Finale forzato – fine della rappresentazione. Una mostra sull’esilio degli artisti dal 1933

Elizabeth Bergner
Elizabeth Bergner

++La mostra è di nuovo esposta, fino al 27.02.2014, nel padiglione espositivo nella Cora-Berliner-Strasse 6 (di fronte al memoriale agli ebrei assassinati d’Europa)++

Con un post di qualche giorno fa vi abbiamo già raccontato che l’anno 2013 è dedicato dalla città di Berlino, nell’ottantesimo anniversario della presa del potere da parte del Nazionalsocialismo, al ricordo della cultura – avanguardista, multiculturale, irriverente e colorata – della città degli anni 1919-33, che fu spazzata via in un batter d’occhio dalla programmatica Gleichschaltung, “normalizzazione” culturale dei nazisti.

Continuo su questo tema per segnalarvi la mostra “Erzwungenes Finale – Ende der Vorstellung”, che fino al 3 marzo sarà esposta alla Willy Brandt Haus, nell’ambito dell’anno tematico Zerstörte Vielfalt. [ed è ritornata nel novembre 2013 presso il memoriale agli ebrei assassinati d’Europa, nella Cora-Berliner-Strasse, Mitte]

Il finale forzato che viene qui ricordato è quello della carriera tedesca degli artisti di teatro, cabaret, cantanti, registi costretti all’emigrazione o deportati e uccisi dal regime nazista. Vengono raccontate solo trenta storie delle centinaia note alle cronache; la mostra è un po’ piccola, un po’ breve e un po’ edulcorata – mostra da un lato l’ammirevole sforzo della Berlino del 2013 per riportare alla luce un passato scomodo e ormai lontano, denuncia dall’altro, a guardar bene, il prolungato silenzio funzionale sotto cui è caduta dal Dopoguerra in poi questa prima ondata di deportazioni – indotte o condotte dai nazisti, non fa differenza.

Del buco di memoria della Germania federale nei confronti degli esili forzati dalla dittatura parla, in relazione ai protagonisti della scena letteraria tedesca dei primi anni Trenta, Herta Müller – a sua volta rifugiata politica in Germania Ovest dalla Romania di Ceausescu, nello Spiegel del 21 gennaio.

Lascio quindi la parola a lei e riporto un estratto del suo lungo intervento:

“Intorno alla mezzanotte dall’8 al 9 maggio 1945 entrò in vigore la capitolazione incondizionata delle forze di combattimento tedesche su tutti i fronti aperti. L’“ora zero”, questo concetto militare, indicò da allora il nuovo inizio e il silenzio funzionale. Hermann Lübbe, che non si ricorda più di essere stato membro del NSDAP, introduce il concetto di “silenzio comunicativo” per l’introduzione dei tedeschi al nuovo Stato democratico.[…]

“Chi [tra gli autori, ndt] fu condannato all’esilio non conta ad oggi ancora in Germania come vittima. Nemmeno nel concetto memoriale della Germania federale. Ci sono sì targhe commemorative per singoli artisti, ma nessun luogo centrale di memoria all’esilio, a quei tedeschi allontanati già a partire dal 1933. Questi espulsioni volute da Hitler vengono accettate con i nomi di esili ed emigrazioni. La parola espulsione appartiene solo agli espulsi dagli ex territori dell’est [tedeschi che dopo la guerra furono espulsi dai territori dell’est Europa e accolti dall’Austria e dalla Germania, ndt]. Si chiamano “espulsi in patria”. E gli espulsi da Hitler si chiamano “emigranti”. Sono due parole molto diverse tra loro: la parola “espulsi in patria” ha un’aura di calore, la parola “emigrante” ha solo se stessa. Si potrebbe dire che a una parola del cuore sta di fronte una parola della testa. Bisogna chiedersi se anche gli “emigranti” non siano stati cacciati dalla loro patria.
Per gli “espulsi in patria”, per i quali ci fu anche un apposito ministero, Berlino ha oggi un’esposizione permanente. Speriamo che lì non venga taciuto che alla gestione dell’“unione degli espulsi” collaborarono i pilastri della dittatura, membri della guardia del corpo di Hitler, SS della divisione Panzergrenadier, membri delle SA. Insomma, “persone che capiscono qualcosa del passato” [cit. K.Adenauer in merito alla presenza di nazisti nel primo gabinetto federale del dopoguerra, ndt].
La Germania dovrebbe iniziare a ricordare l’esilio, questa prima fase dell’espulsione dalla Germania. La Germania ne è responsabile tanto quanto lo è dell’Olocausto. In breve, se non fosse avvenuta questa prima espulsione, la seconda deportazione verso la Germania non sarebbe avvenuta. Ma restiamo al corso degli eventi. Prima che la Germania desse una nuova patria a centinaia di migliaia di espulsi, essa ha cacciato centinaia di migliaia dalla loro patria.
In questo Paese esiste non esiste un luogo dove si possa comprendere il contenuto della parola esilio a mezzo di destini personali. Il rischio della fuga, la vita difficile all’estero, estraniamento, povertà, paura e nostalgia di casa. La Germania deve ancora saldare il debito che ha con la sua storia di raccontare tutto questo.
Senza un tale luogo dedicato all’esilio rimarrà sempre un grande buco nella memoria degli orrori del Nazionalsocialismo. Anche questo buco è una sorta di “silenzio”.
In un museo dell’esilio i giovani tedeschi si potrebbero creare un’immagine. Sarebbe educazione alla partecipazione. Insomma, un museo “funzionale”. Così si potrebbe dare alla parola “funzionale” un senso nuovo, un senso umano.”

H.Müller, Herzwort und Kofwort, in Spiegel 4/21.01.2013, traduzione mia.

[Qui un estratto un po’ più lungo e il testo in tedesco ]

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