita d’emergenza per il personale. L’uomo, il piccolo quadro stretto sotto il braccio, infila l’uscita di emergenza e fugge all’aperto. I guardiani lo inseguono e sparano, le pallottole lo mancano per un pelo. Una guardia scivola e si rompe le gambe. Il ladro fugge illeso e ignoto. Il suo bottino: un’icona della storia dell’arte tedesca, il quadro preferito di Hitler, “der arme Poet” di Carl Spitzweg. La parafrasi con berretto a punta della simbologia nazionale tedesca, considerato ancora oggi il quadro preferito dei tedeschi. La polizia organizza un’azione di ricerca incrociata, senza successo. La stampa scandalistica accuserà il giorno successivo i “terroristi di sinistra” del furto “del nostro quadro più bello”.

Il ladro nel frattempo ha raggiunto la sua meta a Berlin-Kreuzberg: l’appartamento di una famiglia di lavoratori turchi. La complice, che ha documentato fotograficamente il furto e contemporaneamente ha fatto da “palo” per l’azione, lo raggiunge più tardi. Il quadro viene appeso alla parete. È in buona compagnia. Sulla tappezzeria a fiori sono già appese immagini di tramonti sul Bosforo e altre immagini votive – il luogo ideale per l’“Arme Poet”, secondo i ladri. Quella sera Dieter Honisch, il direttore della Neue Nationalgalerie, riceve una telefonata di rivendicazione. I ladri vogliono restituire il quadro, e si accordano con lui per un incontro nella Künstlerhaus Bethanien. Il direttore informa la polizia. Gli sbirri organizzano un blocco enorme delle vie circostanti. La coppa di ladri viene arrestata, interrogata e rilasciata dopo due giorni. La Bz titola: “Sono stati dei folli!”

I ladri si chiamavano Ulay e Marina Abramovic. L’azione, organizzata nel dettaglio, voleva rivolgersi al museo come istituzione educativa. Spitzweg aveva dipinto all’inizio del XIX secolo icone senza tempo per la piccola borghesia tedesca. L’artista aveva lasciato la torre d’avorio e viveva ora nella soffitta. L’azione doveva catalizzare l’attenzione sul fatto che il quadro preferito di Hitler fosse finito nel museo e che lì venisse ammirato acriticamente come reliquia borghese, e anche sottolineare la connessione tra l’ideologia culturale borghese e la funzione rappresentativa del museo. Per questo il quadro “Der arme Poet” fu simbolicamente riportato nel contesto del Kitsch dal quale originariamente proveniva.

[…]”

[“Wenn die künstlerische Radikalität in eine Ökonomische umschlägt”, in “Berlin, die Spur der Revolte – Kunstentwicklung und Geschichtspolitik im neuen Berlin”, Marius Babias 2006. Traduzione mia]

Erano gli anni Settanta e la performance art era all’apice della sua esplorazione dei canali dell’arte, tra i quali l’artista si muoveva libero, a cavallo tra la critica sociale e quella artistica, in un mondo in cui le barriere del genere e dell’identità andavano assottigliandosi e cercando nuove determinazioni. Abramovic e Ulay agiscono colpendo al cuore il conservatorismo, nell’isola del terrore e dell’avanguardia che è Berlino Ovest, e nel tempio di Mies van der Rohe che celebra la classicità – come valore estetico, ma lo spostamento dello stesso al cuore delle problematiche sociali era solo naturale.

La performance art e il ruolo simbolico/profetico dell’artista hanno da allora conosciuto vette e valli di popolarità, e il percorso dei loro pionieri si è sviluppato in ricerche sempre più estreme e provocatorie. Marina Abramovic non ha mai smesso di concepire l’arte come generatore di situazioni, dove l’assistere all’opera equivale al parteciparne, all’esserne parte integrante, fino al fondersi in uno del trittico artista-opera-fruitore. Per il tempo della fruizione, o della performance.

Nel 2010 Marina Abramovic si pose un’ulteriore sfida – quella di allungare il tempo di questa fusione, di generare un’opera allungata e grandissima, nella quale l’artista divenisse il punto di convergenza di moltissime ore, moltissime persone, infiniti stati d’animo: nell’ambito della performance “The artist is present” Abramovic si è seduta al Moma di New York e ha guardato negli occhi gli spettatori, uno a uno, per tre mesi, sette ore al giorno, sei giorni a settimana. Senza muovere il corpo e senza – quasi, e grazie a questo quasi abbiamo la certezza che anche lei sia umana – far trasparire alcun moto dell’anima, e generando nell’immobilità un movimento enorme di persone – pubblico – e un turbine di emozioni da parte di queste.

La performance è raccontata dall’omonimo film, presentato all’inizio del 2012 e uscito nelle sale tedesche in novembre.

[Per chi l’avesse perso lo ripropone ora l‘Eiszeit Kino di Kreuzberg, un cinemino piccolo e un po’ nascosto, molto bello e molto berliner, tutti i giorni alle 19.15 (per questa settimana, alle 19.00 per la prossima) e sabato e domenica alle 15.00.]

2 thoughts on “Performance Art ieri e oggi: Marina Abramovic e Berlino,1976 -2012

  1. La domanda che mi viene spontanea è:
    “che fine ha fatto l’aspetto sociale, educativo e politico dell’arte della Abramovic?”

    Perché, pur nulla togliendo alla sua ultima performance, si sente perde di spessore e consistenza e sostanza se si paragona il “gesto artistico” degli anni 70 con quello recente. L’Arte è ancora un aspetto peculiare della società o ne è diventato uno dei molteplici orpelli?

    1. Dopo aver visto il documentario – che solleva esplicitamente e non questa questione – dico che la risposta, come spesso accade, arriva dai bambini. Che hanno l’ingeniutà giusta per capire il ruolo dell’arte, e riescono a cogliere l’opera sovversiva, quella avanguardista e impietosa nei confronti della società dietro al gigante show, alla “sindrome della rockstar e delle groupies”, come viene chiamata nel film [che mostra spezzoni della performace dopo aver presentato con un montaggio parallelo la storia di Marina Abramovic e quella della preparazione della mostra al Moma].
      A un certo punto viene inquadrata una coppia di bambini, che si sono allontanati dal grande set della Abramovic e, lontani dalla massa accalcata a vedere the artist, si sono seduti a terra e, con i gomiti sulle ginocchia incrociate e il mento sui polsi, si fissano seri negli occhi. Automaticamente viene spontaneo pensare: e gli altri? Perché fissano Abramovic che guarda negli occhi e la vogliono per loro, quando potrebbero tutti sedersi a coppie intorno allo stage e guardare negli occhi il loro vicino, diventando quindi parte della performance e moltiplicandone il senso? Perché invece di passare la notte davanti al museo per assicurarsi Marina per cinque minuti (nella città delle celeberrime file davanti all’apple store) non si guardano negli occhi tra loro per cinque minuti, dentor e fuori il Moma?
      Eccola lì, la Abramovic che sfonda la maschera della società. Ad ogni epoca il suo tabú, e la sua arte che mette il dito nella piaga. Come se nel mondo d’oggi il guardarsi negli occhi – o il concentrarsi profondamente su qualcosa – fosse la ferita da arma da taglio di qualche anno fa.

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