Ognuno muore solo – Hans Fallada, in memoriam

Il 5 febbraio 1947 moriva Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen, dopo essere stato per mesi in un letto della Charité di Berlino con infiniti problemi di salute, molti dei quali legati alle sue dipendenze dall’alcool e dalla morfina. Nei tre mesi precedenti la sua morte scrisse, in fretta e con sorprendente lucidità, uno dei più toccanti e coninvolgenti calssici della modernità europea: il romanzo “Jeder stirbt für sich alleine”, “Ognuno muore solo“. Stava per morire anche lui, e lo sapeva, e probabilmente le parole di questo libro sono tutto ciò che ancora lo legava a questa terra, quel messaggio che non poteva non lasciare prima di andarsene.

Anna e Otto Quangel sono due coniugi tedeschi, che, a seguito della morte del figlio in battaglia, si muovono per le strade della Berlino nazista portando avanti una campagna di informazione e resistenza al regime. Lo stile preciso e tagliente di Fallada, che la dittatura tedesca l’aveva vista succedere, e che per il racconto si basa sugli atti processuali di una vicenda realmente accaduta, ci sbatte in faccia quello che è la dittatura, al di là di nomi e colori e bandiere. La dittatura è quando ti dicono di eseguire, ché a pensare ci pensano loro. E un tuo pensiero vale tutta la tua esistenza.

“-Tutto ciò succede perché la gente non vuol smettere di pensare. Credono che andranno avanti a forza di pensare. Devono soltanto ubbidire. A pensare provvede il Führer”. [H.Fallada,Ognuno muore solo, traduzione di Clara Coïsson, Sellerio editore, Palermo, 2010]

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