Wedding (Ex-)Krematorium: fummo cenere, saremo luce

Last Judgement, Castaing-ParavelUna città la riconosci anche dal modo in cui dice addio. Dai sepolcri emana un fascino speciale che ti racconta Parigi, che ti racconta Roma, che ti racconta… Berlino. E d’improvviso, là in mezzo ai morti, ti accorgi di incontrare la città viva. Non è un caso che i cimiteri più interessanti di Berlino siano quelli più insoliti, perché non è forse questo il tratto che ci affascina di più di questa città, il suo essere così “insolita”?

Vi abbiamo raccontato del suo cimitero dei Senza Nome, selvatico e sorprendentemente rock (lì riposa Nico). Vi abbiamo raccontato del cimitero dei Socialisti, che non riposavano bene in terre reclamate da altre “chiese” (e forse non riposeranno bene mai, visto come vanno le cose). E ora scopriamo un gioiello di arte sepolcrale che dopo lungo abbandono è stato convertito in spazio per l’arte e la cultura: l’ex-crematorio di Wedding (Gerichtstrasse 37-38, a una manciata di passi dalla fermata Ring-bahn di Wedding).

La sua ciminiera si alza improbabile in mezzo alle vie residenziali dove la nuova “colonizzazione” turca è sempre più evidente: kebab e negozi di arredamento surreale (chi se lo comprerebbe un salotto trionfale in similpelle beige con cuscini di velluto viola trapuntati di strass? Cleopatra??) Visto che Neukölln se la sta mangiando la temuta “Gentrificazione” (che ha mandato in avanscoperta le orde di studenti hipster e ora avanza con i suoi agenti immobiliari ingordi) la comunità turca ha ben pensato di trasferirsi al capo opposto della città, dove gli affitti sono ancora molto bassi e lo spazio ancora vuoto permette di ri-scrivere le forme del vivere comune, lo stile, i colori, i sapori. Ovvio che, là dove gira lo spiedo e le ragazze passeggiano col palmarino infilato sotto il velo colorato per aver le mani libere di portare la spesa o spingere carrozzine cingolate, il crematorio non può più funzionare.

La struttura, disegnata negli anni ’10 da William Mueller, sarebbe piaciuta a tutte le streghe dei fratelli Grimm (e ça vant sans dire alla coppia Burton-Bonham Carter, che ci trascorrerebbe volentieri le vacanze). Il corpo principale esagonale è affondato in un cortile denso di rovi. Una cancellata sorvegliata da due grifoni la separa severamente dal mondo esterno. Solo la ciminiera – quasi incongrua – alle sue spalle ci ammonisce che non si tratta di un villino neogotico. Ma neppure un vezzoso edificio industriale: lì accanto ci sono le lapidi e gli angeli di pietra del cimitero.

Visto che si trattava del primo crematorio prussiano è evidente lo sforzo di suscitare una tensione mistica e reverenziale in chi si avvicina, smorzando ogni accenno strutturale alla sua macabra funzione: a quei tempi la cremazione era appena appena aldiquà della blasfemia. Ma c’era allora tutto un movimento igienista in Prussia (sostenuto dal celebre luminare medico Virchow) unito a una improvvisa passione per l’oriente (dove la cremazione è consuetudine). Cambiavano le forme del vivere, cambiavano le forme del morire.

Nel 2001 per lampanti ragioni igienico – urbanistiche il crematorio è stato spento.

Tutto fu abbandonato con quello spirito stranamente lassista che hanno i berlinesi. Qui un bel giorno chiudono la porta a chiave e lasciano tutto così come è (tendine alle finestre incluse). L’armata silente della polvere invade ogni cosa: copre i mobili, i vetri, un libro dimenticato con una piega all’angolo, una tazza incrostata di caffè. I ragni si inventano meravigliose architetture di seta che appena smuove uno spiffero furtivo. O un curioso esploratore di rovine moderne…

Il crematorio rischiava di restare un pezzo di archeologia novecentesca, paradiso per ragni, paradiso per avventurieri, blogger, fotografi. Ci vuole davvero un bel po’ di fantasia per pensare a una rivalorizzazione di un crematorio. Qualcuno voleva farci uno show room di sarcofagi (pleonastico), qualcuno un centro di ricerca esoterica (ghostbusters?). Alla fine hanno vinto gli imprenditori culturali che hanno immaginato di trasformare questi spazi austeri in un luogo di esposizione e produzione artistica: silent green kulturquartier. Del resto i cimiteri hanno tirato su generazioni di poeti, scultori, pittori, drammaturghi. Come sarebbe stato facile però cadere nella tentazione di farne supermercato new gothic, con le strizzatine d’occhio al macabro e al “dark tanto per fare” che ammaccano tanta produzione di oggi. Lo sapevano bene i curatori del Forum Expanded della Berlinale 2013 che sono stati i primi a potere allestire una mostra in questo spazio così anticonvenzionale. Il Crematorio c’è, il suo passato non si può negare. Ma l’istante in cui tutto si fa cenere è anche quello in cui tutto splende di più.

Ci hanno accolti così con “Waves vs Particles”: meditate istallazioni video (di cui una, Spirit Stills, assolutamente site-specific, ambientata nelle nicchie dei colombari, dove ancora potevi vedere il segno di polvere lasciato dalle urne) dedicate al tema della memoria, dell’addio, del senso di colpa, della tensione sottile tra un mondo sempre più guasto e un’umanità che non vuole lasciarlo perdere.

Emblematico e commovente il video di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel: Last Judgement, sulla volta a crociera del crematorio ali di gabbiani ora enormi ora lontani si sono sfaldati in lampi di luce, emergendo e svanendo nella schiuma di un mare nero, notturno. Una tempesta di angeli chiari, da guardare sdraiati sul pavimento, in attesa, in abbandono, con la certezza che prima o poi uno di loro ci avrebbe sfiorato.

Peccato, che, come tutte le cose più belle, questa mostra sia durata così poco. Ma ci ha lasciati con il piacere segreto di avere scoperto un angolo di Berlino tornato, finalmente, alla luce. Dalla cenere alla bellezza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *