Primavera nei Musei: riapre la collezione Berggruen

picassoI Classici del Novecento, Picasso, Klee, Mirò, Matisse, Giacometti, erano, guarda caso, a Berlino e per lunghissimi eoni hanno sonnecchiato nelle palazzine militari di Stüler, a guardia del Castello di Charlottenburg, disturbati, figurati, da un gran lavorio architettonico che voleva portare più lustro alla confezione museale (ora, manco a dirlo: vetro, vetro dappertutto). Un bel giorno però il cantiere ha chiuso, o meglio – alla berlinese – si è spostato un po’ più in là, e qualcuno ha sollevato i teli protettivi: signori Picasso, Klee, Matisse, e tutti gli altri moderni, su, presto svegli, ravvivate i colori, ritorcete le membra, strizzate gli occhi, affilate spigoli, punte, stridori, riattizzate il dramma, la smorfia, la beffa, spremete linfa di sogno o d’incubo a grumi… che si torna finalmente in scena! In questo scorcio d’inverno che ci sta facendo impazzire di voglia di primavera, riapre la Collezione Berggruen, che, per l’occasione, regala al suo pubblico due giorni d’ingresso gratuito, il 16 e il 17 Marzo.

C’è da aspettarsi però una bella coda, perché, da un lato con il freddo disperante che fa in questi giorni rinchiudersi in un Museo è un’idea assolutamente vincente, dall’altro andare al Museo a Berlino diventa sempre più caro (preparatevi a un rincaro su tutti i prezzi a partire dal primo Aprile, per restare in tema di classici della modernità, April is the cruellest month), quindi l’ingresso gratuito attirerà senz’altro le folle (e aspettare in fila fuori è un’idea francamente perdente).

A vedere la fila però avrebbe senz’altro gioito l’iniziatore di questa favolosa collezione, Heinz Berggruen, che nel 1996 accettò di cedere alla Stiftung Preußischer Kulturbesitz il suo tesoro – valore stimato 1 billione e mezzo di marchi – per soli 253 milioni di marchi come segno di “riconciliazione”. Perché come al solito se provi a mettere in una stessa frase “Novecento” e “Berlino” saltano sempre fuori i nazisti e la frase prende subito una brutta piega. Negli anni trenta Heinz Berggruen non poteva più firmare i suoi articoli con il suo cognome perché suonava ebreo, e così emigrò in America poco prima del tracollo, poi volò a Parigi, dove aprì una libreria, divenne amico del signor Picasso e poi suo principale mercante d’arte e collezionista. E la meraviglia si compiva, perché da allora Berggruen dedicò la sua vita alla raccolta degli esempi più belli e preziosi della modernità. Non a caso roba che a casa sua avevano chiamato “arte degenerata”.

“Arte degenerata” fu anche il titolo di una delle mostre più viste nella storia (l’ingresso era gratuito, per avere grandi numeri si è sempre fatto così), dove nel 1937 i nazisti esposero una selezione di lavori di tutti quegli artisti insani, morbosi, malati, infetti, infettivi che stavano corrompendo l’übermensch ariano: fra i tanti spicca il nome di Paul Klee, di cui il Museum Berggruen conserva dozzine di capolavori.

La “riconciliazione” quindi ha un doppio valore: il signor Berggruen che rifà pace con la città che lo aveva cacciato, e la città che rifà pace con l’arte e lo spirito del Novecento europeo che, diciamolo, ha compiaciutamente torturato.

Questo spirito torna a soffiare nelle stanze rinnovate del Museo, dove con eleganza berlinese l’architettura classicista prussiana si sposa con le visioni, non sempre eleganti, non sempre rassicuranti, della modernità. La bella scala di Stüler, pensata per ufficiali in belle uniformi, ora precipita a vortice sulla donna smagrita, sgraziata, calcificata di Giacometti. Le pareti di stucco zuccherino sono sfregiate dai profili spezzati di Picasso. L’ordine si polverizza nelle minute geometrie di sogno di Klee. E per fortuna Matisse non è mai stato cupo e ci regalerà senz’altro qualche fuga roseodorata nel lusso, nella calma, nella voluttà.

Non è certo mai facile accostare in modo disciplinato tutti questi classici della Modernità, proprio perché nessuno di loro ha mai fatto propri i valori “classici”, anzi: affondando nel dramma di essere individui transeunti e piccini nel gran divenire della storia, raccontavano non l’ordine, non l’eterno, ma il dramma di vivere in un presente inafferrabile, di avere all’interno un ribollire di impulsi, emozioni, amati dolori e dolorosi amori che non si potevano più disporre nel sistema ordinato di una frase. Non c’era più un logos luminoso, apollineo a cui tendere, ma anche Dioniso s’era ammazzato di assenzio e sifilide nei bordelli di fine ottocento lasciando l’artista: solo. E per quanto cercassero di dialogare fra di loro, ognuno, in realtà, monologa.

Di fatto poi sottoscrivevano un sacco di manifesti, costituivano gruppi, scuole, sette, si mettevano insieme (non solo in senso artistico) per poi lasciarsi subito. Sintomatico di queste solitudini che compongono poi, tutte insieme, la costellazione del Moderno.

 April is the cruellest month, breeding

Lilacs out of the dead land, mixing

Memory and desire…

(T.S.Eliot, 1922)

 Eccolo il sapore che li unisce tutti: l’antica, giovane, crudele Primavera, che è memoria e desiderio. Come tagliente germoglio ognuno di loro spezzò la crosta della storia.

Poi, da Berlino spirò il gelo. E sappiamo come va a finire.

Oggi al Berggruen riscopriamo quel brivido: con memoria nuova e nuovo desiderio. E come sempre, a primavera, con stupore.

Museum Berggruen (aperto dalle 10 alle 18) 

Schloßstraße, 1

14059, Berlin

 S-Bahn S41, S42, S46 (Westend)

U-Bahn U2 (Sophie-Charlotte – Platz), U7 (Richard – Wagner – Platz)

Bus M45, 309 (Schloß Charlottenburg) ; 109 (Luisenplatz / Schloß Charlottenburg

 

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