“Chi non festeggia, ha perduto”: il Memoriale Sovietico di Treptower Park

800px-Berlin_Treptow_Ehrenmal_07Confesso che quando ho adocchiato per le vie di Berlino i poster del “9 Maggio: giorno della Vittoria” ho provato un brivido di Memoria Storica mescolato a un rimorso da Secchione Impunito: non riuscivo proprio a ricordarmelo quel 9 maggio in cui i tedeschi avevano gloriosamente vinto una guerra. Anzi, se proprio dovevo andare a cercare una gloriosa vittoria dei tedeschi dovevo scavare sul fondo più fondo della mia memoria storica, dove, spiaccicati come polverose falene o calzini spaiati, potevo grattare con l’unghia i nomi di Bismark o Federico II… e mentre ri-lucidavo quei ricordi liceali mi chiedevo se fosse ancora il caso di bullarsi oggi per le vittorie del Cancelliere di Ferro o per il “pareggio” della guerra dei 7 anni. Poi però il mio occhio si soffermava meglio sul poster e notava le stelle rosse, le scritte in cirillico. E tutto riprendeva improvvisamente senso. Non dovevo scavare troppo: la seconda guerra mondiale, specialmente qui a Berlino, è ancora vicina vicina. E la vittoria era quella dei Russi, dei Polacchi e poi di tutti quei tedeschi che erano dovuti fuggire dalla Germania, di tutti quei tedeschi che erano stati perseguitati, di tutti i tedeschi rinchiusi nei campi di concentramento. 8 maggio 1945 resa incondizionata dell’esercito tedesco (nazista); 9 maggio 1945 vittoria di tutta quella parte di mondo che aveva combattuto contro. E che giustamente ogni anno vuole ricordarlo.

Per questa commemorazione già Stalin aveva predisposto un epico scenario: il Memoriale Sovietico di Treptower Park. Leggenda metropolitana vuole che le pietre e i marmi usati per allestire questo enorme cimitero dei caduti arrivino dalla Cancelliera di Hitler, riciclata per i memoriali d’onore sovietici. Senz’altro quando uno si avvicina al complesso monumentale si chiede cosa stesse leggendo in quei giorni l’architetto: il Signore degli Anelli o i Miti di Cthulhu? Perché un’aura di fantasmagoria megalitica circonda le pietre. Dimenticate l’astrattismo e il costruttivismo che accompagnarono la rivoluzione d’ottobre e preparatevi a vele di marmo rosso – un po’ Star Wars – che s’impennano nell’aria, a un vialone di sarcofagi scolpiti con carroarmati, aerei nazisti e contadine russe armate fino ai denti, fino alla collinetta smeraldina dove si erge un colosso d’altri tempi, una specie di Aragorn proletario, armato di spadone a due mani (+ 3 contro nazi) con un pupo al collo. È l’Armata Rossa che ha salvato l’Europa. E se ci stupiamo di vederla imbracciare un’arma medievale, bisognerà invece ricordarsi che, al di là delle fantasie staliniane, purtroppo parte di quella scalcinata vittoriosa armata era composta da poveretti, ragazzini e contadini, armati di forcone, che nulla sapevano della guerra se non che i tedeschi erano il male. Venivano spinti dalle retrovie in avanti fino a che i mitra nazisti non si erano scaricati sulle loro carni, e, se osavano tornare indietro per paura, le retrovie stesse li fucilavano. Insomma fu vittoria. Ma puzzava lo stesso.

Pur essendo un po’ balordo nell’estetica, pur essendo un po’ punitivo nell’intenzione, il Memoriale di Treptower Park è a Berlino una delle mete fuori-porta predilette nei giorni caldi di primavera ed estate. Ci si arriva dalla stazione di Treptower Park o meglio ancora in bicicletta, pedalando tra gli alberi. Per noi di Berlinandout è anche un modo speciale di concludere il nostro percorso dedicato al Nazionalsocialismo svelando uno degli angoli più insoliti e mozzafiato di Berlino.

L’incantesimo che il sacrario compie su chi è entra nella cancellata è senz’altro legato al suo essere così improbabile, smisurato. Oltre al fatto che – al di là delle bici, dei turisti, dei romantici abbracciati, dei solitari lettori di libri (che amano oltremodo il luogo) – si tratta pur sempre di un cimitero. Circondata dai salici piangenti la Madre Russia (che ricorda qualche “madre” della Kollwitz) ammonisce subito a portare rispetto al sangue che bagna quella terra. E svanisce di colpo il clima festoso da scampagnata domenicale.

Stalin non l’aveva immaginato di certo come titanica area da pic-nic. Piuttosto doveva essere una mole schiacciante sul dorso della Germania. E della sua capitale, Berlino. Eternamente umiliate. Chissà come avrebbe reagito alla vista dell’hipster berlinese, le all-stars ai piedi, le cuffie sony sulle orecchie, il club mate in mano, che arriva con la sua bicicletta a scatto fisso nel cuore del memoriale per farsi una bella foto con l’i-phone di ultima generazione?

E chissà cosa pensano i tedeschi quando vedono come me per le vie di Berlino i poster scritti in cirillico che invitano (i russi evidentemente) ad andare a festeggiare al Memoriale, in un clima da sagra popolare, con la banda, la pista del liscio, le bancarelle che vendono pelmeni fumanti e bicchierini di wodka?

Vi immaginate se accadesse una cosa così in Italia? Che cosa innominabile uscirebbe di bocca a Borghezio? Che faccia irriproducibile farebbe Giovanardi? Che maglietta si infilerebbe la Mussolini? Ma è evidente che in Germania non ci si mette in bocca il patriottismo come fosse pasta e fagioli (o solo fagioli, viste le conseguenze finali). L’amore per la patria è qui piuttosto un sentimento lacerante e ambiguo. Che comincia con un “No”.

Ecco allora l’importanza di tutte le associazioni anti-fasciste berlinesi che scelgono di unirsi ai russi nei festeggiamenti di Treptower Park. Non sono lì a deridere la Germania mentre inghiotte rospi e wodka. Ma sono lì a ricordare tutti quelli che per amore della patria, osarono dire NO, proprio alla patria. Ed è quel NO, detto con coraggio dinanzi allo Stato, ad avere salvato l’Europa. (Purtroppo lo spadone due mani magico contro i nazisti è esisto solo nelle fantasie dell’architetto di Stalin, forse in quelle di Quentin Tarantino e un po’ nelle mie).

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