Foodsharing: da Colonia in poi la piattaforma social contro lo spreco di alimenti

Finisci tutto! Dice la mamma al bambino. E lui guarda sconsolato il merluzzo che galleggia nel sughino al prezzemolo sul piatto e dice: ma non mi piace! Mangia tutto, risponde la mamma, ché in Africa i bambini non hanno da mangiare. Impacchettalo e mandalo in Africa! Diceva il bambino negli anni Ottanta. Oggi potrà dire: mamma, loggati su foodsharing e allontana da me questo calice!

Il pupo non tarderà ad accorgersi che sul paradosso dello spreco e su altri piccoli grandi disastri logici si basa il consumo nel mondo occidentale. Grazie ad internet e all’iniziativa di Stefan Kreuzberger – manco a dirlo, tedesco – ci sono oggi tuttavia metodi nuovi per educare ed educarsi alla consapevolezza in maniera diretta, senza i massimi sistemi africani ma con la presenza degli Altri nelle strade parallele alla nostra.

Qualunque ricerca (per esempio quelle di Tristam Stuart) sullo spreco alimentare in Europa e in occidente ha da un lato esiti prevedibili, e non lasciano sorpresi i suoi risultati: ogni anno noi europei sprechiamo circa 90 milioni di tonnellate di cibo perfettamente edibile, che vuol dire una media di 180 chili di cibo a testa. D’altro canto, come sempre sui grandi numeri, subentra l’effetto titanic: lo sapevamo che lo spreco era grande, ma così grande??

Basta passeggiare per qualunque via commerciale di qualunque città, dove spesso la gente non si disturba nemmeno ad arrivare ai cestini della spazzatura: hamburger e hot dog e pizze sbocconcellate si notano qua e là a ripetizione. Per la gioia, tra l’altro, dei cani, che non aspettano altro che di trovare in giro qualche succulenta schifezza gettata con noncuranza al margine del marciapiede. La situazione peggiora se ci spingiamo a dare uno sguardo nei bidoni della spazzatura dei singoli palazzi, e ancora di più nei container dei supermercati, dei magazzini della grande distribuzione, dei produttori.

Lo spreco è sistematico, non ha a che vedere con l’incapacità di conservazione dei cibi, ma con la sovrapproduzione e l’eccesso di acquisto.

Cambiare questa situazione potrebbe portare benefici su larga scala all’Europa e a tutto il mondo, ché se le risorse tra un po’ dovremo andare a cercarle su altri pianeti, imparare a gestire meglio quelle che si ha sarebbe già un processo virtuoso. A studiare il fenomeno e proporre soluzioni hanno pensato in molti, e naturalmente ci ha pensato anche il web: se si usano i social per incontrarsi a feste e mostre e per sparare milioni di cazzate si potranno anche usare per fare qualcosa di utile, come rimettere in circolazione il cibo che non riusciamo a consumare.

Questo è l’intento di foodsharing, una piattaforma sulla quale l’utente ha la possibilità di inserire i suoi dati e il suo cestino di prodotti da regalare, il cibo che ha e non vuole sprecare. E, recita la descrizione del sito, “foodsharing può servire anche per conoscersi e incontrarsi per cucinare insieme” – che ai cinici sembrerà un’ipocrisia per mascherare un sito d’incontri, o una soluzione deprimente per chi ha finito gli amici in carne ed ossa. Ha senso invece richiamare l’attenzione dei privati sugli sprechi alimentari, ché nella maggior parte dei Paesi europei lo spreco maggiore di risorse alimentari avviene proprio nelle famiglie. Pensandoci bene, effettivamente, io questa settimana ho mangiato quattro banane. Siccome il casco era da sei e il mio cane non mangia le banane, due di loro sono annerite troppo e finite nel secchio della spazzatura. Trentatré virgola tre periodico percento di spreco di banane. I miei vicini non le vogliono, una volta ho provato a suonare alla loro porta con un po’ di cibo e un cartone di latte aperto, perché dovevo partire e gli sprechi evitabili preferisco evitarli. Loro però mi hanno guardata come fossi un’astronave, e i miei sanissimi avanzi non li hanno voluti. Ora gli mando un link – sì, pupo, questo è un altro dei paradossi con i quali dovrai abituarti a convivere.

Come tante iniziative ecofriendly anche il food sharing online parte dalla Germania, dall’iniziativa di Valentin Thurn, che ha girato il documentario Taste the waste, e Stefan Kreuzberger, che ha ideato la piattaforma social per lo scambio di cibo.

Inizialmente frequentato da pochi pionieri di Colonia, foodsharing conta oggi circa 8000 utenti, che sono sia famiglie che rivenditori sparsi in molte città della Germania, naturalmente anche a Berlino. Nella consapevolezza che il problema degli sprechi ciclopici non sarà risolto dagli scambi domestici di avanzi del giorno prima, foodsharing posa quantomeno la prima pietra 2.0 nel processo di responsabilizzazione dei consumatori, invitandoci come prima cosa a smettere di considerare il cibo come merce e tornare a considerarlo una risorsa, unendoci nello sforzo a tanti altri romantici ecofreaks, che pensano che il cambiamento possa avvenire unendo le forze dei tanti piccoli pesci che sguazzano nella rete.

Grazie a Michela per la segnalazione!

 

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