Chi ha paura dell’Agorà? A Berlino (prima città turca d’Europa) l’anticipazione della 13° Biennale di Istanbul

Freee, Protest is Beautiful, 2007/2013
Freee, Protest is Beautiful, 2007/2013

Chi ha paura del futuro dovrebbe frequentare più spesso le mostre di arte contemporanea. Non che l’arte contemporanea abbia un effetto ansiolitico, ma se non altro l’arte ha la virtù di dare alla paura (che di per sé è afasica – la paura soffoca, toglie il fiato – ) un linguaggio. L’arte contemporanea – temeraria o atterrita che sia – fa parlare la paura. Le sue paure e le nostre paure, che, nel caso di mostre particolarmente intelligenti, risultano ahimè simili. In questo caso Fulya Erdemci, curatrice della Biennale di Istanbul 2013, ha individuato una paura specifica che ci accomuna tutti, artisti e non: la paura dello spazio pubblico, rubando al greco antico, dell’agorà.

A quei tempi l’agorà era uno spazio reale di incontro di corpi che si faceva automaticamente spazio astratto di confronto di pensiero, perché i Greci lo sapevano che l’esercizio della libertà non può mai escludere il corpo con il suo esserci, ma loro erano pochi e per fare girare una informazione dovevano scolpirla su un blocco di marmo o farci un poema epico da affidare agli aedi. Oggi invece gli spazi fisici di incontro e confronto sono messi in crisi dalla società di massa e dai suoi efficientissimi mezzi di comunicazione. Il nostro “Primo Mondo” che si erge a baluardo assoluto della libertà di pensiero e parola è il primo a demonizzare la compresenza dei corpi: la piazza è scomoda, anti-igienica, pericolosa. Anche l’arte, che mai nella storia ha avuto tanta libertà, evita la censura se rimane buonina negli spazi designati: musei e gallerie, dove i corpi sono compresenti, sì, ma solo se sono in guest – list.

Eppure negli ultimi anni qualcosa sta cambiando e pare che gli uomini, artisti e non, si siano accorti che la “paura dell’agorà” è in realtà una vera e propria maleducazione politica che rende gli essere umani meno liberi, molto meno liberi di quello che credono (specialmente dopo che ci siamo sfogati al computer, su un giornale, alla radio e in tv e crediamo di essere liberi di dire tutto quello che ci piace). Le piazze, le strade, gli spazi pubblici delle città sono stati rivendicati dai cittadini e dagli artisti come luoghi di espressione, protesta, attività politica (spesso ritenuta dal sistema vigente “illegittima” eppure estremamente autentica) in parallelo ai social network e alle possibilità di contro-informazione offerte dalla rete. Il corpo fisico ha riscoperto il suo ruolo fondamentale nel definire la libertà degli individui: nell’istante in cui deve condividere lo spazio con altri corpi la sua presenza diventa fatto politico. Nell’incontro /scontro si manifesta finalmente la Libertà, che è Azione.

Emblematica fra tutte le opere presentate in anteprima alla galleria Tanas: The silence of the sheep reportage di una performance realizzata nel 2009 dall’artista egiziana Amal Kenawy per le vie del Cairo. Lei, donna, guidava un gruppo di uomini, alcuni amici artisti, altri lavoratori “a giornata”, per le vie della città. Gli uomini però erano tutti a quattro zampe, come un gregge di pecore umili e sottomesse. La performance durò poco, molti cittadini (maschi) scesero per strada e costrinsero l’artista e i suoi seguaci ad alzarsi, addirittura si arrivò all’arresto. Significativamente quello che viene presentata in galleria è un semplice resoconto dell’evento, di taglio quasi giornalistico, che concede pochissimo alla performance e si concentra sulla crisi che ha portato “in piazza”. Riassume perfettamente il senso di tutta l’opera (e di tutta la mostra) la frase pronunciata dalla Kenawy assediata dai capoccia di quartiere: “sarebbe stato molto più facile per me fare tutto questo al chiuso, in galleria, e invece ho scelto di portare tutto in strada, tra la gente”.

È il problema centrale dell’arte che rivendica il proprio ruolo pubblico: di tutte le provocazioni che può fare  tra le bianche mura di un museo o i prosecchini degli invitati di una galleria la più forte è aprire la porta e andare fuori. Proprio come chi invece di digitare forsennatamente il proprio disagio sulla tastiera di un computer scende per strada: al Cairo, o a Istanbul. O a Berlino.

E pare davvero che questa anteprima della Biennale tracci un segno nel tempo e nello spazio: da Alexanderplatz a Piazza Tahrir fino a Piazza Taksim.

Non so se davvero le masse abbiano cambiato la storia in quelle piazze, ma per lo meno hanno sconfitto la paura, l’agoraphobia, e se non altro hanno lasciato immagini potenti, qualcuno degli artisti presenti alla mostra direbbe: “hanno fatto una immane, bellissima, catastrofica opera d’arte”.

La 13° Biennale di Istanbul scegliendo Berlino come sede della sua anticipazione non vuole però soltanto rendere omaggio alla sua storia, alle sue storiche manifestazioni pubbliche, alle sue piazze coraggiose, ma, credo, segnalare il suo ruolo critico nella contemporaneità: Berlino è la prima città turca d’Europa, luogo dove tante “phobie” del mondo contemporaneo si manifestano giorno per giorno nelle strade e giorno per giorno devono essere affrontate, gestite, a volte, felicemente, risolte.

Forse chi ha paura del futuro e dei suoi cambiamenti, chi si sente minacciato dalle ragazze che indossano il velo, dagli uomini che pregano rivolti alla Mecca, dai ragazzi che baciano ragazzi e dalle ragazze che baciano ragazze, chi ha paura dei rossi, chi ha paura dei neri, chi ha teme (o peggio odia) i cinesi che gli rubano il lavoro, la bottega, la casa, le strade, la lingua dovrebbe venire più spesso a Berlino. Non che sia una città ansiolitica, non che sia una città terapeutica: ma è una città che affronta da tempo queste paure, ha imparato a conoscerle, sa che lingua parlano. Spesso proprio sui muri, nelle piazze, negli spazi – pubblici. Berlino: anti-galleria, white cube rivoltato come un calzino, museo senza muri. Fino a che le paure non saranno più forti e le cementeranno la bocca.

L’anteprima della 13° Biennale d’Istanbul vi aspetta invece da:

TANAS – Space for contemporary Turkish Art

Heidestrasse 50 (dietro Hauptbahnhof)

dal 25 Maggio al 27 Giugno

 AGORAPHOBIA

curato da Fulya Erdemci, Bige Örer e Kevser Güler

artisti partecipanti: Jimmie Durham, LaToya Ruby Frazier, Freee, Amal Kenawy, Mierle Laderman Ukeles, Lux Lindner, Josè Antonio Vega Macotela, Cinthia Marcelle, Şener Özmer, Proyecto Secundario Liliana Maresca, Christoph Schäfer

 

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